«Non entro nel merito della scelta del Comune, ma per quanto è di mia competenza posso garantire che abbiamo rendicontato tutto in modo regolare, tant'è che dal Collegio di garanzia elettorale della Lombardia non ci è stato mosso alcun rilievo». Rintracciato dalla Verità, il mandatario elettorale di Beppe Sala per l’ultima competizione elettorale (per la verità lo è stato anche in quella precedente) Luigi Di Marco, commercialista milanese, non si sottrae. «Ho letto gli articoli», esordisce. Ieri questo giornale ha pubblicato un lungo resoconto della battaglia per la trasparenza sui finanziamenti elettorali ingaggiata da Luigi Corbani, ex vicesindaco del Comune di Milano in quota Pci ai tempi di Paolo Pillitteri, con il segretario generale municipale che ha messo a disposizione i resoconti delle donazioni degli sponsor del sindaco completamente omissati. L’unico dettaglio in chiaro sono le cifre: tra i 10 e i 30.000 euro, per un ammontare totale di 217.903,39 euro, come dichiarato dallo stesso Sala nel ciclostilato che recita letteralmente: «Sul mio onore affermo che la dichiarazione corrisponde al vero». E perfino il nome del mandatario elettorale risultava oscurato. «Ma noi», spiega ora il mandatario, «abbiamo dato parere positivo a ogni richiesta di accesso e non ci siamo sottratti ad alcun controllo». L’ultima richiesta, ricorda Di Marco, è di dicembre. E i tempi coincidono con l’istanza inviata via Pec da Corbani al Collegio di garanzia elettorale lombardo. La cui presidente, Carla Romana Raineri, gli ha risposto che per ragioni di «opportunità» la documentazione sarebbe stata chiesta al diretto interessato, ovvero Sala, per quanto questa, come sottolinea Corbani non sia la prassi. Ora, stando alle affermazioni di Di Marco, Corbani otterrà la documentazione (si spera questa volta finalmente senza passaggi censurati). La scelta di passare il pennarello nero su dati e nomi rendendoli illeggibili sarebbe quindi addebitabile al Comune. «Non entro nel merito di questa scelta», ripete Di Marco, «so solo che abbiamo depositato tutto nei termini e senza omissioni, quindi gli accostamenti con il caso di Alessandra Todde (il governatore pentastellato della Regione Sardegna dichiarato decaduto proprio per i pasticci nelle rendicontazioni, ndr) per noi non sono pertinenti». «Le dichiarazioni e i rendiconti», informa il Collegio di garanzia elettorale della Corte d’Appello di Milano, «si considerano approvati qualora il Collegio non ne contesti la regolarità all’interessato entro 180 giorni dalla ricezione». È ovvio però che non è possibile effettuare alcuna ulteriore verifica, rispetto a quelle formali eseguite dai funzionari della Corte d’appello, davanti alla barriera posta con il muro di omissis, il che al momento rende la difesa d’ufficio alquanto inefficace. Ma, precisa Di Marco, «io di solito entro in campo proprio quando c’è una richiesta di trasparenza». La palla insomma torna nel campo municipale. Il segretario generale del Comune di Milano, Fabrizio Dell’Acqua, che un pezzo alla volta, tre anni dopo le elezioni, ha messo a disposizione un link nell’area Trasparenza del sito web del Comune con gli atti senza informazioni, incalzato da Corbani, ha risposto facendosi scudo con una richiesta di parere all’Anac. La questione, a sentire il dirigente comunale, sarebbe legata alla «disomogeneità con cui le diverse amministrazioni hanno ottemperato all’obbligo di legge». E che ci sia un obbligo di legge è fuor di dubbio. Tant'è che Corbani nel suo carteggio indica legislazione e regolamenti, compresi quelli del Comune di Milano. E sostiene che «la pubblicazione delle dichiarazioni e dei rendiconti elettorali è prevista perché i costi siano alla luce del sole e, di conseguenza, appaiano evidenti e verificabili i comportamenti dei rappresentanti politici, che devono essere liberi da condizionamenti occulti o poco trasparenti». Senza i nomi dei sostenitori, tra i quali compaiono anche amministratori di società, è quindi impossibile effettuare qualsiasi controllo. «Non c’è alcun problema a dichiarare chi è stato il mandatario elettorale di Sala, ma proprio nel modo più assoluto», ha affermato ieri ai microfoni di Radio Cusano campus, nel corso della trasmissione Calibro 8 di Francesco Borgonovo, Silvia Roggiani, deputata e segretaria del Partito democratico in Lombardia. E ha spiegato: «Sala ha fatto una scelta precisa durante la campagna elettorale, cioè non raccogliere cifre importanti anche per garantirsi». Anche lei però non riesce a spiegarsi l’assenza di trasparenza: «Non so perché gli uffici comunali abbiano scelto di oscurare i dati. Quello che noi abbiamo fatto è stato totalmente regolare, perché altrimenti ci sarebbero state delle contestazioni. Tra l’altro mi pare di ricordare che poco dopo la presentazione del rendiconto fossero usciti anche degli articoli rispetto a chi aveva finanziato. Comunque mi informerò sulla motivazione per cui sono stati oscurati i donatori. Non c’è niente da nascondere, anche perché il rendiconto è stato depositato nei termini e sono state rispettate tutte le regole». Parole che rendono ancora più misteriose le ragioni per le quali quelle informazioni siano state blindate dalla burocrazia.
