Salvini, processo boomerang. Alla sbarra Conte e Di Maio

Che quello a Matteo Salvini fosse un processo politico era per noi evidente fin dal principio. Da ministro dell’Interno, il capo della Lega ha preso sui migranti una decisione politica che non poteva essere in alcun modo sindacata in un’aula di tribunale. Allo scopo di eliminare un avversario, Conte e la sua maggioranza hanno invece scelto di sottoporre le azioni del capitano padano al giudice penale, nella speranza che le toghe riuscissero a fare ciò che i compagni non riescono: sconfiggerlo. Ma il disegno di affidare Salvini alla magistratura per levarlo di mezzo si è infranto contro le richieste di proscioglimento della Procura e, ancor di più, contro la decisione del gup (…)

(…) di ascoltare in udienza i testimoni della difesa. Così, da penale il processo ritorna politico, perché davanti al giudice dovranno sfilare il presidente del Consiglio e i suoi ministri, i quali dovranno spiegare al magistrato, ma soprattutto agli italiani, perché il capo leghista debba essere condannato e loro invece assolti e impuniti.

Sì, paradossalmente, la trappola escogitata per far fuori l’ex ministro dell’Interno, eliminandolo dal parlamento grazie alla legge Severino, rischia oggi di far fuori proprio chi quel disegno aveva ordito. Un po’ come pare sia accaduto con il cardinale Becciu contro Pell, il primo a fomentare le accuse contro il secondo per togliere di mezzo chi controllava i suoi affari, il meccanismo infernale rischia di travolgere chi lo ha ideato e, soprattutto, consentito. Già, perché è vero che alla sbarra continua a esserci Salvini, ma sul banco dei testimoni dovranno salire, oltre al premier, anche Luigi Di Maio, Luciana Lamorgese, Danilo Toninelli, Elisabetta Trenta e, per gli esponenti di governo e della maggioranza, l’audizione rischia di non essere una passeggiata.

Già ce li immaginiamo, Conte e i suoi, sotto il fuoco di fila delle domande di Giulia Bongiorno, ex ministro dell’esecutivo gialloblù ma, soprattutto, avvocato difensore nel processo contro Giulio Andreotti. Allora un plotone di esecuzione era pronto a giustiziare il Belzebù democristiano con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio Pecorelli e di aver sbaciucchiato Totò Riina, ma l’accusa – nonostante ciò che a distanza di anni cerchino di accreditare Gian Carlo Caselli e i suoi supporter – fu spazzata via da una sentenza che assolse il Divo Giulio cercando di salvare la faccia alla Procura.

Anche in questo caso, qualcuno confidava nel plotone d’esecuzione per far fuori Salvini. Oggi come allora, e come con Silvio Berlusconi, la sinistra confida sempre nell’aiuto della magistratura per correggere il volere degli italiani. Ma questa volta, fin dagli inizi qualche cosa non ha funzionato. I più convinti che non si dovesse esercitare l’azione penale contro il ministro dell’Interno per aver fermato in porto una nave di migranti sono proprio i pm, che anche ieri hanno reiterato la richiesta di archiviazione. Il giudice, a sua volta, ha accolto la richiesta della difesa di ascoltare i testimoni che, guarda caso, con l’eccezione di un paio fra loro, sono proprio quelli che hanno spedito a processo il leader leghista con la speranza di eliminarlo.

Ora però, ministri ed ex ministri rischiano di finire loro sotto processo perché, come testimoni, dovranno raccontare la verità sul caso Gregoretti e sulla condivisione di una decisione di governo, rischiando perfino, nel caso insistano a dire balle, l’accusa di falsa testimonianza. Perché nonostante ciò che nei mesi scorsi hanno lasciato credere il premier e la sua maggioranza, è evidente che in quel periodo ci fu condivisione delle scelte. Salvini da solo non avrebbe potuto dare ordini alla Guardia di Finanza, che dipende dal ministero dell’Economia. Né avrebbe potuto disporre della Guardia costiera, che come è noto è agli ordini del ministero dei Trasporti. Per non dire poi della Marina militare, dove non si muove una nave senza l’autorizzazione del ministero della Difesa. È ovvio che con la Gregoretti, ma anche con le imbarcazioni delle Ong, la decisione fu del governo e non del singolo, cioè non del numero uno del Viminale. Se Conte e i suoi avessero voluto, avrebbero potuto fermare il ministro dell’Interno. Ma non vollero. Probabilmente non dissero no a Salvini non perché fossero d’accordo a chiudere i porti e bloccare le navi delle Ong, ma in quanto temevano che la reazione sarebbe stata la crisi di governo. Senza poter tener fede alle promesse fatte in campagna elettorale, il capo leghista avrebbe gettato la spugna e insieme avrebbe gettato nel panico anche Conte e compagni. Dunque il presidente del Consiglio, per convenienza e per calcolo, condivise le decisione del Viminale. E lo stesso fecero i suoi ministri, che nel caso non fossero stati d’accordo, avrebbero sempre avuto la possibilità di dimettersi. Ma l’avvocato di Volturara Appula e i suoi seguaci non avevano nessuna voglia di mollare la poltrona. E approvarono senza troppi problemi. Oggi, passato il tempo e cambiata maggioranza, invece vorrebbero Salvini condannato ed eliminato. Ma purtroppo per loro hanno fatto male i conti, perché i primi che rischiano una condanna – politica, ovviamente – sono proprio loro. Già ci immaginiamo Giuseppe Conte arrampicarsi sugli specchi del diritto, con il suo eloquio da impiegato del catasto, nel tentativo di giustificare perché lasciò che il suo ministro dell’Interno fermasse una nave carica di migranti in mezzo al mare. Forse, ricorrendo agli arzigogoli da azzeccagarbugli, riuscirà a convincere il giudice. Convincere gli italiani sarà invece un po’ più difficile. Soprattutto sarà impossibile sottrarsi alla condanna che si meritano i trasformisti.

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