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Trump invoca la Nato, che risponde picche. Si sfilano pure i singoli Paesi chiamati in causa, inclusi Giappone e Uk. Berlino e Parigi interverrebbero a combattimenti finiti. Il tycoon deluso: «Nel bisogno non ci siete mai».
Un’«Armada» si è incagliata a Hormuz. Benché il comando statunitense continui a sciorinare i numeri degli obiettivi colpiti in Iran, Donald Trump non ha fatto proprio la figura del comandante di una spedizione trionfale, quando ha chiesto aiuto agli alleati per sbloccare lo Stretto. Con i soliti toni da smargiasso: la Nato avrà un futuro «molto negativo», ha minacciato l’altra notte, se i suoi membri non daranno una mano agli Usa. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha poi confermato che «il presidente sta parlando con i nostri alleati in Europa e anche con molti dei nostri partner nel Golfo e nel mondo arabo per incoraggiarli a fare di più. In particolare i nostri alleati della Nato», ha insistito, «devono fare di più».
Sbloccare il canale, in effetti, è soprattutto interesse degli importatori: anche Oltreoceano i carburanti sono aumentati, ma a differenza nostra, l’America è energeticamente autosufficiente. Eppure, quella di Trump è stata vox clamantis in deserto. Un po’ perché nessuno smania per entrare nel conflitto, nemmeno dalla porta secondaria; un po’ perché nessuno si fida del tycoon, la cui strategia d’uscita dall’inferno mediorientale è quantomeno carente. I «nemici» ai quali Teheran impedisce il passaggio nel braccio di mare confidano in un negoziato.
Pare dimostrarlo la dichiarazione di Antonio Tajani: «Credo che debba prevalere la linea della diplomazia». L’Italia aveva smentito l’indiscrezione del Financial Times, secondo cui Roma e Parigi avrebbero provato a scucire concessioni dall’Iran. Emmanuel Macron, con l’omologo Masoud Pezeshhkian, ha sottolineato che «la libertà di navigazione deve essere ripristinata al più presto». Boris Pistorius, il ministro della Difesa tedesco, ha manifestato interesse soltanto per «garantire diplomaticamente» i flussi navali. Trump, ieri, ha incalzato «i Paesi le cui economie dipendono da Hormuz». «Alcuni non sono entusiasti di aiutarci», ha ammesso. «E il livello di entusiasmo per me è importante». La maggior parte di quelli che aveva chiamato in causa gli ha risposto picche. Persino Israele è stato tiepido: «Non escludo nulla», ha tagliato corto l’ambasciatore all’Onu, Danny Danon, a chi gli domandava se sarà organizzata una scorta per le petroliere.
Dal segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, non sono arrivate reazioni. A escludere un ruolo della Nato ci hanno pensato l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas (Hormuz è «fuori dall’area di intervento» dell’organizzazione); il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul (la Nato non può «assumersi la responsabilità per lo Stretto di Hormuz»); il cancelliere, Friedrich Merz («La Nato non è stata affatto consultata, è un’alleanza di difesa e non di intervento, per questo mi auguro che ci si tratti reciprocamente con il necessario rispetto»); e Keir Starmer.
Sono rilevanti i distinguo della stessa Londra, che per prima aveva evocato una sorta di spedizione dei volenterosi a Hormuz. Ieri, il premier inglese ci ha tenuto a ribadire che il Regno Unito «non entrerà in una guerra a vasto raggio». Starmer ha comunque promesso che lavorerà a «un piano collettivo sostenibile». Il Guardian aveva parlato dell’invio di droni dragamine, piuttosto che di navi con personale a bordo. «Sono molto sorpreso» dal comportamento britannico, ha commentato ieri Trump, fiducioso però in un supporto inglese a Hormuz. Nel mondo anglofono, va registrato il niet dell’Australia.