È un vizio di sinistra: a tre anni dal voto, impossibile sapere da chi sono arrivati i soldi per la campagna elettorale e persino il nome di chi ha certificato le spese. Altro che trasparenza: è una situazione che favorisce i conflitti d’interessi. Eppure la legge parla chiaro.
Il mistero s’infittisce. La governatrice sarda, a rischio decadenza per non aver fatto luce sui finanziamenti della propria campagna elettorale, mesi fa dichiarò in un’intervista tv che le spese per la sua elezione le aveva pagate di tasca propria. Ma la generosità annunciata da Todde è stata smentita da Todde con un’altra intervista, ovvero quella concessa nei giorni scorsi dopo che il collegio elettorale nominato dalla Corte dei conti ha rilevato diverse irregolarità nei documenti da lei consegnati, dichiarandola decaduta. Quale delle due versioni della governatrice corrisponderà al vero? La prima in cui dice di essersi finanziata o la seconda, dove invece scarica la responsabilità della gestione dei finanziamenti sul comitato elettorale che l’ha sostenuta? Penso che lo scopriremo nelle prossime settimane, quando in Regione si dovrà affrontare la spinosa questione dell’assenza di un mandatario, di un conto corrente dedicato e di una contabilità dettagliata come invece prevede la legge.
Nel frattempo, c’è un altro mistero su cui occorre fare luce ed è quello che riguarda l’elezione del sindaco di Milano, Beppe Sala, altro campione del centrosinistra. Luigi Corbani, ex assessore di Milano nella giunta Psi-Pci guidata da Paolo Pillitteri, mesi prima che scoppiasse il caso Todde, scrisse al segretario comunale per segnalargli che «l’amministrazione trasparente» del capoluogo lombardo era talmente trasparente da non consentire la lettura della rendicontazione elettorale del sindaco. A seguito della segnalazione, il funzionario municipale comunicava all’ex consigliere che finalmente sul sito era possibile leggere integralmente il rendiconto delle spese elettorali, «seppur (al momento) con l’oscuramento dei dati personali». Una risposta dalla quale non si comprende perché debbano essere, al momento, nascosti i nomi di chi ha dato soldi al sindaco e perfino chi sia il mandatario elettorale che si è preoccupato di annotare il denaro ricevuto e le spese sostenute. Le elezioni si sono tenute tre anni fa, dunque da tempo dovrebbe essere tutto pubblico, come prevede la legge. Invece si sa soltanto che Sala ha speso 217.000 euro e che ha ricevuto donazioni per svariate decine di migliaia di euro, a volte 10.000, altre 25, in un caso anche 30.000. Ma da chi? Mistero fitto. Il segreto è talmente impenetrabile che perfino il nome del «contabile» del sindaco è secretato e ciò, in un’amministrazione che si definisce trasparente, contrasta un po’.
