- Fatale una crisi respiratoria, forse seguita da una cardiaca, poco prima delle dimissioni. Il Papa: «Prego per i suoi genitori» Il presidente del comitato etico dell’Iss: «Protocolli inquietanti. Non si può misurare la qualità della vita».
- Gli Evans affidano l’addio ai social: «Abbiamo il cuore spezzato. Ti vogliamo bene, ragazzo mio» Tribunali ipocriti: chi vuole staccare la spina ha automaticamente ragione, chi si oppone, invece, mai.
- Eliminare un disabile ricorda l’orrore nazista. L’Ue, sempre pronta a parlare di diritti, in questo caso tace.
- Il presidente del comitato etico dell’Iss, Carlo Petrini : «Protocolli inquietanti. Non si può misurare la qualità della vita».
Lo speciale contiene quattro articoli.
Alle 2.30 di sabato il cuore di Alfie Evans ha smesso di battere, raggiungendo così la morte, che medici e giudici inglesi hanno più volte definito il suo «miglior interesse». Da quando gli era stato staccato il ventilatore, alle 22.17 dello scorso 23 aprile, la battaglia diplomatica e legale della famiglia Evans per trasferirlo in un altro ospedale ha segnato una serie ininterrotta di sconfitte. Nonostante la cittadinanza concessa al bambino dallo Stato italiano e l’interesse diretto del Papa e della Santa sede.
La morte sarebbe stata causata da una crisi respiratoria, anche se non è chiaro se sia subentrata anche una crisi cardiaca. Comunque la morte è sopraggiunta perché Alfie è stato privato del ventilatore che lo aiutava a respirare; perché si voleva che Alfie morisse, visto che quel sostegno vitale era ritenuto dal giudice della Suprema corte, Anthony Hayden, «futile».
La madre Kate ha scritto: «Al nostro bimbo sono spuntate le ali intorno alle 2.30. I nostri cuori sono spezzati. Grazie a tutti per il sostegno»
Papa Francesco ha twittato nel pomeriggio di ieri, dicendosi «profondamente toccato dalla morte del piccolo Alfie. Oggi prego specialmente per i suoi genitori, mentre Dio Padre lo accoglie nel suo tenero abbraccio».
Nel frattempo il vescovo di Liverpool, Malcolm Patrick McMahon, scriveva sul sito della diocesi inglese che «dobbiamo ringraziare Tom e Kate per il loro innato amore per il loro figlio e lo staff dell’Alder Hey hospital per la cura professionale prestata ad Alfie». Anche davanti alla morte del bambino il vescovo ha continuato nella difesa dell’ospedale, quasi a sottolineare un fanatismo in chi, come anche l’ospedale Bambino Gesù di Roma o il Gaslini di Genova, chiedeva semplicemente di poter far scegliere alla famiglia dove accudire il proprio figlio. Il sistema inglese si è chiuso a riccio, sostenuto anche dall’atteggiamento pilatesco della Commissione europea e della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.
Secondo alcune indiscrezioni, pare che il caso fosse considerato a un passo dalla soluzione, per cui Alfie sarebbe potuto uscire dall’ospedale in breve tempo per tornare a casa. Da quanto trapela sembra che fino alla mezzanotte di venerdì tutto lasciasse pensare a una soluzione davvero vicinissima. Poi, appena due ore dopo, le cose sono precipitate. L’obiettivo è sempre rimasto quello di trasferire in Italia Alfie, probabilmente al Bambino Gesù, dove desideravano i genitori. Questo era il frutto dell’accordo che Tom e Kate avevano raggiunto con i medici giovedì mattina, promettendo in cambio di abbassare i toni nei confronti dell’operato dei sanitari.
Ieri l’ospedale ha diramato un comunicato in cui si legge che «questo è stato un viaggio devastante per loro (la famiglia Evans, ndr) e chiediamo che la loro privacy e la privacy del personale dell’Alder Hey siano rispettate». Una difesa d’ufficio ovvia, se non fosse che diversi medici in tutto il mondo hanno più volte sottolineato che quelle cure, nella fattispecie la ventilazione, non erano affatto «futili», né si potevano configurare come accanimento terapeutico.
Qualche giorno fa nel programma tv La Vita in diretta, Matilde Leonardi, neurologa dell’Istituto Besta di Milano, ha sottolineato la differenza: «Trovo una cosa gravissima la limitazione della capacità di decisione dei genitori su dove far assistere il proprio figlio. Mi è stato chiesto più volte dove è la differenza tra il sistema italiano e quello inglese. Loro sono molto bravi, hanno fatto molte indagini diagnostiche, e credo che il bambino sia stato trattato bene dai colleghi inglesi, ma c’è una grandissima differenza: in Italia un bambino del genere, quando non siamo in un caso di accanimento terapeutico, noi lo assisteremmo anche fosse per 20 anni. E lo assisteremmo anche se fosse di una nazionalità straniera. In Inghilterra hanno deciso, invece, che questo bambino deve essere soppresso per sentenza».
Il concetto di sostegno vitale «futile» poggia su quello di ritenere la vita di Alfie di scarsa qualità, un sentiero pericoloso che può condurre fino al burrone della barbarie.
Ieri alle 14.30 ora inglese l’Esercito di Alfie, il popolo che in questi giorni ha dimostrato davanti all’Alder Hey e nel mondo intero, è stato convocato ancora dalla famiglia del piccolo per una manifestazione pacifica con lancio di palloncini colorati. Un’altra manifestazione è stata convocata da Steadfast onlus a Roma per il prossimo 12 maggio, dalle 15 alle in piazza Bocca della verità. Proprio di verità in questa storia si sente tanto bisogno: caro Alfie da lassù continua a svelare i cuori e ad aprirci gli occhi.
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