La Germania, come ha annunciato Merz, non invierà navi nello Stretto finché saranno in corso le ostilità. Stessa posizione della Francia: stando al Financial Times, l’Eliseo entrerebbe in azione solo a guerra finita. Il tycoon è convinto che Parigi «aiuterà. Su una scala da zero a dieci, Macron si è comportato da otto. Non è perfetta, ma è la Francia. Non ci aspettiamo la perfezione». Anche la Grecia, che si era fatta avanti per difendere Cipro, stavolta ha dato forfait. I Paesi Bassi - da dove proviene Rutte - hanno promesso che esploreranno «quello che è possibile». Kallas aveva suggerito di «cambiare il mandato della missione» nel Mar Rosso. Tajani ha accolto la prospettiva di un suo rafforzamento, non di un allargamento a Hormuz. È la tesi che Giorgia Meloni, in serata, ha illustrato a Quarta Repubblica, osservando che mandare navi a Hormuz sarebbe « un passo avanti nel coinvolgimento» bellico.
L’Onu si è limitata a un no comment sull’ipotesi di guidare un’operazione nello Stretto. E nemmeno l’Asia si è mobilitata. Seul, domenica, aveva comunicato di voler valutare «con attenzione» la richiesta americana. Il Giappone si è sfilato. Poi c’è il Dragone, uno dei sette Paesi cui si era rivolto il tycoon. Pechino «dovrebbe dare una mano», ha rilanciato il presidente Usa, «dato che riceve il 90% del suo petrolio proprio attraverso lo Stretto». Sembrava che vagheggiare un rinvio dell’incontro con Xi Jinping sui dazi, previsto ad aprile, servisse per dare una spinta al regime. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, reduce da discussioni «costruttive» a Parigi con i cinesi, lo ha però smentito: se il bilaterale venisse spostato, sarebbe per motivi «logistici». La Cina ha reiterato la richiesta di «fermare immediatamente le operazioni militari». Il sospetto è che abbia concordato con Teheran qualche salvacondotto.
Ieri, una petroliera pakistana, con un carico di greggio di Abu Dhabi, è transitata da Hormuz, diretta a Karachi. Per Marine Traffic, ciò significa che già «alcune spedizioni selezionate potrebbero beneficiare di un passaggio sicuro negoziato». Non è peregrino pensare che le diplomazie occidentali siano all’opera per addivenire a soluzioni simili.
Trump ha affidato al segretario di Stato, Marco Rubio, il compito di elencare i Paesi disposti a collaborare a Hormuz. Ma è stizzito con gli alleati: «Non abbiamo bisogno di nessuno. Siamo la nazione più forte del mondo», ha tuonato, assicurando di averli interpellati all’unico scopo di vedere «come reagiscono». «È da anni che dico che se mai dovessimo aver bisogno di loro, non ci saranno». Alla loro diffidenza hanno però concorso parecchi elementi concreti: il retroscena sui calcoli errati del presidente, sicuro di sbrigare la pratica bellica prima che gli ayatollah potessero bloccare lo Stretto; la confusione operativa, con le incertezze sull’isola di Kharg, l’incredibile trasferimento di due natanti Usa, dotati di capacità di sminamento, dal Golfo persico alla Malesia, nonché l’annuncio ambiguo del tycoon, che sostiene di aver distrutto tutte le 30 posamine dell’Iran, ma di non sapere se alcuni ordigni siano stati già collocati sui fondali. Ieri, Bessent ha segnalato che gli americani stanno permettendo il passaggio ai tanker di Teheran «per rifornire il resto del mondo. Riteniamo che ci sarà un’apertura naturale da parte degli iraniani e per ora ci va bene». Chissà se miliardi di automobilisti, alle prese con i rincari, sono d’accordo.
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Crescono i dubbi sulle accise mobili: gli effetti sarebbero modesti. Allo studio bonus per famiglie con Isee sotto i 15.000 euro e sgravi per le aziende più esposte.
L’effetto della guerra sulle pompe di benzina si è visto subito (ieri il diesel ha toccato i massimi da 4 anni superando i 2 euro al litro), ma sulle bollette tutti si chiedono cosa succederà. Uno studio di Papernest.it spiega quanto di questi aumenti si rifletterà realmente nelle bollette dei consumatori. Secondo Arera metà delle famiglie italiane è esposta a variazioni dei prezzi del mercato nella parte più sensibile della bolletta perché ha sottoscritto contratti variabili, mentre l’altra metà non vedrà alcun cambiamento finché il contratto fisso non arriverà a scadenza (il contratto fisso ha la tariffa bloccata per la durata contrattuale che di solito dura dai 12 ai 24 mesi). In sostanza e oscillazioni giornaliere del mercato non si traducono subito in bollette più alte.