Corbani non è un tipo che molla, e infatti ha replicato al segretario comunale, che per inciso è anche il responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza del Comune di Milano, che la legge in materia di contributi pubblici a partiti e movimenti politici dice che le rendicontazioni devono essere pubbliche e consultabili dai cittadini. «Devono essere dichiarati i contributi elettorali ricevuti, i mezzi propri conferiti, le spese sostenute e le obbligazioni assunte». «Il fine della legge», scrive Corbani, «mi pare quello della massima trasparenza, che si esprime anche nella possibilità della consultazione di tali dichiarazioni». Il carteggio fra l’ex consigliere (di sinistra) e il segretario comunale di un’amministrazione che si dice di sinistra va avanti per settimane. Fino a che il funzionario, adducendo interpretazioni contrastanti in materia, annuncia, «al fine di assicurare una corretta pubblicazione dei dati in argomento», di aver avanzato la richiesta di un parere all’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione. La lettera in cui si valutano troppo disomogenee le linee guida per l’ottemperanza della legge e si chiede un pronunciamento della competente autorità è della fine di ottobre. Da allora Corbani è in attesa e, nonostante abbia scritto più volte, rivolgendosi anche alla Corte d’Appello (la cui presidente avrebbe risposto che «per opportunità» avrebbe dovuto chiedere al diretto interessato, cioè a Sala), al momento e a tre anni dalle elezioni nulla si sa delle spese elettorali del sindaco di Milano. In pratica, chi abbia pagato la campagna elettorale del primo cittadino della capitale economica del Paese è un segreto di Stato. Anzi, un segreto comunale.
Gli elettori magari vorrebbero sapere chi lo ha sostenuto finanziariamente, anche per capire se esistono o meno conflitti d’interessi. Ma la trasparenza tanto sbandierata è frenata dalla privacy. Con il risultato che è riservato perfino il nome di colui che i soldi li ha raccolti, certificando le spese. Dopo il caso Todde comincio a pensare che sia un’abitudine progressista. Campo largo, bocche strette. Almeno sui fondi. Sul resto non si sa.
Mentre si avvicinano le regionali, il Pd dell’Emilia-Romagna offre un assaggio del suo programma, autorizzando la consegna a casa della pillola abortiva. Benché la Ru486 provochi effetti collaterali, le donne saranno seguite solo in telemedicina. Un favore a Big pharma, a chi sfrutta le ragazze e a chi spera di interrompere una gravidanza indesiderata di nascosto. Con le cure domiciliari - è storia nota - negli anni passati molte forze di governo, soprattutto quelle di sinistra, hanno avuto parecchi problemi, e di conseguenza hanno cercato in tutti i modi di ostacolarle. Con l’aborto a domicilio, invece, di questioni non se ne pongono: anzi, i progressisti brigano con grande energia per incentivarlo. In Emilia-Romagna, per dire, dal primo gennaio del prossimo anno sarà concesso ottenere la pillola abortiva (la famigerata Ru486) anche a domicilio. La Regione ha aggiornato il protocollo per l’interruzione volontaria di gravidanza con una determina risalente al 9 ottobre scorso, sostenendo che «la sicurezza e la tracciabilità dell’intervento» sarebbero comunque garantite poiché «il percorso inizia all’interno dei servizi sanitari in regime ambulatoriale, nell’ambito di una presa in carico complessiva della donna». La procedura dovrebbe prevedere due visite ambulatoriali: la prima utile a effettuare una valutazione generale e ad assumere il primo farmaco; la seconda due settimane dopo l’assunzione della ulteriore pillola, per controllare la situazione ed effettuare un nuovo test di gravidanza.
Come riporta Repubblica, le autorità regionali sono fiere di annunciare che le pazienti saranno seguite anche con la telemedicina. E affermano: «Gli studi condotti e le opinioni degli esperti concordano sul fatto che le due modalità, quella chirurgica e quella farmacologica, siano egualmente efficaci quando effettuate nelle settimane iniziali della gravidanza». Certo, è legittimo avere dubbi sulla pertinenza del paragone fra l’aborto farmacologico in casa e le cure domiciliari. Se abbiamo osato formularlo è perché riteniamo che, al fine di comprendere meglio quanto avviene attorno all’interruzione di gravidanza, sia necessario considerare la questione senza moralismi, ma soffermandosi sull’aspetto sanitario della faccenda. Spesso si sente ripetere che le destre vorrebbero attentare al presunto diritto di abortire (che tale non è perché non previsto dalla Costituzione), e che vorrebbero danneggiare la cosiddetta «salute riproduttiva» delle donne. In realtà, né il governo né la maggioranza parlamentare italiana hanno pensato o proposto di limitare l’accesso all’aborto. Al contrario, chi costantemente cerca di forzare i limiti della legge 194 è il fronte progressista, come dimostra la decisione dell’Emilia-Romagna. Curiosamente, i salti in avanti avvengono quasi sempre in sordina. In piena era Covid, l’allora ministro Roberto Speranza sdoganò la somministrazione della pillola abortiva in ambulatorio. Ora, nei pressi delle elezioni regionali e senza troppa pubblicità (oltre che senza una accurata discussione in aula), la Regione rossa per eccellenza va persino oltre.
