Sul fine vita i vescovi tradiscono papa Leone
Papa Leone XIV (Getty Images)

Le vie del Signore saranno infinite, ma magari sono meno tortuose di quelle dei vescovi. Secondo La Stampa, «Santa Sede e Cei» sarebbero entrate in «pressing» sulla politica, affinché porti all’esame del Parlamento una «legge di buon senso» sul fine vita.

La tesi che il quotidiano torinese attribuisce ai «sacri palazzi» è, appunto, piuttosto contorta: la norma servirebbe sia a impedire il «fai da te» delle discipline regionali – in realtà, la Corte costituzionale ha già fissato i paletti – sia a prevenire la deriva della «morte programmata». Le gerarchie cattoliche italiane considererebbero questo approccio compatibile con il messaggio del Papa in Francia.

Le parole di Leone XIV sul fine vita

Soltanto che Leone XIV, nel suo discorso a Lourdes, rivolgendosi ai malati, è stato ben più netto: «Nessuna legge umana», ha tuonato, «deve farvi perdere la certezza della vostra dignità. Al contrario, è proprio in nome di questa dignità inalienabile della persona umana che la tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta».

Di più: «È impossibile considerare normale togliere la vita. Ciò che è legale non è necessariamente morale». Il pontefice, dunque, non si è limitato a ribadire che «la medicina non potrà mai farsi serva della morte programmata»; ha escluso che possa reputarsi accettabile un qualsiasi provvedimento che permetta di sopprimere un paziente. Il Santo Padre ha esortato, piuttosto, a «sviluppare senza sosta le strutture di cura palliativa e di ricerca».

È difficile capire in che modo l’insegnamento di Robert Francis Prevost si concili con l’opera di persuasione che starebbero portando avanti Conferenza episcopale e ambienti vaticani. I prelati saranno in buona fede. Ma non si rendono conto che gli argomenti da loro addotti scricchiolano.

La posizione della Cei sulla legge

Per monsignor Francesco Savino, numero due della Cei, la legge sul fine vita, addirittura, «non è più rimandabile», altrimenti si produrranno «prassi difformi e conflittualità tra territori».

Non è il motivo per cui il governo impugna le leggi delle Regioni e la Consulta ne ha bocciate, del tutto in parte, alcune? «La frammentazione», ha dichiarato inoltre monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia accademia per la vita, «rischia di esporre i soggetti più fragili e vulnerabili a pressioni psicologiche o alla sensazione di essere un peso, spingendoli verso decisioni estreme».

È vero il contrario: dove una legge viene approvata, col tempo le maglie si allargano. E i sofferenti vengono indotti a considerarsi di troppo. Il sistema sanitario finisce per essere incentivato, anziché a prendersene cura, a offrire loro una morte che viene spacciata per «dignitosa», liberazione da una vita definita «indegna di essere vissuta».

Gli esempi dall’Europa al Canada

Gli esempi, purtroppo, abbondano. In Europa, sono emblematici i casi dei Paesi Bassi e del Belgio. Nel Regno Unito è bastato imporre il principio del «miglior interesse» del minore, per legittimare l’eliminazione di bebè ritenuti incurabili dai dottori inglesi, ma che, quando sono stati trasferiti nei nostri ospedali, hanno trovato nuove speranze.

In Canada, alcuni episodi sono apparsi così grotteschi da diventare aneddotici: come quello, risalente a pochi anni fa, di un’ex atleta con disabilità che aveva chiesto all’azienda sanitaria statale un montascale, ricevendo in cambio una proposta di eutanasia. La teoria del piano inclinato ha trovato conferme pure in Australia.

Ovunque si comincia con una legge all’apparenza ragionevole; poi, pian piano, la linea rossa viene spostata sempre più in là. Finché si arriva a praticare iniezioni letali su minorenni malati o nonni depressi. È in simili contesti che si generano le «pressioni psicologiche» sui fragili, che giustamente preoccupano Pegoraro.

Il ruolo dei medici nel suicidio assistito

Dopodiché, è bizzarro che in Curia sorvolino sull’altra questione eticamente sensibile: l’impatto del suicidio assistito sulla natura della professione medica.

I camici bianchi giurano di «non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente». Una «legge di buon senso» dovrebbe preoccuparsi anche di scongiurare lo scenario in cui essi siano ridotti a funzionari del trapasso, a grigi «tanatocrati».