Le quotazioni tuttavia sono schizzate: il punto di rottura è arrivato il 4 marzo quando in sole 24 ore, le quotazioni di Luce (Pun) e Gas (Psv) sono schizzate rispettivamente del 32% e del 27%.
L’aumento non è solo teorico. Per una famiglia tipo il consolidamento di queste medie si traduce in esborsi significativi: per il 45,2% degli italiani (12 milioni di famiglie), se il trend persiste il rincaro supererà i 100 euro a trimestre. Insomma quello che abbiamo visto fin qui è nulla, ma c’è tempo per intervenire. Tempo che l’esecutivo sta prendendo per capire quali possono essere le mosse più efficaci, ma al contempo meno dannose per le casse dello Stato. La fretta d’altronde può creare problemi anche ai consumatori come suggerisce Papernest.it. Infatti abbiamo visto come durante la crisi del 2022, segnata dall’invasione dell’Ucraina, molti consumatori cambiarono tariffa proprio nel momento di massima tensione dei mercati, finendo per vincolarsi a prezzi «bloccati» su livelli altissimi. Questi contratti si rivelarono poi una trappola economica quando l’emergenza rientrò dimostrando che firmare un nuovo accordo nel pieno di un picco speculativo può essere più dannoso che restare con la vecchia tariffa. Passare al «fisso» secondo gli esperti è una mossa di difesa sensata solo se le previsioni indicano un rialzo strutturale e duraturo; al contrario, mantenere o scegliere il «variabile» conviene quando si scommette su una distensione dei mercati.
Intanto stanno uscendo le prime ipotesi di intervento per andare a tamponare l’emergenza immediata sui prezzi dei carburanti. Sulle accise mobili crescono i dubbi perché se da una parte si darebbe un segnale, dall’altra si crede che a fronte di una spesa ingente, gli effetti potrebbero risultare modesti. Per questo tutti i ministeri competenti sono al lavoro per arrivare a mettere sul tavolo altre proposte migliorative e concrete. Il governo sembra più orientato alla riedizione di un bonus anti rincari che dovrebbe andare a favore delle famiglie meno abbienti, cioè quelle con un Isee sotto i 15.000 euro e a sgravi fiscali per le aziende più esposte alla crisi. L’opposizione naturalmente rilancia sulle accise mobili, proposta che allo stesso tempo però resta convincente per il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani. I tecnici continuano a lavorare su un set di misure ampio anche se si pensa che prima di dieci giorni non arriveranno risposte concrete. Al momento si parla di possibili sgravi fiscali per le pmi, di un credito di imposta sul diesel riservato al comparto dell’autotrasporto. Il Tesoro, intanto, sarebbe in attesa di conoscere l’entità dell’extragettito Iva legato alla crescita del costo dei carburanti nelle ultime due settimane per capire se possa essere sufficiente per finanziare gli interventi sul caro energia. «Per quanto riguarda le competenze del mio dicastero dovremmo portare nel prossimo Cdm (ancora non calendarizzato, ndr) misure per iniziare a dare una scossa che mi auguro efficace alle conseguenze della guerra in Medio Oriente» commenta il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Misure che, aggiunge, «riguardano il costo dell’energia, quello di approvvigionamento di alcune materie prime critiche e i mercati di quei Paesi che per noi sono prioritari». Infine sottolinea: «In una prima fase penso sia importante realizzare misure per i ceti meno abbienti e per le imprese dell’autotrasporto. Pensiamo ad interventi mirati, più efficaci di quelli realizzati allo scoppio della guerra in Ucraina». Il vicepremier Matteo Salvini domani incontrerà in Prefettura a Milano i rappresentanti delle principali compagnie petrolifere per fare un punto sul caro gasolio e benzina.