Di fronte a queste evidenze, anche chi ritiene che l’aborto sia legittimo dovrebbe per lo meno ragionare su due punti. Il primo è il favore che si fa alle case farmaceutiche: incentivare ulteriormente l’uso della pillola (già prevalente in Emilia-Romagna e a Bologna rispetto all’aborto chirurgico) serve prima di tutto ad alimentare un già robusto giro di affari. Il secondo punto tocca la salute delle donne: dato che anche i recenti report ministeriali sull’interruzione di gravidanza mostrano che gli eventi avversi sono più numerosi con la Ru486, davvero si fa un favore alla popolazione femminile eliminando il passaggio in ospedale? La sensazione è che consegnare un farmaco sia un modo per ridurre i ricoveri e il monitoraggio e dunque i costi. Non passa giorno senza che da sinistra non si lamentino per lo stato della sanità, per la carenza di posti letto e personale disponibile. Dobbiamo dedurne che i posti in clinica e la presenza di medici siano utili per tutto (per l’influenza, ad esempio) tranne che per l’interruzione di gravidanza. Semplifichiamo: se una donna si buscasse una polmonite, si sentirebbe probabilmente molto meno sicura se si trovasse costretta a ricorrere alla telemedicina, cioè se un medico la seguisse via chat o computer. Perché allora dovrebbe sentirsi confortata se lo stesso avvenisse con l’aborto?
Dato che da sinistra, poi, insistono sua semplificazione delle procedure, viene da chiedersi a che cosa serva realmente. Forse a garantire segretezza e anonimato? Molto probabile. E chi dovrebbe trarne vantaggio? Forse ragazzine (e ragazzini maschi, almeno teoricamente coinvolti) che potranno liberarsi velocemente del fardello all’insaputa dei genitori? O forse donne straniere o lavoratrici del sesso che potranno rapidamente tornare a compiacere mariti opprimenti o sfruttatori? Sono domande poste in buona fede, che meriterebbero una risposta seria e che invece vengono costantemente eluse. Non sorprende: oggi va di moda chiamare «diritto» ciò che si intende imporre senza sentire le ragioni altrui, e senza consentire troppi ragionamenti.
Grazie a un portale semplificato, che consentiva l’accesso solo al personale governativo e delle forze dell’ordine autorizzate, «l’amministrazione Biden-Harris e Facebook hanno lavorato insieme per violare i diritti del Primo emendamento di innumerevoli americani», rimuovendo post specifici non allineati alla campagna governativa anti Covid. È questo, l’ultimo aggiornamento fornito da America First Legal (Afl), gruppo conservatore di difesa legale no-profit, che ha ottenuto ulteriori documenti nel suo contenzioso contro i Centers for disease control and prevention (Cdc), responsabili negli Stati Uniti delle principali decisioni e raccomandazioni in tema di salute pubblica.
In precedenza The Intercept aveva pubblicato degli estratti, ma ora Afl rende nota l’intero sistema di censura. I documenti rivelano come Facebook, sulla scia delle forti pressioni della Casa Bianca (incluso Rob Flaherty, attuale membro senior dello staff della campagna di Kamala Harris) bloccava la libertà di parola dei suoi utenti in questioni inerenti alla pandemia, come già anticipato dalla Verità.
L’Afl raccoglie materiale da quando presentò una richiesta Foia ai Cdc il giorno dopo che la Casa Bianca, retta da Joe Biden, aveva ammesso di aver collaborato con gli alleati dei social media per controllare le informazioni pubbliche e i discorsi relativi al Covid-19. Tra questi documenti, due email governative che dimostrano che il 21 febbraio 2021 il social fondato da Mark Zuckerberg aveva offerto ai Cdc un «“regalo” di 15.000.000 di dollari in buoni di credito pubblicitario “per la pubblicità su Facebook” e altri 15.000 dollari per supportare le “campagne pubblicitarie Covid-19 dei Cdc”», fornendo assistenza di marketing strategico.
