- Ammenda di 5.000 euro al gollista Nicolas Dupont-Aignan, che in un tweet aveva denunciato la «grande sostituzione». Per il procuratore «si tratta del primo e ultimo avvertimento: non si possono sdoganare pubblicamente le teorie razziste».
- Intanto, secondo una ricerca, i liceali sono sempre più radicalizzati: «Pronti alla violenza per l’islam».
Lo speciale contiene due articoli.
In tema di reati d’opinione, la Francia è sempre un Paese da seguire con attenzione, dato che su questo argomento, ormai da anni, Parigi fa scuola per tutta Europa. E si rabbrividisce nel pensare che, tra qualche tempo, possa accadere anche a un nostro politico ciò che è successo al gollista Nicolas Dupont-Aignan, su cui si è abbattuta una multa da 5.000 euro per il solo fatto di aver parlato di «invasione migratoria».
Dall’alto del suo patrimonio personale superiore ai 2 milioni di euro dichiarato nel corso delle presidenziali del 2017, il politico francese non finirà certo in mezzo a una strada a causa della sanzione, ma si capisce bene come in ballo ci sia una questione di principio piuttosto cruciale. Ex esponente dell’Ump, il partito di destra moderata di Nicolas Sarkozy, Dupont-Aignan ha fondato nel 1999 il movimento Debout la France, acquisendo una notorietà non solo nazionale per l’alleanza stretta con Marine Le Pen prima del secondo turno delle presidenziali che hanno incoronato Emmanuel Macron. Un passo politico rilevante, perché andato ad assestare una poderosa spallata al «fronte repubblicano» che da anni isola il Front national.
E, a voler pensar male, si potrebbe ipotizzare che il fatto di inchiodarlo a un reato puramente lessicale non sia privo di relazione con l’endorsement lepenista. Dupont-Aignan è stato condannato per aver twittato, il 17 gennaio 2017, la seguente frase: «I socialisti compensano il calo della natalità con l’invasione migratoria. Il cambiamento di popolazione è adesso!». Tanto è bastato per essere segnalato dalla Licra, la Lega internazionale contro il razzismo e l’antisemitismo. Da qui la condanna per «incitamento all’odio e alla discriminazione», arrivata mercoledì. I suoi avvocati hanno tentato invano di appellarsi all’immunità parlamentare, che i giudici hanno ritenuto non applicabile al caso in oggetto.
Non solo: le parole del pm vanno riportate per esteso, perché sembrano uscite da un romanzo distopico, stile il Campo dei santi, di Jean Raspail, o da qualche testo di satira del potere orwelliano antirazzista. E invece è tutto vero. «Abbiamo un responsabile politico di primo piano», ha sentenziato il magistrato, «candidato all’elezione presidenziale, che riprende tranquillamente, pubblicamente, una teoria complottista e razzista nata nei bassifondi dell’estrema destra francese all’inizio del decennio precedente. Non condannarlo significherebbe affermare che si possono aprire le porte al discorso razzista alla luce del sole». Il riferimento a questa mefistofelica teoria razzista che Dupont-Aignan avrebbe sdoganato chiama ovviamente in causa la «Grande sostituzione», concetto lanciato nel dibattito transalpino da Renaud Camus e a cui il politico gollista faceva indirettamente riferimento nel suo tweet.
Anche Camus, del resto, ha a suo tempo conosciuto le delicatezze della giustizia ideologizzata transalpina: il 10 aprile 2014, la diciassettesima camera correzionale del «tribunal de grande instance» di Parigi ha condannato lo scrittore a un’ammenda di 4.000 euro, più 500 euro come risarcimento da danni da versare al Movimento contro il razzismo e per l’amicizia tra i popoli. Sotto accusa il discorso tenuto da Camus il 18 dicembre 2010 all’Assise internazionale sull’islamizzazione. Secondo il tribunale, definire i musulmani come «soldati», membri di un «esercito di conquista», «colonizzatori», «invasori» significava operare «una stigmatizzazione di una rara forza». Il Mrap, l’associazione antirazzista che Camus ha dovuto risarcire, aveva parlato di «un avvertimento per tutti coloro che strumentalizzano le religioni di qualsiasi natura per esacerbare l’odio razzista». Un linguaggio minatorio che, non casualmente, ritorna anche nelle parole del procuratore nella causa contro Dupont-Aignan, che ha parlato di «primo, e speriamo ultimo, avvertimento».
Una preoccupazione paternalistica che appare piuttosto distante dalle asciutte prerogative di un tribunale di un Paese democratico. Di fronte a tale volontà «pedagogica», nulla hanno potuto gli avvocati dell’esponente politico, che peraltro hanno fatto notare come il tweet incriminato volesse fare una parodia di uno slogan di François Hollande: «Il cambiamento è adesso!». Del resto la parodia, in quanto linguaggio «opaco», non può essere più tollerata nel panopticon antirazzista che stanno costruendo a colpi di sentenze.
Adriano Scianca
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