L’incertezza dell’esecutivo tuttavia diventa un terreno spianato per le opposizioni. «Il costo di questa guerra in questi 16 giorni gli italiani lo stanno già pagando. Il Codacons l’altro giorno ha detto che ogni giorno di questa guerra sta costando 16 milioni e mezzo soltanto sui carburanti. Noi abbiamo fatto una proposta su questo al governo, abbiamo chiesto di attivare le accise mobili» ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein. Critico anche il M5s: «Se tutto va bene, l’interventino annunciato per autotrasportatori e famiglie fragili arriverà non prima di dieci giorni. Tanto, che fretta c’è».
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Andrea MIrenda (Imagoeconomica)
Da oltre vent’anni, dentro il Csm decisioni, incarichi, carriere e trasferimenti sono fortemente condizionati dallo strapotere di gruppi organizzati con chiara postura da partito: destra, centro e sinistra giudiziaria.
Parlo a voi come cittadino, come magistrato, come membro del Csm. Lo voglio fare con parole semplici. Su questo referendum si stanno dicendo da ogni parte - troppe cose, spesso in modo distorto o catastrofico. Io penso, invece, che l’unica via giusta e corretta sia guardare al testo della riforma, per ciò che è, senza paure e senza slogan.
È semplicemente falso, allora, che questa riforma metta in pericolo l’indipendenza della magistratura. Nessuno del Fronte del No saprà indicarvi una sola norma in tal senso, salvo inondarvi di un fiume di chiacchiere, inversamente proporzionale alla sostanza. Le garanzie previste dalla Costituzione restano intatte: viene espressamente sancita l’indipendenza sia del giudice, finalmente terzo, che del pubblico ministero. Altro che controllo della politica!
Il vero problema che questa riforma prova ad affrontare è un altro: il sistema delle correnti.
Da oltre vent’anni, dentro il Csm, le decisioni più importanti - incarichi, carriere, trasferimenti, disciplinari - sono fortemente condizionate da gruppi organizzati con chiara postura da partito: destra, centro e sinistra giudiziaria. Le correnti sono potenti associazioni private, estremamente radicate, capaci di controllare ogni aspetto della vita professionale del singolo magistrato. Intuibile, allora, il potere di costoro di mettere in ginocchio la magistratura attraverso promesse, minacce, favoritismi, accordi opachi tra gruppuscoli, ritorsioni, specie verso i «cani sciolti». La perdita di credibilità che ne deriva è sotto gli occhi di tutti: Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e, per finire, il nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella, hanno severamente stigmatizzato questi metodi improntati a modestia etica.
Il sorteggio serve, allora, a eliminare questo potere parallelo ed è naturale che chi lo detiene vi dica di votare No: non puoi chiedere alla malattia di indicare la cura e ai tacchini di preparare il pranzo di Natale.
Il sorteggio sceglie persone a caso, ma impedisce che tutto sia deciso prima, nelle stanze segrete delle correnti politicizzate.
Chi viene sorteggiato non è meno serio o meno competente di un eletto: è un magistrato come gli altri, che risponde solo alla legge e alla propria coscienza, naturalmente capace di affrontare i processi di chiunque, in qualunque materia, anche la più drammatica. Che, poi, gli «eletti» al Consiglio non siano stati, per ciò solo, «i migliori», lo dicono chiaramente i troppi scandali cui costoro hanno dato vita.
Se volessimo davvero i migliori al Csm, al netto della vuota retorica sulle speciali caratteristiche per far cosa non si sa, si dovrebbero fare concorsi, non certo elezioni.
Un altro punto fondamentale è la separazione netta tra giudici e pubblici ministeri. Oggi giudici e pm decidono reciprocamente sulle rispettive carriere. Questo non è sano. Non lo è per loro né per i cittadini. Rendere questi ruoli più distinti accrescerà la professionalità del pm davanti a un giudice reso ancora più autorevole dalla vera terzietà, con sicuro aumenta della fiducia generale nel processo.