L’ad di Meta ha ammesso ad agosto le pressioni ricevute dalla Casa Bianca, in una lettera indirizzata al presidente della commissione Giustizia della Camera dei rappresentanti, Jim Jordan, però solo oggi possiamo visionare quella procedura perversa imposta da Biden e dalla Harris. I dipendenti del Cdc potevano selezionare il loro «motivo della segnalazione», che includeva «Disinformazione sul Covid», «Invito a non a vaccinarsi e sfiducia nella vaccinazione», «Disinformazione sul vaccino Covid».
Ogni richiesta di censura generava automaticamente un numero di ticket, in modo che il governo potesse verificare se Facebook rispettava le sue segnalazioni. I nuovi documenti resi pubblici da America First Legal mostrano la presentazione fatta da Facebook il 19 maggio 2021 per avviare lo staff dei Cdc all’utilizzo del Government reporting system (Grs)della piattaforma, mediante accesso esclusivo al sistema di segnalazione dei contenuti del social network.
Con diapositive e una demo semplificata, veniva mostrato come registrarsi e accedere al nuovo portale. Solo gli «indirizzi email rilasciati dal governo o dalle forze dell’ordine» potevano utilizzare il sistema, e una volta entrati selezionavano il motivo della segnalazione eludendo l’obbligo di tenuta dei registri governativi. Il metodo sfuggiva anche alla supervisione pubblica tramite strumenti come il Foia. Infatti, utilizzando il portale su Facebook le richieste di censura restavano super segrete.
Che fossero per disinformazione sul Covid, sulla vaccinazione o sul vaccino, gli utenti governativi potevano segnare fino a 20 link alla volta perché Facebook li rimuovesse, con la scusa di aver violato gli «standard della community» in quanto contenenti informazioni ritenute «false dalle autorità sanitarie pubbliche».
Zuckerberg ha delegato la moderazione dei contenuti Covid-19 ai Cdc, lasciando che decidessero che qualsiasi affermazione, ritenuta non allineata, potesse contribuire all’esitazione vaccinale e causare danni sociali. E che, quindi, andasse tolta. Furono censurate dichiarazioni sull’inutilità delle mascherine, o del distanziamento sociale «inventato» da Anthony Fauci, l’immunologo che dal 1984 al 2022 ha diretto l’Istituto nazionale per la prevenzione delle malattie infettive (Niaid). Misure poi messe in discussione da numerosi studi e da dichiarazioni come quelle fatta da Francis Collins, ex direttore dei National institutes of health (Nih), sulla mancanza di studi che giustificassero i provvedimenti.
Bannati come disinformazione, milioni di post vennero tolti e silenziati gli account, solo perché così voleva l’amministrazione Biden-Harris. «Questo è fascismo. Non si può essere più fascisti di quando governo e aziende private collaborano per sovvertire le libertà delle persone», ha reagito un utente americano commentando le rivelazioni pubblicate da Afl.
Dall’inizio della pandemia «Facebook si è vantato di aver rimosso oltre 16 milioni di contenuti» basandosi esclusivamente su dichiarazioni governative di falsità, ricorda il gruppo di difesa legale. Gene Hamilton, direttore esecutivo di America First Legal, ha affermato: «Questi documenti mostrano, in modo incontrovertibile, lo schema che apparati politici e burocrati del governo hanno utilizzato per censurare incostituzionalmente la libertà di parola online». Ha aggiunto: «Il diritto di esprimersi, persino di mettere in discussione l’autorità, è un diritto fondamentale, eppure in nome dell’emergenza sanitaria pubblica i funzionari dell’amministrazione Biden hanno lavorato con grandi aziende per mettere a tacere il dissenso».
- Nel tentativo di spostarsi al centro rinnega molte delle vecchie convinzioni: dal muro con il Messico alla tutela dell’ambiente.
- La banca centrale Usa si dice pronta a tagliare i tassi anche se adesso sarebbe prematuro visto che il Pil sale e l’inflazione resta alta. Un palese favore alla dem.
Lo speciale contiene due articoli.
