«Padre Pio mi salvò da morte certa. Mi mostrò il Paradiso e divenne santo»
San Pio. Nel riquadro, Matteo Pio Colella (Ansa)

Una mattina di gennaio del 2000 a San Giovanni Rotondo, il Comune nella provincia di Foggia dove tutto parla di san Padre Pio, un bambino di 7 anni, Matteo Pio Colella, seduto al suo banco alla scuola elementare, si sentì male. Inizialmente si pensava potesse trattarsi di una brutta influenza. Tuttavia, nelle ore successive, la situazione precipitò. Quel malessere era dovuto a una meningite fulminante in rapido stato d’avanzamento.

Nove organi del suo organismo furono colpiti, un quadro clinico che, come ha constatato la commissione medica della Congregazione delle cause dei santi, lasciava scarsissime probabilità di vita, per non dire nessuna. Quel bambino, oggi trentatreenne, fu portato in coma farmacologico.

Nel corso di quei momenti, si potrebbe dire di «near death experience», ebbe una visione e una comunicazione con il mistico di Pietrelcina, località del Beneventano dove nacque e di cui portò sempre con sé il vernacolo, che non disdegnava per ammonire e rimbrottare monelli, confratelli («Mbé, guagliò, pùrtete buono», ossia «ragazzo, comportati bene») e anche Vip, come Pippo Baudo che, come ha testimoniato Renzo Arbore, cacciò da una visita perché scettico.

Il nome accessorio Pio era già nel destino di Matteo, giacché la madre, Maria Lucia Ippolito, assai devota al frate delle stimmate, della bilocazione e del profumo di fiori, volle affiancare al primo. Il bambino si risvegliò, guarito, un fatto inspiegabile per la medicina.

Dopo un breve periodo di riabilitazione riprese la sua vita normale, scuola e sport, procedendo verso la vita adulta. Il 2 maggio 1999 Padre Pio, al secolo Francesco Forgione, nato il 25 maggio 1887 e dipartito a San Giovanni Rotondo nel 1968, era stato proclamato beato dalla chiesa cattolica in seguito a un dichiarato miracolo.

L’inspiegabilità scientifica della guarigione di Matteo Pio Colella, definita nel 2001 dalla Santa Sede «rapida, completa, duratura», fu l’evento taumaturgico che sancì la santificazione del cappuccino dalla barba candida, formalizzata il 16 giugno 2002 sotto il pontificato di Giovanni Paolo II.

Matteo, ci racconti di te oggi?

«Con la mia compagna abbiamo un figlio di quasi un anno e mezzo, non ci siamo ancora sposati. Sono uno psicoterapeuta. Mi occupo della terapia multi-sistemica “Caputo-Ippolito” in acqua per ragazzi con disturbi dello spettro autistico. È una terapia che utilizza l’acqua come attivatore emozionale. Lavoriamo sulle aree relazionali, cognitive, comportamentali e senso-motorie del bambino».

Hai fratelli o sorelle?

«Ho un fratello, Alessandro, di quattro anni più grande di me».

Pio, il tuo secondo nome. I tuoi genitori te l’hanno dato in quanto già devoti a Padre Pio?

«Mia madre era già devota, mio padre no, diciamo piuttosto ateo. Almeno fino a prima di quanto mi succedesse. Sia io sia mio fratello dopo il primo nome abbiamo la virgola, ossia “Alessandro, Pio”, “Matteo, Pio”. E anche mio figlio, “Diego, Pio”».

Dopo il miracolo tuo padre ha cambiato prospettiva?

«Mio padre ha avuto un grande avvicinamento verso la Chiesa e adesso è molto frequentante. È medico alla Casa Sollievo a San Giovanni da circa 40 anni e quando passa davanti alla chiesa di Padre Pio entra sempre. Mamma insegna moda e design ma anche lei è psicoterapeuta».

Sei nato il 4 dicembre 1992 a San Giovanni Rotondo. Com’eri da bambino?

«Mia mamma racconta che ero abbastanza agitato. Appena ho iniziato a gattonare ho scavalcato la culla per andare in qualche altra stanza».

Conoscevi, da bambino, la figura di Padre Pio?

«Sicuramente lo sentii nominare perché andavamo nella sua chiesa, Santa Maria delle Grazie. Da bambino sentivo il fatto di andare in chiesa come una costrizione perché volevo andare a giocare con gli amici. In pratica non sapevo chi Padre Pio fosse e come fosse».

Il 20 gennaio 2000, 7 anni da poco compiuti, eri a scuola…

«Frequentavo la scuola elementare Francesco Forgione e già dalla mattina iniziai a sentirmi male. Mia madre mi portò lo stesso a scuola pensando stessi provando a mentire. Sono svenuto e quando mi sono svegliato avevo i giubbotti dei compagni di classe addosso, ero ghiacciato. Mia madre e mio padre mi vennero a prendere pensando a un’influenza. La febbre aumentava, papà e alcuni suoi colleghi mi monitoravano. Quando la sera mamma tornò dal lavoro mi diede un bacio sul collo e vide delle macchie. Mi portarono in ospedale. Arrivai sotto choc, con febbre a più di 40°. I miei genitori raccontano che durante questo stato di choc sono tornato lucido e dissi a papà: “Quando sarò grande voglio diventare ricco per dare tutto ai poveri”. Poi mi hanno messo in coma farmacologico, perché avevo una meningite fulminante con complicazioni in nove organi e un arresto cardiaco di più di 45 minuti che per un bambino di 7 anni significano morte certa, con problemi alla coagulazione del sangue e ferite sul corpo».

E durante il coma?