Lo stesso vale per il sistema disciplinare. Non è corretto che le correnti che governano le carriere siano, nello stesso tempo, anche giudici di coloro che amministrano: questa è la realtà. Serve, anche qui, un giudice disciplinare davvero terzo, come accade in ogni sistema equilibrato. Questo non significa vendetta, né velleità di punizioni di massa: semplicemente trasparenza e credibilità. Si dice spesso: «I magistrati già vengono puniti». Ma rispetto a cosa? Moltissimi procedimenti vengono archiviati prima ancora di arrivare davanti a un giudice e l’intera filiera disciplinare, dalla Procura generale al ministero, passando per l’Ispettorato generale e la Sezione autonoma di disciplina, rivela un minimo comune denominatore: la trasversale e tutt’altro che marginale presenza di magistrati sensibili al correntismo. La vera trasparenza ci sarà solo quando anche le archiviazioni disciplinari saranno autorizzate da un organo giudicante imparziale, al pari del giudice delle indagini preliminari.
In questa campagna referendaria i toni sono diventati eccessivi, non c’è alcun dubbio. Si è parlato di giudici sotto la politica, di colpi di Stato, di fine della giustizia, di complotti, di minaccia alla vita dei cittadini. Per l’arrivo degli alieni ci stiamo attrezzando. Tutto allo scopo di disinformare e non far capire. La riforma va giudicata per quello che dice, non per le intenzioni che taluno le attribuisce. E se è vero che essa non risolverà tutti i problemi della giustizia, va anche detto che nessuna riforma, da sola, potrà mai farlo. Credo, però - da cittadino, da magistrato e da membro del Csm - che sarà quel grande passo avanti, nella giusta direzione, che gli Italiani attendono da vent’anni a questa parte. Un passo nobile, per rendere la magistratura più credibile, più trasparente e più vicina ai cittadini. La paura è incomprimibile sentimento umano, ma tocca alla ragione governarla attraverso il peso degli argomenti. E la ragione, leggendo il testo revisionato, non trova alcun motivo vero per temere la perdita di indipendenza della magistratura. Trova, invece, strumenti per correggere storture evidenti che, chi dice No, finge di non vedere.
Per questo, con convinzione e senza polemica, voterò Sì. Liberare la magistratura dalle correnti sarà un nuovo 25 Aprile!
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True
2026-03-16
Capelli più luminosi e volto senza rughe. Il segreto della bellezza in una federa di seta
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Mascherine per la notte, pigiami, lenzuola, guanti-spugna per la doccia... Vanno a ruba i prodotti realizzati con questo materiale. E il nostro corpo ringrazia.
Tempo fa, non ricordo se in occasione della Festa della Donna l’8 marzo o San Valentino il 14 febbraio, ho letto una pubblicità che sollecitava gli uomini a regalare alla propria amata una bella… federa di seta! In generale, una federa di seta è certamente migliore di una di poliestere, ma mi domandavo che senso potesse avere un regalo composto da una sola federa, considerato che nel letto matrimoniale i cuscini sono due. Inoltre, la biancheria da casa di solito si regala (più in passato, oltretutto, che oggi) alle ragazze per comporre il proprio corredo. Regalare biancheria da casa, in generale suppellettili oppure elettrodomestici, da molti e molte oggi è considerato offensivo: la donna non è donna di casa e regalarle cose di casa vuol dire infrangere il politically correct per il quale la donna di oggi deve immaginarsi solo extradomestica. Tornando a bomba, dopo ho ricordato e capito. La seta fa bene ai capelli. E alla pelle.
