La nostra sinistra ancora sottovaluta la maggioranza silenziosa del Paese
Francesca Albanese (Ansa)
  • I dirigenti progressisti nulla hanno imparato dalle tranvate del passato. E il comportamento della Albanese lo dimostra.
  • Maurizio Landini, che l’anno scorso incitava alla «rivolta sociale», ora si distanzia dai violenti. Ma chiama ancora alle piazze il 25 per sfruttare il dramma in Terra Santa.

Lo speciale contiene due articoli.

Uh, e mo’? Francesca Albanese se n’è gghiuta, e soli c’ha lasciati! Sentendo il civile Francesco Giubilei pronunciare il nome di Liliana Segre, è scattata come Usain Bolt e ha abbandonato sdegnata lo studio tv de La7, bofonchiando di precedenti impegni. Confortata dai conduttori che hanno vestito immediatamente i panni dei paladini della feroce paladina – la sola al mondo, pare – dei diritti dei palestinesi: «C’aveva avvertito che c’aveva da fa’».

Ennesima conferma, se mai ce ne fosse bisogno, della bontà e fondatezza dell’aulico commento di Ennio Fantastichini, alias il coatto Ruggero Mazzalupi in Ferie d’agosto di Paolo Virzì, rivolto a Silvio Orlando-Sandro Molino: «La verità è che (voi di sinistra) non ci state più a capì ’n cazzo, ma da mo’!».

Il dubbio sovviene non solo davanti alla arrogante e inescusabile uscita di Albanese (in genere, uno lo dichiara all’inizio che non si tratterrà fino alla fine della trasmissione, e comunque quando viene il momento lascia o prima di un altrui intervento, o al termine del medesimo), convinta di essere unta dal Signore e di avere dietro di sé folle adoranti che pendono dalle sue labbra in quanto unica portatrice del Verbo pro Pal.

Ma anche avendo ascoltato i soliloqui di Maurizio Landini ospite venerdì sera, in Rai, di La torre e il cavallo, dove perfino Marco Damilano mi ha dato l’impressione, a un tratto, di accogliere per dovere d’ufficio (del giro «compagnucci della parrocchietta») le roboanti esternazioni del segretario Cgil.

Che ha fin da subito autocertificato in «2 milioniiiii in centoooo piazze» coloro che, aderendo allo sciopero, «avrebbero perso una giornata di stipendio» (perfino, evidentemente, i «giovani dai 14 anni in su», disoccupati di default, di cui pure ha magnificato la partecipazione), pur di testimoniare come la pensa il popolo italiano – senza eccezione alcuna, neh – sul tragico groviglio mediorientale.

Vedere gongolare per tale massiccia adesione quello stesso Landini che non è stato in grado di portare alle urne gli elettori necessari a vincere il referendum sui diritti dei lavoratori generava in verità uno spiazzante spaesamento.

Aumentato dal titolo di apertura di Repubblica di sabato, «L’Italia in piazza per Gaza» (bum!).

È il solito drammatico errore in cui cadono la sinistra e i media mainstream causa «sindrome della sineddoche».

Confondere cioè la parte (la loro) per il tutto.

Perché, con una valutazione spannometrica, se pure la più parte dell’opinione pubblica vuole vedere subito la fine delle atroci sofferenze del popolo palestinese.

Se pure la più parte dell’opinione pubblica giudica crudele e financo criminale l’operato del governo di Bibi Netanyahu (Giorgia Meloni: «La reazione di Israele è stata decisamente sproporzionata», e l’annuncio di aumentare gli insediamenti in Cisgiordania «una scelta contraria al diritto internazionale»), è certo che la più parte dell’opinione pubblica è stata indifferente alla vicenda della flottiglia e al clamore – pompato da talk show e social – da cui è stata circondata la sua inconcludente iniziativa.

Insomma: la maggioranza silenziosa – strepitosa in quanto non strepitante – se n’è allegramente fottuta, e perdonate il francesismo.

I dirigenti del «campo loffio» continuano così a dimostrare di non aver imparato alcunché dalle tranvate dal passato.

Salvo eccezioni.

Nel 1996 Massimo D’Alema a Gargonza, con l’Ulivo riunito per celebrare la sconfitta del Cavaliere, spense gli entusiasmi: abbiamo vinto ma l’Italia non è diventato per questo un Paese di sinistra.

Luciano Lama segretario della Cgil, dopo la «marcia dei 40.000» a Torino (chiedevano di poter tornare a lavorare facendo cessare l’occupazione degli stabilimenti della Fiat, che grazie a loro terminò), aveva fatto ammenda: «Quei 40.000 non li avevano inventati né Mefistofele né Gianni Agnelli. Siamo stati noi a non aver capito niente».

Nel 2006 Romano Prodi, dopo la vittoria per il rotto della cuffia su Silvio Berlusconi, rilevò: «Dovremmo imparare a conoscerlo un po’ meglio, questo Paese».

E, quanto alle iene dattilografe, la comunista Miriam Mafai, donna e giornalista di spessore, così si rivolse ai Repubblicones: «Quando facciamo un’inchiesta, noi non chiediamo alla gente cosa pensa. Gli chiediamo solo di confermare con le loro parole ciò che noi sappiamo già o crediamo di sapere. Giriamo l’Italia selezionando le notizie fino a quando coincidono con gli schemi che ci siamo già costruiti. Non con l’umiltà del cronista che vuole scoprire e raccontare qualcosa, ma con la presunzione e la sicurezza che ci accomuna a coloro che occupano il Palazzo» di pasoliniana memoria.

Tic che per Walter Tobagi, un socialista cattolico assassinato da terroristi «rossi» nel 1980, aveva questo rovescio della medaglia: «A me pare che si corra il rischio di dire che è democratico il giornale che dice quello che piace a me».

Luca Ricolfi lo ha spiegato vent’anni fa: Perchè siamo antipatici? – La sinistra e il complesso dei migliori.

E il destino, continuando così, dei perdenti.

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