Ci hanno raccontato per settimane di quanto fosse fantastica la candidatura di Kamala Harris. Peccato che, in quanto a trasparenza, la diretta interessata non sia esattamente il massimo. A riprova di ciò, sta l’intervista che ha rilasciato, l’altro ieri, alla Cnn. Sì, perché non solo ha atteso quasi 40 giorni prima di sottoporsi, da candidata, a un’intervista giornalistica. Ma si è anche fatta accompagnare dal suo vice, Tim Walz. Come se non bastasse, il colloquio televisivo era registrato ed è durato in tutto meno di mezz’ora. Senza infine dimenticare che la vicepresidente si è scelta un network non propriamente noto per essere benevolo nei confronti del suo avversario, Donald Trump. Eppure, nonostante tutti questi accorgimenti, non si può dire che, alla fine dei giochi, la Harris sia uscita granché bene dalla sua performance davanti alle telecamere.
Innanzitutto, ha confermato la fumosità della sua proposta programmatica. Quando la giornalista Dana Bash le ha chiesto che cosa avrebbe intenzione di fare il primo giorno da presidente, la candidata dem si è lanciata in una serie di giri di parole. «Una delle mie massime priorità è fare il possibile per sostenere e rafforzare la classe media. Quando guardo alle aspirazioni, agli obiettivi, alle ambizioni del popolo americano, penso che le persone siano pronte per una nuova strada da seguire in un modo che generazioni di americani hanno alimentato con la speranza e l'ottimismo» ha detto. Evidentemente non soddisfatta, la Bash ha insistito, chiedendo all’interlocutrice di essere più precisa sulle sue proposte. Al che la Harris ha replicato di voler aiutare le famiglie, parlando anche di «edilizia abitativa a prezzi accessibili».
Tutto molto interessante, se non fosse che la candidata dem è quasi da quattro anni vicepresidente degli Stati Uniti. E infatti la Bash l’ha incalzata su questo punto. «Lei è vicepresidente da tre anni e mezzo. Perché non ha ancora attuato le misure di cui parla ora?» ha chiesto. La Harris ha risposto, sostenendo che l’economia doveva prima riprendersi e rivendicando di aver portato l’inflazione sotto il 3%. In realtà, è stata proprio la Bidenomics, a cui la vicepresidente ha sempre dato il proprio sostegno, a contribuire all’impennata dell’inflazione che, nel giugno 2022, raggiunse negli Usa quota 9,1%: il record in quarant’anni. Dall’altra parte, il suo calo negli scorsi mesi è stato dovuto non alla Casa Bianca ma alla politica monetaria della Fed.
Un secondo fronte di difficoltà è emerso quando la Bash ha chiesto conto alla candidata dem delle sue giravolte politiche, a partire dal fracking: nel 2019, la Harris voleva proibire questa controversa pratica di estrazione del gas, mentre, poche settimane fa, ha reso noto di non sostenere più tale divieto. «Lei vuole ancora vietare il fracking?», ha chiesto la giornalista. «No, e l'ho chiarito sul palco del dibattito nel 2020, che non avrei vietato il fracking», ha replicato. In realtà, nel dibattito del 2020, la Harris disse: «Joe Biden non porrà fine al fracking». Non si espose quindi in prima persona. Colta sul vivo, l’altro ieri la Harris ha comunque tenuto a precisare: «I miei valori non sono cambiati». Sarà, ma nel 2019 diceva: «Non c’è dubbio che sono a favore del divieto del fracking». Non solo. Un tempo, bollò le politiche di Trump a sostegno del muro con il Messico come «antiamericane». Adesso invece, secondo Axios, sarebbe pronta a finanziare l’opera. Un terzo nodo, nel corso dell’intervista, ha poi riguardato la crisi di Gaza. «Dobbiamo raggiungere un accordo che riguardi la liberazione degli ostaggi», ha dichiarato la Harris, per poi aggiungere: «Facciamo in modo che il cessate il fuoco venga fatto». Peccato che l’amministrazione di cui fa attualmente parte stia da mesi cercando di negoziare invano un’intesa in tal senso.
Insomma, dall’intervista alla Cnn sono emerse tutte le debolezze della candidata dem: la propensione al camaleontismo e alla fumosità, oltre agli scarsi risultati concreti conseguiti nel corso della sua attività come vicepresidente. È quindi difficile che questa performance televisiva possa aiutare la Harris a prolungare una luna di miele ormai sempre più agli sgoccioli. Vari sondaggi hanno sottolineato che il preconizzato «effetto Convention» o non c’è stato o è risultato inferiore al previsto. Negli Stati chiave si conferma inoltre fondamentalmente una serie di testa a testa con Trump. Senza infine trascurare che il modello di previsione statistica del sondaggista Nate Silver è tornato a dare il candidato repubblicano come lievemente favorito. La Harris avrebbe avuto bisogno di una performance televisiva audace per rilanciarsi: andare a farsi intervistare da sola, senza rete e magari – perché no? – in un network a lei ostile. Così non è stato. La vicepresidente si è dimostrata una candidata molto preimpostata e a disagio davanti alle domande scomode. Ha sprecato un’occasione. E adesso recuperare, per lei, potrebbe rivelarsi particolarmente difficile.