È l’angoscia manifestata dalla lettera che, ieri, hanno inviato a Quotidiano Sanità alcuni medici, commentando la vicenda dei dieci colleghi della Asl Roma 1, indagati per rifiuto e omissione di atti d’ufficio, violenza privata e persino tortura, perché avevano negato l’accesso al fine vita a Sibilla Barbieri, attrice e regista affetta da un cancro. «Il timore del contenzioso», osservano gli autori della missiva, «può condizionare il giudizio clinico, ridurre la serenità della valutazione e indebolire il rapporto di fiducia con il paziente. […] Non possiamo trasformare una scelta drammatica in un passaggio amministrativo-burocratico con tempi certi per la morte, chiedendo poi a noi medici di fornire la “prestazione”. […] La sfida non è contrapporre il diritto alla cura al diritto all’autodeterminazione, ma garantire che entrambi siano concretamente rispettati: senza ridurre il professionista a mero esecutore e senza lasciare il malato solo di fronte alla sofferenza».

Ci si aspetterebbe che un cattolico, specie un ministro del culto, colga certe sfumature. Di questa sensibilità, purtroppo, non si trova traccia nelle perorazioni per il fine vita. Ai monsignori, almeno, sarà chiara la differenza tra il Papa e Marco Cappato?

L’autonomia dei camici bianchi serve solo per tenere a spasso i clandestini?

Sul pianeta degli Unicorni il termometro del medico non misura la febbre ma la giustizia sociale. È uno strumento prezioso che non tutti hanno in borsa.

È il gadget del perfetto dottore progressista, quello che antepone alle malattie la propria visione del mondo, e indica il grado di sensibilità, di empatia con la persona che soffre dopo una lunga traversata. E chi soffre più del migrante clandestino avviato dalla legge dello Stato verso un freddo e impersonale Cpr? Nessuno.

Allora il termometro diventa bollente, il mercurio s’impenna, indicatore proto-clinico di malattie del corpo e dell’anima. Di conseguenza il bravo medico democratico decide che no, il nullaosta per quel «lager che calpesta i diritti civili» (disse Aboubakar Soumahoro, uno che teneva la Costituzione nella Vuitton della moglie) non va firmato. Anzi diventa gesto nobile creare in proprio un «certificato di umanità» per evitare il tragitto alla vittima dell’Occidente bianco e capitalista.

E nessuno può eccepire, nessuno può mettere in dubbio la bontà della diagnosi (o la diagnosi della bontà) perché nessuno – se non il dottore empatico – ha il diritto di giudicare lo stato di salute psicofisica del paziente.

Il caso dei medici indagati a Ravenna


Ciò che abbiamo descritto è la sintesi neppure troppo immaginifica della dura critica che gli avvocati difensori di alcuni dottori indagati a Ravenna (con l’accusa avere prodotto certificati fasulli) muovono al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, il quale davanti a reati presunti come falso ideologico, interruzione di pubblico servizio e associazione a delinquere, avrebbe la pretesa di istituire controlli più severi per evitare che lo strumento medico venga utilizzato come blocco amministrativo sistematico.

I legali parlano di «annuncio elettorale», di «campagna che calpesta la dignità dei medici» e ribadiscono che «la certificazione dell’idoneità o meno deve essere improntata al dovere di cura che presidia la professione sanitaria». Traduzione con ChatGpt gratuito: decidono i dottori e nessuno si intrometta.

L’autonomia professionale e le contraddizioni


Se fosse davvero così, sarebbe interessante sapere per quale motivo il medico assiso sull’antico e sul nuovo testamento della professione si era dimenticato di far valere le proprie prerogative costituzionali durante la stagione della «tachipirina e vigile attesa», oppure mentre venivano vaccinati con tre dosi i bambini, o ancora nei casi di suicidio assistito.

Dopo l’inchiesta su dieci medici romani per omissione d’atti d’ufficio e addirittura tortura, in una lettera a Quotidiano Sanità alcuni professori si lamentano perché «ai professionisti si chiede di valutare situazioni cliniche complesse in un quadro normativo in evoluzione e sotto la pressione di pazienti e familiari». Come dire: non è colpa nostra, prendetevela con la legge (che peraltro non c’è).


La contraddizione in camice è palese, non sfugge la richiesta di responsabilità individuale a targhe alterne. Oggi si chiede «libertà assoluta di diagnosi sui migranti» (e nessuno si permetta). Ma quando i dittatori del Covid, del green pass e della puntura a tappeto applicavano le loro politiche casuali a colpi di dcpm, tutti zitti, tutti allineati al socialismo sanitario con le porte degli ambulatori chiuse a chiave.

Allora la premiata categoria insultava, dileggiava, emarginava i pochi colleghi che coraggiosamente muovevano qualche critica al sistema. Valeva il dirigismo legislativo a spanne di Roberto Speranza con la benedizione cotonata di Roberto Burioni e del fratacchione Fabio Fazio. Allora per la categoria anche un premio Nobel come Luc Montagnier era diventato un rimbambito. Di più. Chi pretendeva di appellarsi al giuramento di Ippocrate e di far valere la «libertà di cura» era considerato un disfattista con lampi di fascismo sanitario. Sul pianeta degli Unicorni il termometro magico era rotto.

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