- Il caso Becciu è solo l’ultimo inciampo. Dai «dubia» al dossier Viganò, dalla pedofilia alla Cina, questi otto anni sono stati deludenti. E anche i fedelissimi guardano al futuro.
- L’ufficio stampa di Bergoglio va in tilt. Dopo l’epurazione nessuno fiata più. Da parte del segretario di Stato, Pietro Parolin, nemmeno una parola. Ma il silenzio più imbarazzante è quello dei comunicatori papalini Andrea Tornielli e Antonio Spadaro. Mentre i vescovi sardi si stringono attorno all’ex cardinale.
- Il porporato remava contro il Papa che voleva ripulire lo Ior con l’Apsa. Il gesuita Guerrero Alves era in lotta con il governatorato su mandato del Pontefice.
Lo speciale comprende tre articoli.
«Il papato di Francesco è sul viale del tramonto, anche i suoi amici stanno lavorando al prossimo conclave». Dopo quasi otto anni di pontificato, Jorge Mario Bergoglio, il Papa venuto «quasi dalla fine del mondo» per riformare la Chiesa, viene ritenuto ormai senza possibilità di rilanciare la sua azione. Così apprende La Verità dalle fessure dei sacri palazzi. Un commento laconico dopo i fatti dell’ex cardinale Angelo Becciu, defenestrato dal Papa in un tardo pomeriggio del settembre romano.
Il caso Becciu è però un dejà vu, visto che di defenestramenti e decisionismi papa Francesco ha più volte dato prova. Monsignor Bruno Forte, vescovo di Chieti, e già segretario speciale del Sinodo sulla famiglia, nel 2016 rivelò una confidenza che gli fece proprio il Papa davanti alla macchinetta del caffè, durante una pausa dei lavori del Sinodo. L’assemblea dei padri nel 2014 e 2015 era attraversata dal brivido della novità, con tutte le polemiche sull’accesso alla comunione per i divorziati risposati e il Papa avrebbe appunto confidato a Forte: «Se parliamo esplicitamente di comunione ai divorziati e risposati, questi non sai che casino che ci combinano. Allora non ne parliamo in modo diretto, fai in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io». Una frase mai smentita, e bollata scherzosamente dallo stesso Forte come espressione «tipica di un gesuita», ma che agli occhi di molti ridimensionò il tanto sbandierato afflato sinodale che il Papa ha sempre predicato.
Le beghe e le nomine un po’ frettolose erano cominciate già nel 2013, quando il Papa inciampò in quella di monsignor Battista Ricca a prelato dello Ior (il monsignore è tutt’ora in carica), nonostante una brutta faccenda di scandalo pubblico legato all’omosessualità durante il suo servizio presso la nunziatura in Uruguay. Ma il Papa disse «se uno è gay e cerca il Signore, chi sono io per giudicarlo?». Sempre intorno ai forzieri vaticani e alla fuga di documenti si è consumato anche Vatileaks 2, terminato nel 2016 con il coinvolgimento a diverso titolo di due ex componenti della commissione che lo stesso Francesco aveva istituito nel luglio 2013 per vagliare i conti dei dicasteri.
Poi vennero i dubia di cinque cardinali su alcuni passaggi dell’esortazione Amoris laetitia, dubia a cui mai è stata data risposta diretta; quindi fu la volta della commissione per le diaconesse, finita in un nulla di fatto e riemersa dopo l’altro controverso Sinodo, quello sull’Amazzonia del 2019, che ha sollevato un polverone enorme sulla questione preti sposati e polemiche infinite per la presenza della Pachamama. A margine di questo Sinodo per l’Amazzonia dobbiamo collocare la fuga in avanti della chiesa tedesca che ha in corso un Sinodo che durerà due anni e che promette di spingerla verso posizioni, diciamo così, secessioniste. Sul piatto ci sono i preti sposati, l’intercomunione tra luterani e cattolici, le diaconesse e ulteriori aperture in ambito di morale sessuale. L’ala liberal della Chiesa insomma sembra voler procedere oltre Francesco, il Papa che «apre processi» non è più sufficiente.
L’affare Theodore McCarrick, ex cardinale, poi addirittura spretato dallo stesso Francesco per accuse di abusi con minori e adulti, è venuto alla luce con il memoriale che l’ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò pubblicò nell’estate 2018 proprio sulla Verità. Secondo Viganò lo stesso Francesco sarebbe stato a conoscenza delle accuse di abusi di cui era circondato il potentissimo porporato statunitense almeno dal giugno 2013, ma nonostante questo avrebbe continuato a lasciarlo agire diplomaticamente in tutto il mondo per conto della Chiesa. Soprattutto in Cina, con cui il Papa e la segreteria di Stato avrebbero poi raggiunto un accordo definito «storico» per la nomina dei vescovi. Questo accordo non è mai stato reso pubblico nei dettagli ed è stato oggetto di critiche feroci, non solo da parte del vecchio cardinale Joseph Zen, emerito di Hong Kong, ma soprattutto dai cattolici cinesi, quelli della Chiesa cosiddetta sotterranea che subisce durissima persecuzione proprio perché sempre fedele a Roma.
L’accordo con la Cina, che dovrebbe essere rinnovato a breve per esplicita volontà di Francesco, ci porta su un altro versante di crisi del pontificato di Bergoglio, quello degli Stati Uniti. Quando il prossimo 29 settembre il Papa incontrerà il segretario di Stato americano Mike Pompeo c’è da aspettarsi che si sentirà dire quello che Pompeo ha già messo per iscritto: «Il Vaticano non rinnovi l’accordo con la Cina, perché metterebbe in pericolo la sua autorità morale». Quasi certamente Francesco non si farà dettare l’agenda dagli Stati Uniti. Peraltro, Francesco non ha molta simpatia per il «populista» Donald Trump, che, invece, ne riscuote non solo tra gli elettori cattolici, ma anche tra i vescovi americani che in gran parte faticano a sintonizzarsi sulla linea del Papa.
Francesco spera di rilanciare la sua azione con la sua terza enciclica che verrà firmata ad Assisi il 3 ottobre prossimo, ma anche questa si preannuncia gravida di ulteriori polemiche. Già dal titolo, «Fratelli tutti», che pur essendo una citazione del poverello di Assisi ha richiesto un articolo di Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani (altro anello di riforma della curia che non ha risparmiato siluramenti e dimissioni), per spiegare che il titolo non discrimina le donne.
Dicevamo in apertura che anche gli amici di papa Bergoglio si stanno organizzando verso il nuovo Conclave. La Comunità di Sant’Egidio, che ha lavorato moltissimo per l’elezione di Francesco, pare vada raccogliendo consensi tra i cardinali elettori per votare Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e profilo graditissimo all’ala liberal. Il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, altro papabile, appare in difficoltà, anche perché lo tsunami che ha attraversato la Terza loggia potrebbe bagnargli la veste, pensando anche al fatto che la resistenza al rinnovo delle finanze vaticane aveva proprio nella segreteria di Stato il suo fortino. Con propaggini all’Apsa e anche a Propaganda fide, retta fino al 2019 dal cardinale Fernando Filoni. L’ex capo della segreteria per l’economia, il cardinale George Pell, nominato da Francesco nel 2014 per fare pulizia e accentrare il controllo, conosce bene tutte queste cose. Ora, dopo l’assoluzione in Australia, è un uomo libero, e pare proprio che la prossima settimana tornerà a Roma dopo tre anni di assenza, magari per ricordare a tutti che se la Chiesa fosse una istituzione solo umana è molto probabile che sarebbe già finita.
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