«Durante il coma, durato 11 giorni, ho sognato Padre Pio come da un buco in mezzo alle nuvole. Mi vedevo sdraiato sul lettino con a fianco un frate con il saio marrone e la barba bianca e dall’altro lato tre angeli, uno con la maglia bianca e le ali dorate e due in veste rossa con le ali bianche. Il frate mi teneva la mano e mi disse che non mi sarei dovuto preoccupare perché sarei presto guarito. La cosa incredibile è che lui mi parlava attraverso il pensiero. Quindi non muoveva la bocca ma io riuscivo a sentire la sua voce. Mi sollevò e insieme volammo fino a Roma. Riconobbi Roma perché ero stato un po’ prima a un parco divertimenti all’Eur dove mi portò mio zio Giovanni. Entrammo in un ospedale passando attraverso la finestra e c’era un bimbo sdraiato sul letto. Padre Pio mi chiese se avessi voluto guarirlo io e gli chiesi: “Come?”. Lui, tendendo le mani su questo bambino, mi disse: “Con la forza di volontà”. Poi mi sono risvegliato non so se a distanza di un giorno, mezz’ora, un’ora».

E quando ti risvegliasti?

«Ero un po’ in stato confusionale, aprivo e chiudevo la mano. Un’infermiera mi mise in mano un’immaginetta di Padre Pio e mi tranquillizzai».

Lo riconoscesti?

«Esatto. Dopo un po’ raccontai a mamma – con il tempo, perché avevo la tracheostomia – questa esperienza e riconobbi Padre Pio».

E il bambino dell’ospedale a Roma?

«Non siamo mai riuscito a capirlo, se fossi io e rappresentasse la mia forza di volontà, questo non so lo…».

Ricordi come ti sentivi durante la visione?

«La cosa che rimproverai a mia mamma quando mi svegliai – ero attaccato alle macchine, su un letto ghiacciato per far scendere la febbre, pieno di ferite e di tubi – è stata: «Scusa, io stavo bene, perché mi avete riportato qua?»».

Dopo il risveglio quanto sei stato in ospedale?

«Altri dieci giorni in rianimazione e poi 20 in pediatria».

Sul fatto che dicesti di voler diventare ricco per dare ai poveri…

«Ho iniziato a collaborare a 14-15 anni con questa associazione che lavora sull’autismo e poi studiando psicologia. Per ricco non intendevo economicamente ma forse ricco di sapere per poter aiutare gli altri e questi altri sono i ragazzi che seguo da anni con cui mi sento a mio agio».

Dopo la riabilitazione hai ripreso la tua vita normale?

«Sì, totalmente, dopo un periodo di guarigione delle ferite che sono diventate cicatrici, andando a scuola lamentandomi e poi a giocare a calcio con gli amici. Anni dopo maturai la consapevolezza di ringraziare. Per la vita come prima ringrazio mia mamma, mio padre, mio zio che mi hanno “normalizzato” dopo quello che è successo».

Padre Pio, oggi, cosa costituisce per te?

«Sono molto devoto e dico sempre “per me Padre Pio è un nonno” anche se è un frate. Cerco di essere il più cristiano possibile».

Diventando grande hai approfondito la sua biografia?

«Sì, mia mamma ci ha sempre raccontato aneddoti. Non è teologa, ma è come se lo fosse perché conosce la vita dei santi e poi mi sono sempre informato».

Padre Pio fu canonizzato per il miracolo legato al tuo risanamento.

«Non mi rendevo assolutamente conto. Per me il giorno della santificazione era importante perché feci la prima comunione in San Pietro. Poi capii che fu evento di caratura mondiale».

Il fatto di essere miracolato può essere cosa complessa da gestire…

«La normalizzazione avvenuta in famiglia mi ha permesso di crescere senza ansia e senza il rischio di diventare uno che “crede di essere qualcosa di più di tutti quanti noi”».

Dopo la guarigione sognò il frate santo?

«Sì, mi capitò due volte in quegli anni, dal 2000 al 2002 e comunque prima della santificazione. La prima eravamo in macchina e mi disse “dì alla mamma di essere forte”, la seconda lo vidi soltanto con un sorriso e poi non lo vidi più».

Pensi che avverta le preghiere rivolte a lui?

«Penso di sì. Mia madre, in quel periodo, fece pregare quasi mezzo mondo perché era l’unica cosa a cui si poteva aggrappare. Penso che pregare, chiedere, sia sempre lecito ma io dico sempre “non è la mia preghiera che cambia”. Molte persone mi hanno chiesto di pregare per loro e per la loro guarigione, ma è solo una preghiera in più e io la faccio sempre».

Hai in casa o porti con te una sua immagine?

«Ho sempre un rosario benedetto non da Padre Pio ma nella sua chiesa, cioè sono due rosari, uno di mia nonna e uno di mio nonno e tengo sempre la sua immagine nel portafoglio».

Racconterai a tuo figlio di lui e del miracolo?

«Quando vede le mie cicatrici dice “bua”. Ovviamente adesso non comprende perché le ho ma quando sarà più grande e mi chiederà “perché la bua?” glielo spiegherò. Se vorrà credere sarà una sua scelta che io rispetterò sempre, però la storia del suo papà la deve sapere».

Da non perdere

Sul fine vita i vescovi tradiscono papa Leone
Chiesa e fede

Sul fine vita i vescovi tradiscono papa Leone

Il pressing attribuito a Cei e Santa Sede per una legge sul fine vita si scontra con le parole di Leone XIV contro la morte programmata. Sullo sfondo, il dibattito sull’autonomia dei medici e sui certificati per i migranti destinati ai Cpr.