È trascorso più di un anno dall’entrata in vigore del decreto Lorenzin (poi legge 119/2017) con cui si è introdotto l’obbligo, senza precedenti nella storia d’Italia, di dieci vaccinazioni per l’età pediatrica, sanzioni pecuniarie per i genitori inadempienti e il divieto di frequenza degli asili per i piccoli «non conformi». Da allora, decine di migliaia di bambini italiani sono rimasti esclusi dalle scuole dell’infanzia e altrettante famiglie additate come untori per non avere accettato, in tutto o in parte, una profilassi il cui obbligo, come ebbe a commentare l’allora premier Paolo Gentiloni, non era motivato da alcuna emergenza. Né lo è oggi, con coperture che sfiorano il 90% e in assenza di epidemie salvo il caso – controverso e non correlato alle coperture regionali – del morbillo.
Dai banchi dell’opposizione, numerosi esponenti dell’attuale governo gialloblù criticarono allora la nuova legge. Tra i critici si annoveravano anche l’attuale ministro alla Salute, Giulia Grillo, e la sua collega di partito, Paola Taverna, oggi in Commissione sanità al Senato. In modo ancora più deciso, il segretario della Lega Matteo Salvini chiedeva a Pontida tra gli applausi di «cancellare nel nome della salute e del rispetto il decreto Lorenzin», e ancora in tempi recenti ribadiva quanto sia «sacrosanto per tutti i bimbi il diritto di andare a scuola. Perché non è civile un Paese che nega questo diritto».
Subito dopo il suo insediamento, il ministro Grillo aveva manifestato l’intenzione di «superare» la legge Lorenzin introducendo un «obbligo flessibile» in luogo della rigidità decavaccinale del suo predecessore. L’intenzione si traduceva in atti il 7 agosto, con il deposito del disegno di legge numero 770 a firma congiunta dei capigruppo al Senato di Lega (Massimiliano Romeo) e Movimento 5 stelle (Stefano Patuanelli) recante «Disposizioni in materia di prevenzione vaccinale». La discussione del Ddl, iniziata il 2 ottobre, si arricchirà a breve di un ciclo di audizioni di esperti del settore.
Scorrendo il testo della proposta si apprende che la «flessibilità» consisterebbe nel tradurre in obbligo non già un elenco predefinito di vaccinazioni, ma tutte quelle la cui copertura riveli «significativi scostamenti dagli obiettivi fissati dal Pnpv (Piano nazionale di prevenzione vaccinale, ndr) tali da ingenerare il rischio di compromettere l’immunità di gruppo» (articolo 5, comma 1), anche su base regionale o locale. Il Pnpv è un documento tecnico programmatico pluriennale pubblicato dal ministero della Salute contenente obiettivi, raccomandazioni e strategie per l’immunizzazione attiva della popolazione. La «flessibilità» del nuovo obbligo non dipenderebbe quindi dalle circostanze né tanto meno dalle «emergenze», ma da ciò che è scritto in un volume scaturito dai tavoli di imprecisati tecnici, senza essere stato né votato né discusso nell’assemblea democratica.
Il problema, come il diavolo, sta nei dettagli. Leggendo il Pnpv in vigore fino alla fine del 2019, scopriamo infatti che gli obiettivi riguardanti il numero di vaccinazioni e le loro coperture (pagine 13 e 14) eccedono ampiamente i requisiti del decreto Lorenzin e, se raffrontati con la situazione odierna, comporterebbero quasi sempre «significativi scostamenti» giustificando così l’introduzione di obblighi ben più numerosi di quelli oggi in vigore. Simulando con i dati oggi disponibili, si potrebbe passare dalle 10 vaccinazioni attuali a 15 per l’età pediatrica (si aggiungono meningococco B, rotavirus, pneumococco, papilloma virus e meningococco C e Acwy) e da zero a tre per la terza età (influenza stagionale, pneumococco, zoster).
La fonte tecnica sembra quindi servire a dissimulare la decisione – inevitabilmente politica – di imporre con l’obbligo il massimo numero di vaccinazioni per ottenere la massima copertura raccomandata in letteratura, saltando a piè pari non solo ogni valutazione di opportunità e consenso, ma anche gli stessi dibattiti scientifici circa la determinazione delle soglie (per il morbillo, ad esempio, oscillerebbe tra l’83% e il 94%), i tassi e la durata delle sieroconversioni, i possibili effetti avversi e la persistenza di fenomeni epidemici per alcune malattie anche in supero delle soglie di sicurezza.
Ma non solo. Con buona pace del «sacrosanto… diritto di andare a scuola» giustamente rivendicato dal leader del Carroccio, il Ddl che porta anche la firma del suo capogruppo al Senato prevede invece, laddove vi fosse il «rischio di compromettere l’immunità di gruppo» (cioè praticamente sempre), la possibilità di escludere i renitenti dalla «frequenza delle istituzioni scolastiche del sistema nazionale di istruzione» (articolo 5, comma 4) e quindi anche dalle scuole dell’obbligo e superiori, arrivando là dove il precedente governo non aveva osato arrivare. Il nuovo Ddl sembra quindi, già nel suo impianto e al netto delle sue giravolte tecniche, un «superamento» del decreto Lorenzin in senso solo quantitativo, di estenderlo cioè in ogni direzione possibile: del numero di vaccini obbligatori, delle fasce di età soggette all’obbligo e delle esclusioni scolastiche.
E per rendere ancora più efficace la coercizione, prende in eredità dal decreto Lorenzin il progetto di istituire una «anagrafe vaccinale nazionale» per monitorare non già lo stato di salute della popolazione, ma «i soggetti vaccinati e da sottoporre a vaccinazione», introducendo così uno strumento di polizia sanitaria che, se poco aggiunge ai dati già oggi disponibili, promette di offrire un controllo centralizzato e totale su ciascun renitente. L’intento generale sembra dunque essere quello di promuovere un ulteriore e deciso slittamento dalle politiche di informazione e condivisione a quelle di una costrizione senza scampo, spalancando la porta a una medicalizzazione potenzialmente senza fine perché non più bilanciata, anche nei suoi rischi, dalla possibilità di critica e obiezione di cittadini e operatori.
Il Ddl numero 770 è oggi assegnato alla discussione della Commissione igiene e sanità del Senato in sede redigente. Gli eventuali emendamenti alla proposta saranno cioè valutati e approvati in seno alla sola Commissione, riservando all’assemblea il voto sul testo finale. Si tratta di un iter abbreviato e «blindato» per giungere al più presto all’approvazione riducendo al minimo il dibattito. Anche questa fretta segnala i pericoli di una legge scientemente impopolare i cui contributi incerti alla salute pubblica – in letteratura l’efficacia dell’obbligo è controversa, se non negativa (vedi Asset 2016) – sarà bilanciato dalla certezza di una crescente sfiducia degli elettori e da gravi, anche perché evitabilissime, ricadute sulla libertà dei singoli e sulla coesione sociale.
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