La seta è una fibra naturale proteica di origine animale, da insetti dell’ordine dei lepidotteri, di solito specie Bombyx mori, o specie della famiglia Saturniidae. Il baco tesse il suo bozzolo e con quel bozzolo si fa la seta (il bozzolo può essere di 5 colori). La produzione serica in Cina risale al 7000 - 6500 a.C. sebbene gli imperatori cinesi non volessero diffondere la cultura della sericoltura, con l’emigrazione degli allevatori in Oriente la produzione della seta oltrepassò la Cina e giunse anche in Europa. Dal XII secolo l’Italia fu la maggior produttrice europea di seta ed è rimasta un grande polo fino al secolo scorso. Attualmente, sericoltura e gelsicoltura, collegata alla produzione della prima, hanno subito un gran calo in Italia, sebbene alcuni poli produttivi stiano provando a ripristinare almeno in parte la produzione. Il baco da seta emette un filamento, lungo da 350 m a 1 km, con cui forma il bozzolo, che gli è necessario come protezione durante la sua metamorfosi. Questo filamento è formato da due bavelle di fibroina (circa 72% di peso) avvolte nella sericina (circa 22%), concludono il tutto vari sali minerali. La sericina si elimina dal filamento detto seta cruda con la sgommatura. Se si elimina tutta la sericina, il filamento ottenuto si chiama seta cotta, se viene eliminato solo in parte, otteniamo la seta souplé. Da 100 kg di bozzoli si ricavano 20/25 kg di seta cruda e 15 kg di scarti, con termine tecnico detti cascame. Sono fatti con filato di seta il taffetà, il raso, il velluto di seta, l’organza, lo shantung. Col filo di seta si sono sempre realizzate calze da donna, che oggi sono un’eccellenza meno diffusa, soppiantate da quelle in fibra poliammidica, ma (per fortuna) ancora esistente. La seta è traspirante e per la sua mano liscia risulta molto «fresca» sulla pelle in estate.
Complice l’aumento del costo della vita, la seta è uscita dal portafogli di molti già come materiale di una camicetta. Eppure, complice invece l’aumento del narcisismo e l’espansione della globalizzazione che portano in occidente, in primo luogo attraverso il nuovo mercato che è internet, prodotti realizzati in oriente e sud del mondo a costi competitivi, la seta è esplosa presso il pubblico come materia prima di manufatti della cosiddetta beauty routine. Sia nei negozi on line, sia nei negozi fisici si possono trovare non solo pacchetti regalo con la famosa federa di seta, ma anche tanti altri ausili di bellezza della vasta costellazione della seta a uso della nostra bellezza: mascherine per la notte, pigiami, maxi bigodino per boccoli, elastici per i capelli (gli scrunchy), lenzuola, guanto-spugna per la doccia, salvietta struccante. Il kit più gettonato è il cosiddetto night beauty routine composto da maxi bigodino per boccoli, elastici per fissare i capelli al maxi bigodino, cuffia per i capelli, mascherina, federa.
Questi kit e con essi questa nuova esigenza di abboccolare i capelli sono bisogni creati da una visione commerciale. Una visione commerciale che però, va detto, ha avuto successo: quando un nuovo prodotto riesce a creare un nuovo bisogno vuol dire che la visione creativa era più che valida, non ci troviamo di fronte a una «truffa». Che la seta faccia belli e faccia bene a capelli e pelle non v’è dubbio.
La seta sui capelli, infatti, è probabilmente il miglior materiale che si può usare. Non ci sono solo le cuffie o i turbanti da notte per avvolgere i capelli. Esiste anche il sottocasco in seta. Non sono solo le donne a concedersi beauty routine, come si vede, e consigliamo a chiunque indossi caschi per motociclo di usare sottocaschi in materiali naturali, seta in primo luogo. Il rapporto tra seta e capelli, infatti, è ideale. Innanzitutto, la seta è molto liscia. Per mano di un tessuto si intende la sensazione che lascia al tatto in termini di sofficità, morbidezza e voluminosità. La mano della seta è suadente. La seta è molto liscia e questo riduce l’attrito tra capelli e tessuto della federa durante la notte. Quell’attrito con una federa di cotone o, peggio, di poliestere, fa diventare i capelli crespi e fa venire i nodi. Immaginate di strofinarvi sui capelli, su e giù, verso destra e verso sinistra, un tessuto duro o comunque non liscio come la seta. Fate una prova strofinandovi i capelli con un telo di cotone e in effetti li vedrete diventare come se li aveste cotonati. Riducendo lo sfregamento, la federa di seta limita anche la rottura dei capelli e la formazione di doppie punte. La seta ha anche effetto idratante. Un effetto indiretto. Poiché la seta, diversamente dal cotone, non assorbe gli oli naturali dei capelli e la loro idratazione, giorno dopo giorno i capelli risultano meno secchi di come sarebbero dormendo sulla federa di cotone. Oltre ad agire senza amplificare la naturale fragilità e tendenza a seccarsi dei capelli, la seta li nutre. La struttura della seta, ricca di sericina, questa proteina che è affine alla cheratina, fornisce nutrimento e protezione al fusto del capello, rendendolo più luminoso. Tutti questi input della seta sui capelli durante la notte aiutano anche a preservare la messa in piega. Volendo, si possono mettere i bigodini normali, oppure quello maxi da notte, anche durante il giorno. Poi ci si potrà avvolgere intorno non tanto la classica retina tieni bigodini, ma il turbante di seta, per un trattamento completo di bellezza mentre si fa altro (in questo caso, meglio asciugare bene i capelli prima di mettere i bigodini o, se sono umidi, passare il phon prima di infilare il turbante).
