La verità sui vaccini fa paura. L’Ue la tiene ancora nascosta
Ursula von der Leyen (Ansa)

Pesa il timore di dare argomenti alla destra durante la campagna elettorale per le Europee. E in Italia oggi Pd e 5 stelle tentano di boicottare la commissione d’inchiesta con emendamenti che mettano al riparo i governi.

Non dicono la verità sui vaccini perché hanno paura. Hanno paura di dimostrare che hanno sbagliato, tutti: l’intero arco costituzionale che ha dato vita alla maggioranza Ursula e che, politicamente, ha messo la firma sulla gestione della pandemia. Ma anche paura di offrire argomenti alla destra, che ora, con il lavorio di Giorgia Meloni, sta provando a rompere l’infausto inciucio e a propiziare un’alleanza conservatori-popolari alle prossime Europee.

Insabbiare per timore di perdere le elezioni. Questa, almeno, è la spiegazione che ha dato Politico delle ultime reticenze della commissione d’inchiesta sul Covid del Parlamento Ue (comitato Covi), guidata dalla socialista belga Kathleen Van Brempt. La testata ne deplora addirittura il «naufragio»: nella relazione finale, infatti, il gruppo ha minimizzato la questione della scarsa trasparenza sui contratti per i vaccini, sostenendo che essa è stata «in parte giustificata dal rispetto per il diritto alla confidenzialità». In pratica, siccome Pfizer e le altre multinazionali pretendevano negoziati e contratti segreti, pur di ricevere le dosi, Bruxelles è stata alle regole. Le loro. Gli interessi di Big pharma prima di quelli dei cittadini.

alla chetichella

L’organismo dell’Europarlamento avrebbe dovuto spingere la Commissione a svelare l’arcano e, magari, a tirare fuori le carte. Invece, è finita con un paio di incontri alla chetichella. Alcuni onorevoli – la Van Brempt stessa e i capigruppo dei partiti – convocati da funzionari dell’esecutivo in due occasioni (26 e 30 maggio), per ragguagli sulle modifiche al terzo contratto con Pfizer. Quello da oltre un miliardo di dosi. Quello per cui Ursula von der Leyen e l’amministratore delegato dell’azienda, Albert Bourla, avrebbero preso accordi tramite messaggi. Si tratta di conversazioni che parecchi vorrebbero leggere, a cominciare dal difensore civico dell’Ue, Emily O’Reilly. E che, invece, sono sparite nel nulla. La presidente della Commissione le avrà cancellate per non intasare la memoria del cellulare?

Comunque, in entrambi questi vertici, ai parlamentari è stato imposto il massimo riserbo. È stato chiesto loro, ricorda Politico, di sottoscrivere «solenni dichiarazioni» che li impegnavano a non spifferare i dettagli del confronto, benché non siano stati mostrati i contratti aggiornati, ma siano state solo fornite spiegazioni verbali. È comprensibile che, pur di ricevere informazioni, gli eurodeputati abbiano accettato le condizioni. Una fonte, rigorosamente anonima, ha poi svelato a Politico qualche particolare. Ad esempio, che in virtù della revisione invocata dagli Stati membri, anziché 450 milioni di dosi nel 2023, ce ne arriveranno 260 milioni in quattro anni. Non è noto, però, se sia stata confermata l’ennesima clausola capestro, anticipata settimane fa dal Financial Times: l’obbligo di pagare una penale per le fiale che non intendiamo più ricevere. Che volete, a Bruxelles hanno il fiuto per gli affari.

Dagli unici rappresentanti che, mediante il voto, incarichiamo direttamente di andare in Europa per nostro conto, ci aspetteremmo che tampinassero senza requie la Commissione. Le premesse erano ottime: quando, sulla Verità, avevamo intervistato la Van Brempt (il 13 febbraio scorso), la numero uno dell’eurocommissione d’inchiesta ci era apparsa risoluta. Aveva bacchettato Bourla per il rifiuto di recarsi in audizione; e aveva parlato esplicitamente di «irregolarità nel modo in cui è stato negoziato il terzo contratto con Pfizer». Eppure, raggiunta da Politico, l’esponente socialista ha indossato la divisa da pompiere, sottolineando che l’Hera, l’Autorità per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie, ha manifestato la volontà di aggiornare gli onorevoli sullo stato delle trattative con i colossi farmaceutici e che ciò è positivo. Certo, la politica belga ha ribadito che questo «non risolve la più ampia questione della mancanza di trasparenza» sui contratti. Peccato che il report del comitato che lei dirige non abbia proprio dei toni incalzanti. Politico, giustamente, rileva che «i riferimenti alla trasparenza sono stati annacquati, forse per il bisogno di non consegnare altre cartucce ai gruppi di estrema destra». Già, quelle si mandano soltanto a Kiev.

La commissione d’inchiesta vorrebbe, sì, l’accesso illimitato ai documenti siglati da Bruxelles e Big pharma «senza alcun ulteriore ritardo». Ma per farne un uso interno. Il pubblico si arrangerà. Li consulterà «quando sarà legalmente possibile».

anni di opacità

È una bella gabola. In effetti, non possiamo sapere quanto sia lungo il vincolo di riservatezza stabilito contrattualmente; potrebbe persino durare decenni. Sulle conclusioni del comitato Covi si voterà questo mese. Al contrario, potrebbero passare anni prima che ai cittadini europei e alla stampa, che proprio la Corte di giustizia dell’Ue ha definito «cane da guardia» della democrazia, sia spiegato in che modo sono stati spesi miliardi di fondi pubblici. Anni, prima che la verità venga a galla. Ammesso che agli eurodeputati sia permesso guardare i contratti privi di parti sbianchettate, che uso dovranno fare delle informazioni raccolte? Firmeranno altre «dichiarazioni solenni» che li costringono a starsene muti? Lasceranno trapelare di soppiatto qualcosa sui media, purché non si sappia che sono stati loro a cantare? Dopodiché, cosa racconteranno agli elettori, dai quali pretendono la riconferma? Che bisogna attenersi ai patti con Pfizer & c.? Che era meglio tenere la bocca chiusa, per fare un dispettuccio alla destra?

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