Il ruggito del Papa emerito ribalta la Chiesa
  • L’esplosivo documento di Benedetto XVI testimonia una sua attenzione ancora vivace e combattiva ai destini di San Pietro. Nelle sue parole riecheggiano anche i «dubia» dei cardinali. È un testo destinato a sconvolgere gli equilibri della Curia.
  • «L’Osservatore Romano» relega la notizia in fondo al giornale mentre sui social c’è chi intima al tedesco di stare «al posto suo».

Lo speciale contiene due articoli.

Il testo del papa emerito Benedetto XVI, in Italia divulgato ieri dal Corriere della Sera, è una chiara pagina di Joseph Ratzinger. Lo stupore può essere solo di coloro che non conoscono, o fingono di non conoscere, il pensiero di questo grande teologo. La sua è una dura requisitoria sulla vita della chiesa degli ultimi 50 anni; partendo dal dramma degli abusi Ratzinger svela alcuni punti che sono un pugno nello stomaco alla nouvelle vague teologico-pastorale anche di questi ultimi anni, tale da alterare gli equilibri di tutta la Chiesa per la potenza e l’autorevolezza.

Come ha scritto Massimo Franco sul Corriere, si tratta di «nuovi spartiacque» all’interno di un mondo cattolico già sfilacciato. «L’impressione», scrive ancora Franco, «è che dall’eremo vaticano nel quale vive dalle sue dimissioni del 2013, Benedetto XVI guardi già oltre questa fase; e oltre il pontificato dello stesso Francesco, al quale rivolge un accorato ringraziamento finale “per tutto quello che fa”».

Il primo elemento fragoroso per la Chiesa presente e futura del testo destinato alla rivista tedesca Klerusblatt mette il dito nella piaga della dottrina morale cattolica e del suo declino. Benedetto XVI ricorda come proprio questa rivoluzione si sia basata principalmente sulla cosiddetta liberazione sessuale, fino al «fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente».

Divorzio, contraccezione, aborto, fecondazione artificiale, matrimonio tra persone dello stesso sesso, e oggi utero in affitto, sono i passaggi storici di un pendio scivoloso che ha inciso anche sulla vita della Chiesa. L’idea cioè secondo cui «non poteva esserci nemmeno qualcosa di assolutamente buono né tanto meno qualcosa dì sempre malvagio, ma solo valutazioni relative. Non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio». All’orecchio allenato qui si sentono risuonare i famosi dubia che cinque cardinali presentarono nel 2016 a papa Francesco a proposito di alcune parti ritenute ambigue nell’esortazione Amoris laetitia: quella che, in alcuni casi, apre alla comunione ai divorziati risposati. Cosi domandavano i cardinali: «Continua ad essere valido, dopo l’esortazione postsinodale Amoris laetitia, l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II Veritatis splendor, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla tradizione della Chiesa, circa l’esistenza di norme morali assolute, valide senza eccezioni?».

«L’Enciclica» Veritatis splendor, scrive ora Ratzinger, «fu pubblicata il 6 agosto 1993 e in effetti conteneva l’affermazione che ci sono azioni che non possono mai diventare buone». Per Benedetto XVI, «ci sono valori che non è mai lecito sacrificare in nome di un valore ancora più alto e che stanno al di sopra anche della conservazione della vita fisica. Dio è di più anche della sopravvivenza fisica» e, dice, «il martirio è una categoria fondamentale dell’esistenza cristiana».

In quegli anni tra il Sessanta e l’Ottanta, come lo stesso Benedetto XVI aveva messo in evidenza nella sua lettera ai cattolici d’Irlanda nel 2010, si manifestava la crisi delle vocazioni e nei seminari. Non usa mezzi termini, il Papa emerito, e dice che «in diversi seminari si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari». Il problema dell’omosessualità, spesso sottaciuto e mai nominato nell’ultimo summit in Vaticano sugli abusi su minori, viene quindi rilevato come una realtà, e in qualche modo attesta di veridicità anche le diverse voci su di una possibile lobby gay giunta fino ai vertici della gerarchia (come messo in evidenza dal memoriale dell’ex nunzio Carlo Maria Viganò).

Più in generale il clima post conciliare si era fatto sentire su tutta la vita della Chiesa, anche sulla nomina dei vescovi e quindi sul loro rapporto con i seminari. Una falsa «apertura al mondo» come quella di «un vescovo, che in precedenza era stato rettore, [e che] aveva mostrato ai seminaristi film pornografici». Tutto si doveva fare «nuovo» e si rifiutava la continuità, al punto, annota Ratzinger, che «in non pochi seminari, studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio. I miei libri venivano nascosti come letteratura dannosa e venivano per così dire letti sottobanco».

Negli anni Ottanta la risposta al dilagare del problema della pedofilia non fu semplice. Un certo «garantismo» conciliare nei confronti degli accusati fu tale che «le condanne divennero quasi impossibili». Un sistema di omertà prese il sopravvento, e i casi dell’ex cardinale Theodore McCarrick e del fondatore dei Legionari di Cristo Marcial Maciel ne sono esempi di scuola. Fu proprio Ratzinger, sia da prefetto alla Dottrina della fede, sia come Papa, ad agire con prontezza e metodo. Attribuendo la competenza di questi gravi delitti all’ex Sant’Uffizio, scrive, «diveniva possibile anche la pena massima, vale a dire la riduzione allo stato laicale, che invece non sarebbe stata comminabile con altre titolature giuridiche».

Benedetto XVI senza mezze misure continua a denunciare il decadimento morale di una intera generazione, fuori e dentro la Chiesa. Ma il suo non è moralismo, né oscurantismo. Il Papa emerito va a quel radicale problema di Dio di cui tanto ha scritto nella sua vita. «Un mondo senza Dio non può essere altro che un mondo senza senso. Infatti, da dove proviene tutto quello che è? In ogni caso sarebbe privo di un fondamento spirituale. In qualche modo ci sarebbe e basta, e sarebbe privo di qualsiasi fine e di qualsiasi senso. Non vi sarebbero più criteri del bene e del male. Dunque avrebbe valore unicamente ciò che è più forte. Il potere diviene allora l’unico principio. La verità non conta, anzi in realtà non esiste».

È la critica alla dittatura del relativismo, vero architrave del pensiero profetico di Joseph Ratzinger. Una critica che ritroviamo, ad esempio, nella sua omelia della missa pro eligendo pontefice del 2005, ma in altre forme anche nel famoso discorso di Ratisbona del 2006 o nei suoi discorsi politici al Bundestag e a Westminster Hall. La Chiesa oggi, invece, sembra ridursi, scrive Ratzinger, a categorie politiche «persino per dei vescovi». Non c’è bisogno «di un’altra Chiesa inventata da noi. Quel che è necessario è invece il rinnovamento della fede nella realtà di Gesù Cristo donata a noi nel Sacramento» dell’eucaristia (altro tema, quello della partecipazione alla liturgia, caro a Ratzinger).

Il pensiero di Ratzinger si posa come un bisturi dentro al corpo ecclesiale e ne svela malattie putrescenti. Il punto è che tutto ciò lo aveva già detto e scritto in vari testi, alcuni veri e propri atti di magistero, raccogliendo però pochi consensi e molte avversità. Dentro e fuori la Chiesa. Ora ha deciso di tornare a ripeterlo, e ne vedremo gli effetti.


Da non perdere