Anche la pelle si giova del dormire tra lenzuola di seta e piumoni letto con teli di seta e anche imbottitura in seta, totale, o parziale accanto alla piuma d’oca. È bene dormire tra la seta magari indossando pigiami di seta (c’è anche la biancheria intima di seta, slip, culotte, boxer, biancheria intima pregiata e foriera di benessere, per uomo e per donna, ci sono anche le calze di seta, le sottovesti di seta, le maglie intime di seta o di seta e lana, che sono nate proprio per scongiurare il pizzicore che ad alcuni potrebbe dare la pura lana). Il nutrimento da sericina non funziona solo per i capelli. Vale anche per la pelle. Così come vale l’assenza di attrito a causa della mano molto liscia del tessuto che non sfrega la pelle stressandola e rubandole la propria naturale idratazione fatta in primo luogo di sebo. Secondo alcuni, sfregare la pelle del viso sul cuscino di cotone non solo disidrata la pelle, ma è un attrito responsabile delle «pieghette» sul viso al risveglio, essendo il cotone un tessuto più duro della seta. Peggio ancora con tessuti ancor più duri. Dormire sulla federa di seta aiuta il viso a svegliarsi più liscio e anche più nutrito perché l’impatto della sericina avrebbe effetto antirughe sulla pelle.
La biancheria da letto di seta aiuta anche a regolare naturalmente il calore in inverno e ad espellerlo in estate. La seta, infatti, è molto traspirante. Ha una buona igroscopicità, infatti assorbe umidità (per esempio, il sudore sotto le ascelle se indossiamo una camicia di seta in un ambiente a 40 °C) fino al 30% del suo peso e la fa evaporare velocemente. Per le notti estive senza aria condizionata, le lenzuola di seta sono l’ideale. Ma lo sono anche in inverno, magari accompagnate da un piumino in seta. Nonostante il fatto che sia molto leggera, la seta funziona come isolante termico naturale molto performante. La sua struttura fibrosa, cava o porosa se guardata al microscopio, intrappola l’aria, isolando dall’aria fredda esterna e creando un microclima costante tra corpo e coperta che trattiene il calore corporeo durante l’inverno. E che, all’inverso, in estate, senza coperta, con solo lenzuola, ferma il calore ambientale mantenendo il corpo ad una temperatura più fresca. Inoltre, la conducibilità termica, cioè il livello di trasmissione di alto calore a basso calore, della seta è bassa. Grazie a tutte le caratteristiche viste e anche a questa bassa conduzione termica, la seta è un tessuto perfetto per tutte le stagioni, in grado di mantenere il corpo fresco in estate e caldo in inverno.
Pensate che questa capacità di isolamento si esplica anche coi suoni: dotata di capacità di assorbimento acustico, sempre grazie alla sua porosità, la seta viene usata anche per realizzare tende insonorizzanti.
La seta è anche ipoallergenica e perciò adatta a chi presenta sensibilità epidermica e conosce bene problemi come eczemi, eruzioni cutanee, occhi gonfi, naso chiuso e gli svariati altri effetti dell’esposizione ad agenti irritanti. Muffa, batteri e insetti ne stanno lontano. La sericina, infatti, funziona come repellente naturale e tiene lontani insetti (acari compresi), batteri e muffa.
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