- Quarantacinque misure cautelari, di cui undici in carcere, nel Napoletano. La «cricca» chiedeva 10.000 euro per ogni straniero che entrava in Italia tramite assunzioni fittizie. Coinvolti anche imprenditori e un poliziotto.
- Ieri altri tre approdi nel giro di un’ora, lunedì otto. Malgrado la valutazione positiva da parte della delegazione di Fdi in visita a Lampedusa, le coste sono ancora prese d’assalto.
Lo speciale contiene due articoli
In cima alla piramide c’erano tre avvocati, ai piedi migliaia di migranti pronti a pagare fino a 10.000 euro per un sogno chiamato Italia. In mezzo c’era una rete criminale capillare che sfruttava i Click day per far entrare gli stranieri in modo irregolare. La Ferrari sequestrata a uno dei legali, una California pagata 167.000 euro, che sarebbe stata comprata coi proventi del traffico, è il simbolo di un sistema che, stando alla Procura di Napoli, avrebbe trasformato i Decreti flussi in una macchina milionaria. Ieri mattina gli investigatori della Squadra mobile hanno eseguito 45 misure cautelari: undici in carcere, 23 ai domiciliari (tra cui un poliziotto e una vigilessa) e undici obblighi di firma. Le accuse, a vario titolo, sono di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina pluriaggravata, estorsione con metodo mafioso, truffa e falso ideologico. L’indagine, ha spiegato il procuratore Nicola Gratteri, è partita dalle denunce spontanee di alcuni migranti truffati, i quali, una volta arrivati in Italia, scoprivano che il lavoro promesso non esisteva. «Per molti però», ha aggiunto Gratteri, «era sufficiente arrivare in Italia». Il motore dell’organizzazione erano i Caf, «lungi dall’esaminare la documentazione allegata alle istanze», si legge nell’ordinanza, «si sono attivamente impegnati in una spasmodica ricerca di potenziali fruitori dei loro servizi, che rappresentavano altrettante prospettive di enormi guadagni». Lì venivano preparate le pratiche, spesso tramite dati falsi o identità rubate. Il Click day, sistema informatico per prenotare l’ingresso legale dei lavoratori extracomunitari, diventava (proprio come un anno fa aveva denunciato Giorgia Meloni al procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo) una fiera dell’illecito, dove vinceva chi aveva il software più veloce. «Servivano computer potentissimi», ha affermato Gratteri. E la banda ne disponeva, con tanto di esperto informatico: un poliziotto, Mario Nippoli, 41 anni, in servizio al commissariato di Poggioreale, finito ai domiciliari. Nel 2023 sarebbero state presentate oltre 40.000 istanze da imprenditori campani. Ma il numero reale degli ingressi è ancora oggetto di indagine. La novità più allarmante dell’inchiesta riguarda il coinvolgimento del clan Fabbrocino, egemone tra San Giuseppe Vesuviano e Ottaviano. «Il clan», secondo il procuratore aggiunto Michele Del Prete, avrebbe partecipato «direttamente, oppure imponendo estorsioni ai Caf». Tre le associazioni a delinquere che sarebbero state guidate dagli avvocati Vincenzo Sangiovanni, di San Giuseppe Vesuviano (la Ferrari sequestrata era sua, mentre ai domiciliari è finita la sua compagna Melanie Seeber, della polizia municipale di Bolzano, che avrebbe sfruttato la sua posizione per reclutare nuovi clienti tra i migranti), Gaetano Cola, di San Giorgio a Cremano, e Aniello Annunziata, anche lui di San Giuseppe Vesuviano. I circuiti, secondo l’accusa, erano paralleli ma interconnessi, radicati nei comuni vesuviani, dove si concentra una fiorente comunità di stranieri provenienti dal Bangladesh. Gli imprenditori coinvolti (undici con obbligo di firma) avrebbero messo a disposizione le proprie aziende per creare fittizi contratti di lavoro. In cambio avrebbero ricevuto una percentuale o un compenso fisso. In alcuni casi, però, nemmeno sapevano di essere parte della truffa. A telefono Sangiovanni raccattava clienti: «Se hai bisogno di aziende io ti carico tutto e poi le mandiamo con Confagricoltura. Guarda, io mi metto a disposizione però incomincia a portare passaporti comincia a portare soldi». Uno dei poliziotti intercettati ha fornito agli inquirenti il peso del giro che era stato messo su da un collega, sovrintendente della polizia di Stato indicato da alcuni collaboratori di giustizia come un pubblico ufficiale che avrebbe «mercificato» la sua funzione a favore del clan Fabbrocino: «Ora con i flussi… con un avvocato hanno fatto 1.500.000 euro, con un avvocato di San Gennarello… è andata la camorra a fargli una estorsione». Stando all’ordinanza, «gli illeciti guadagni erano stati notati dalla criminalità organizzata». La royalty da pagare? 100.000 euro. I poliziotti avevano avvisato il collega: «Gli dissi “o fai la guardia o il camorrista, tutte e due le cose non le puoi fare più, altrimenti…”». E quando i commercialisti non mostravano troppa disponibilità sarebbero scattate le minacce. È l’avvocato Annunziata a raccontare a un amico come erano state messe a posto le cose: «Questa è l’ultima volta che veniamo con educazione… poi la prossima volta, dottore, veniamo in un’altra maniera». E poi c’erano gli intermediari stranieri. Il cui contributo al grande affare del Click day è ritenuto dagli inquirenti «rilevante»: avrebbero fatto «da raccordo con esponenti della loro comunità territoriale». Uno di questi, Tawhid Mohammed detto Kamal, è risultato in possesso di realtà aziendali da utilizzare per importare immigrati (gli investigatori hanno contato 358 richieste di assunzione partite dalle sue ditte). E sarebbe riuscito a portare avanti le sue attività nonostante fosse detenuto a Poggioreale. Di carcere si parla spesso durante le chiacchierate intercettate. Quando gli sgherri passavano all’incasso «per aiutare i parenti dei detenuti a Pasqua». Quando bisognava presentarsi: «Sono stato a Poggioreale, a Secondigliano e a Frosinone». E quando si aveva paura delle indagini. L’avvocato Sangiovanni è stato una Cassandra: «Una volta che mi hanno arrestato è finita la giostra». E così è andata davvero.
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