In Gran Bretagna la sottosegretaria alle piccole imprese Kelly Tolhurst abbassa ulteriormente i tempi per saldare le fatture della Pa. Il confronto con l’Italia è impietoso: dopo le false promesse di Matteo Renzi nel 2014 gli arretrati sono ancora 57 miliardi. Adesso che arriva il reddito di cittadinanza c’è da augurarsi che gli esercenti vengano subito rimborsati. Non possono fare da bancomat allo Stato.

Cronache letteralmente da un altro mondo. In Inghilterra, il governo conservatore, attraverso la nuova sottosegretaria alle piccole imprese Kelly Tolhurst, ha annunciato un piano affinché i pagamenti verso le aziende fornitrici di beni e servizi, e dunque creditrici dello stato e degli altri enti pubblici, avvengano entro cinque giorni.

L’obiettivo, per le fatture in regola e non oggetto di contestazione, è che d’ora in poi entro cinque giorni avvenga ben il 90% dei pagamenti dovuti. Ma la cosa più sensazionale è la situazione di partenza: già oggi (ed è uno stato di cose considerato non soddisfacente dai contribuenti inglesi!) l’80% dei pagamenti avviene entro cinque giorni, e il resto entro un mese.

Soddisfazione è stata naturalmente espressa dai rappresentanti delle aziende. Mentre il governo britannico intende assumere anche altre misure su un altro versante: per incoraggiare la puntualità pure nei pagamenti tra privati.

Trasferendoci in Italia, il confronto è impietoso per almeno tre motivi.

Il primo è legato allo stato di cose esistente nel nostro Paese a proposito dei famigerati debiti della PA. Secondo una recentissima ricerca del “Centro studi Impresa Lavoro” (realizzata su elaborazione dei dati di Banca d’Italia, Eurostat e Intrum Justitia), nell’ultimo anno il tempo medio di pagamento da parte della Pubblica amministrazione è aumentato da 95 a 104 giorni. Ma la cosa più grave è il peso della situazione pregressa e tuttora irrisolta: in base alla relazione annuale presentata a fine maggio dalla Banca d’Italia, il totale dei debiti della Pa verso le imprese risulta essere di 57 miliardi di euro (tre punti e mezzo di Pil!), solo 7 miliardi in meno rispetto all’anno precedente.

Non c’è bisogno di sottolineare quanto questi ritardi pongano le imprese in crisi di liquidità, portandole a ulteriori esposizioni bancarie o a essere a loro volta inadempienti verso i propri fornitori privati.

Il secondo elemento da sottolineare è legato alle roboanti e indimenticabili dichiarazioni di Matteo Renzi, quando era premier. Nel marzo 2014, andò in televisione a promettere solennemente che, se non avesse risolto la situazione in pochi mesi, il 21 settembre di quello stesso anno sarebbe andato a piedi in pellegrinaggio al santuario di Monte Senario. Non si è più avuta notizia né dei pagamenti né del pellegrinaggio.

In compenso, proprio il governo Renzi gettò alle ortiche un’occasione più unica che rara per risolvere strutturalmente il problema. Nel 2014, prima che Renzi divenisse Presidente del Consiglio, e senza alcun suo ruolo nella vicenda (fu dunque beneficiario di un regalo politico), il Parlamento aveva infatti approvato a larga maggioranza una legge delega fiscale (che era dunque solo bisognosa di attuazione attraverso decreti delegati) in cui era tra l’altro contenuto il principio della compensazione tra i crediti vantati dalle imprese nei confronti delle pubbliche amministrazioni e le tasse dovute. In sostanza, si stabiliva che se un’impresa ha un credito verso lo Stato o un ente pubblico, ma per altro verso deve fare fronte a una successiva scadenza fiscale, debba poter essere messa nelle condizioni di incrociarli e compensarli. Ma il governo non si mosse, non trasferì il principio in un decreto delegato, e la delega si esaurì.Tra l’altro, la misura avrebbe avuto bisogno solo di una copertura minima, si potrebbe dire simbolica e prudenziale per la cassa, perché – in termini di competenza – sarebbe stata naturalmente coperta.

Il terzo elemento da considerare è di stretta attualità, e riguarda proprio il reddito di cittadinanza. Posto che la misura vada in porto, e posto che – com’è stato sostenuto – i cittadini beneficiari possano ad esempio effettuare i pagamenti attraverso una specifica card in un negozio o in un supermercato, quanto tempo ci vorrà affinché l’esercente, il negoziante, sia effettivamente pagato dallo stato? C’è da temere ulteriori ritardi? C’è davvero da augurarsi – al di là di ogni altra considerazione sulla misura – che il problema sia stato considerato, o che addirittura questa nuova esigenza possa indurre il governo a rimettere in campo soluzioni strutturali come quella della compensazione.

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