I marò trucidati nelle foibe avranno un nome
  • Grazie alla raccolta fondi lanciata dagli esuli di Lussino e sostenuta da «Panorama», i resti dei combattenti della X Mas e dei volontari della Tramontana di Cherso, riesumati nel 2019, potranno essere riconosciuti dai familiari e venire sepolti.
  • La Verità rilancia la raccolta fondi della Comunità italiana degli esuli di Lussino. Per contribuire al riconoscimento dei loro nomi si può versare una somma a Comunità di Lussinpiccolo – Trieste Fondo Ossero IT45P0103002230000003586982. Monte dei Paschi di Siena. Causale: “Per l’identificazione dei marò di Ossero”.

Il teschio con il foro del proiettile. Le ossa ingiallite dal tempo. Il bottone nero di un’uniforme. I resti riesumati nel maggio 2020 a Ossero, in Croazia, sono quelli dei prigionieri di guerra che hanno combattuto contro l’avanzata dei partigiani di Tito nelle isole del Quarnero. Era l’aprile del 1945. E quello è stato l’eccidio dei 22 marò della X Mas e di sei militi italiani del battaglione Tramontana di Cherso. La comunità degli esuli di Lussino adesso ha lanciato, attraverso Panorama, una raccolta fondi per identificarne i resti. In pochi giorni sono state raccolte una cinquantina di donazioni, per migliaia di euro.

Le famiglie cominciano a sperare in una degna sepoltura. Prima però servono indagini scientifiche. «Grazie alle ricerche di alcuni soci e all’elenco dei prigionieri trucidati, abbiamo rintracciato una decina di parenti sparsi per l’Italia disponibili al riconoscimento attraverso il Dna» racconta Licia Giadrossi Gloria, dirigente della comunità di Lussimpiccolo. Gli esuli hanno poi contattato Paolo Fattorini, docente di medicina legale all’Università di Trieste, che ha accettato di collaborare. Il problema erano però i costi: reagenti, test, attività di laboratorio. Ma l’iniziativa di Panorama ora permetterà di dare un nome e un cognome ai resti ignoti: custoditi in 27 cassette di legno, avvolte dal tricolore, nel sacrario dei caduti d’oltremare di Bari.

Un cold case per riappacificarsi con la storia. Fattorini, esperto di identificazione genetica, ha lavorato su altri casi famosi: dal giallo di via Poma ai 366 corpi di migranti naufragati al largo di Lampedusa nel 2013. Assieme a Irena Zupanic Pajnic, dell’Università di Lubiana, adesso cerca di riconoscere le vittime del regime di Tito. «Nelle ossa sepolte in fosse comuni o disperse nelle foibe, il Dna estraibile è degradato» dice Fattorini. «Ma con metodi “next generation” abbiamo ottenuto dati genetici che garantiscono un’identificazione certa». Le impronte genetiche sono già state estratte dai femori di 57 soldati sloveni, croati e serbi rinvenuti in una fossa comune della Bassa Carniola. «Su 15 casi non risolti, abbiamo avuto successo. E ora stiamo lavorando sul Dna di altri 24 soldati» rivela il docente triestino. «Queste procedure innovative ci permettono di scoprire anche caratteristiche come il colore di occhi e capelli, se la vittima aveva lentiggini e perfino una calvizie precoce».

Solo in Slovenia, nel 1945, sarebbero state infoibate almeno 100.000 persone. Ma i trucidati dai partigiani jugoslavi sarebbero quasi 250.000, di cui oltre 10.000 italiani. Prigionieri massacrati dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Joze Dezman, presidente della Commissione governativa sugli eccidi, spiega: «Fino a oggi abbiamo individuato 750 fosse comuni, foibe e grotte utilizzate per i massacri. Stimiamo che siano state uccise, solo sul nostro territorio, almeno 100.000 persone».

La piccola Slovenia è il cimitero nascosto d’Europa. Negli ultimi anni, sono iniziate le riesumazioni dei resti umani che il regime titino aveva fatto di tutto per celare in eterno. Ora si vuole dare un nome e un cognome a quelle ossa.

Grazie alle moderne tecnologie, i corpi possono essere finalmente identificati. Anche i resti dei marò della X Mas e dei volontari della Tramontana di Cherso, riesumati il 9 maggio 2019. Alcuni avevano sul cranio ancora il foro del proiettile dell’esecuzione. «Ora dobbiamo dare a ogni costo un nome e un cognome ai resti» dice Giadrossi Gloria. I combattenti hanno affrontato l’avanzata dei partigiani jugoslavi nelle isole del Quarnero. Un loro compagno, per non cadere prigioniero, si è suicidato dopo l’ultima battaglia: a Neresine, il 20 aprile 1945. I 27 sopravvissuti, dopo la resa, sono stati torturati e portati a Ossero, scalzi e seminudi. Il giorno successivo, il 21 aprile, hanno dovuto scavarsi la fossa dietro il muro Nord del cimitero. Poi sono sono stati fucilati, nonostante fossero prigionieri di guerra, e sepolti nelle due fosse comuni adiacenti. Dalla terra, che avrebbe dovuto inghiottire per sempre ogni prova dell’eccidio, è venuto alla luce anche un anello in acciaio con incise alcune croci cristiane, tre bottoni di giacche militari, due portasigarette in acciaio, un paio di fibbie, alcuni proiettili di pistola e fucile, una tomaia di scarpa militare e un anello in acciaio.

I recenti ritrovamenti in Slovenia e Croazia hanno convinto Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia, a scrivere al premier, Giuseppe Conte: «Ritengo che sarebbe doveroso continuare a fare luce su questi tragici fatti con un deciso intervento dell’Italia. Occorre procurare fondi adeguati per lo svolgimento di tali ricerche». Gli ha risposto il sottosegretario agli Esteri, Ivan Scalfarotto, con la più generica delle formule: l’esecutivo segue le riesumazioni. Insomma, caro senatore, le faremo sapere.


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