Il capo della Fed sta con la Harris
L’inflazione scende in tutto il mondo. In qualche caso anche più di quanto atteso. A luglio l’indice dei prezzi Pce degli Stati Uniti, l'indicatore preferito dalla Fed per misurare l’andamento dei prezzi è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente, in linea con le aspettative.
Su base annua c’è stato un aumento del 2,6%, al di sotto del consenso del 2,7%. Vuol dire che l’inflazione sta scendendo molto lentamente e resta, comunque, superiore all’obiettivo del 2% che resta il punto di riferimento della banca centrale Usa.
A questo punto è partito il solito gioco. La Fed taglierà i tassi a partire da settembre? E quanto sarà profonda l’incisione? Dalla lettura degli ultimi dati l’economia Usa gode di buona salute anche con il costo del denaro al top degli ultimi vent’anni.
Il Pil Usa, infatti, battendo le aspettative è cresciuto, con l’iltima revisione del 3%. Vuol dire che la Banca centrale Usa deve essere molto prudente nell’adeguamento al ribasso del costo del denaro per evitare una nuova fiammata dei prezzi. A fronte di una domanda che rimane gagliarda perchè rendere più facile l’accesso al credito con il rischio di riaccendere la fiamma dei prezzi?
Parlando al simposio annuale della Fed a Jackson Hole la scorsa settimana, il presidente Jerome Powell ha riconosciuto i recenti progressi sull'inflazione e ha affermato che «è giunto il momento per la politica di adeguarsi».
I mercati hanno interpretato questo dato come una garanzia per una riduzione del costo del denaro alla riunione prevista alla metà del mese prossimo. Tuttavia, a differenza di quanto accade in Europa i prezzi scendono più lentamente del previsto alimentati da una domanda interna brillante.
Improbabile che questo livello di inflazione, seppur superiore al target del 2%, impedisca ai responsabili politici della Fed di approvare l’attesa sforbiciata dei tassi dai massimi di oltre due decenni, ma potrebbe influire sul numero degli interventi quest’anno, soprattutto dopo che, come abbiamo visto, il Pil del secondo trimestre è stato rivisto leggermente al rialzo. In queste condizioni il rischio di recessione si sta allontanando. Già si parla di atterraggio morbido e qualcuno comincia a sostenere che l’economia continuerà a volare. E allora perchè tagliare i tassi? D’altronde non sarebbe nemmeno la prima volta che la Fed cambia idea. Alla fine dello scorso anno aveva lasciato intendere che il 2024 sarebbe stato punteggiato da almeno auattro riduzioni dei tassi. Uno ogni trimestre. Fino a questo momento, però, non si e visto nulla n’ le prospettive indicano l’urgenza di intervenire. Fed in questo momento sembra un indiretto appoggio a Kamala. Far arrivare l’economia Usa in forma brillante all’appuntamento con le urne sarebbe un bel propellente nel motore della candidata democratica. La conferma che l’amministrazione Biden, di cui lei era parte integrante fa bene alla Corporation Usa.
A questo bisogna aggiungere un fatto personale: i rapporti fra Powell e Trump non sono mai stati particolarmente cordiali. Non a caso Donald, durante il sui mandato avrebbe voluto sostituirlo. Poi le pressioni interne ed esterne lo avevano coinvinto diversamente. Tuttavia è difficile pensare che l’attuale capo della Fed conservi la poltrona nel caso di vittoria del candidato repubblicano.
Christine Lagarde si trova in una situazione molto diversa rispetto al suo collega Usa. La ripresa economica in Europa è asfittica l’inflazione scende più del previsto vista la debolezza della domanda. Ad agosto, comunica Eurostat, l’indice dei prezzi al consumo nell’area dell’euro è calato al 2,2%. Un risultato in netta flessione rispetto al 2,6% di luglio. Tutto pronto, si spera per tagliare i tassi in modo consistente







