• Il presidente della Repubblica e il suo predecessore coordinano con il leader M5s l’intervista che apre ai dem. Matteo Renzi tiene duro. Ma Maurizio Martina e Dario Franceschini
  • Dopo aver consolidato il «patto di sangue» con gli alleati, il Carroccio resta a guardare. Se i pentastellati dovessero cedere alle sirene dem, si aprirebbero praterie. Mentre la caccia ai voti di Fi può continuare.
  • Rampelli, capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia: «Sergio Mattarella sa che abbiamo vinto noi: sul programma niente veti, neppure sul Pd».

Lo speciale contiene tre articoli.

C’è un retroscena da guerra fredda, di Stati Uniti contro la Russia, dietro le ultime mosse di avvicinamento tra il Movimento 5 stelle e il Partito democratico in vista del secondo giro di consultazioni e la possibile formazione di un nuovo governo.

L’intervista che il leader pentastellato Luigi Di Maio ha concesso ieri a Repubblica, dove annuncia di voler sotterrare «l’ascia di guerra», pare sia stata particolarmente apprezzata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, come noto, continua a puntare a un governo di unità nazionale con dentro tutti i partiti. Insomma, il ramoscello d’ulivo è stato lanciato al Partito democratico con la speranza di avere presto un effetto palla di neve: ora l’obiettivo è che diventi una valanga tale da convincere anche i più riottosi – tra cui il segretario uscente Matteo Renzi – a sedersi al tavolo delle trattative con i grillini. Non è un caso che tutto avvenga sul quotidiano da sempre più vicino alle istanze del Quirinale, giornale diretto da Mario Calabresi, che da subito ha teorizzato la possibilità di un accordo tra i grillini e i democratici. E questo, sostengono alcuni spifferi dei palazzi, combacia con l’esigenza del gruppo De Benedetti di non mollare le stanze di palazzo Chigi, dove il centrosinistra alberga più o meno dal 2011, quando fu fatto fuori Silvio Berlusconi con l’arrivo di Mario Monti.

Ma c’è di più. Ed è qui che spirano i venti della guerra fredda. Il discorso ruota intorno all’attivismo da parte dei due presidenti, specie quello emerito Giorgio Napolitano, ex ministro degli Esteri del Pci, particolarmente stimato dalle parti di Washington. Anche Mattarella ha uno storico rapporto di amicizia con gli americani, sin dai tempi in cui era ministro della Difesa nonché vicepremier del governo di Massimo D’Alema dal 1998 al 1999: l’esecutivo che attraversò la guerra in Kosovo, con le basi di Vicenza messe a disposizione della Nato per bombardare Belgrado. A quanto pare né Mattarella Napolitano si fiderebbero troppo del leader della Lega Matteo Salvini, considerato troppo vicino alla Russia di Vladimir Putin, una vicinanza rimarcata negli ultimi giorni con la richiesta, da parte del segretario leghista, di togliere i dazi che penalizzano l’economia di Mosca. Caso vuole che proprio Di Maio, da alcuni commentatori e politici considerato vicino a Putin in passato, nella sua uscita dalle stanze del Quirinale abbia subito messo le cose in chiaro con una frase inequivocabile: «Abbiamo ribadito al presidente della Repubblica un punto sulla politica estera. Con noi al governo l’Italia rimarrà alleata dell’Occidente, del Patto atlantico, dell’Unione europea e monetaria. Questo è l’obiettivo che ci prefiggiamo con un governo a guida M5s».

Ecco, il Patto atlantico, caro a Napolitano, vecchio amico dell’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, è la chiave per capire come si potrebbe sbrogliare la matassa. Nelle ultime settimane il presidente emerito ha lavorato per capire la posizione dell’ex segretario democratico Renzi, in silenzio da giorni e proprio ieri, non a caso, tornato a parlare su Facebook dopo che un altro retroscena pubblicato sulla Repubblica informava di una possibile apertura da parte dei renziani ai grillini, a condizione che Di Maio facesse un passo indietro. Le pressioni su Renzi, in particolare da parte dalle aree del Pd che si rifanno ad Andrea Orlando e Dario Franceschini, pare siano servite, anche se il segretario in una nota ha rilasciato una smentita al retroscena del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Ma sarà così? Oppure Renzi scenderà a compromessi per «il bene del Paese»? Tutto si deciderà il prossimo 21 aprile, giorno dell’assemblea. C’è chi spinge perché Maurizio Martina resti in sella un altro anno, nonostante gli attacchi da parte del cerchio renziano degli ultimi giorni. Altri spingono per Debora Serracchiani, ex governatrice del Friuli Venezia Giulia vicina a Renzi, forse più controllabile da parte dell’ex segretario. Ma Renzi avrà la forza di reagire? Ieri si è limitato a puntualizzare su Facebook: «La politica italiana da un mese è ferma al chiacchiericcio, agli accordi, ai retroscena inventati. Noi lo avevamo detto: se non passa il referendum, torneremo agli accordi vecchio stile. E purtroppo è andata così. Parleremo di questo il 21 aprile, all’assemblea del Pd».

Quindi si dialoga tra dem e pentastellati. «L’autocritica nei toni è apprezzabile, l’ambiguità politica rimane evidente», ha detto Martina, noi continuiamo a pensare che la differenza la fanno i contenuti e sui contenuti abbiamo presentato anche al Quirinale il nostro percorso e la nostra agenda fondamentale per il Paese. Noi ripartiamo dai temi sociali, dall’occupazione, dal lavoro, dalle grandi questioni europee, da temi delicati come il governo dei fenomeni migratori. Da questo punto di vista non vedo grandi novità. Quel che è certo è che centrodestra e M5s devono dire chiaramente cosa intendono fare. Il tempo dell’ambiguità è finito». Una frase che Di Maio ha definito un passo in avanti. E Franceschini ha rincarato la dose pacificatrice: «Di fronte alla novità dell’intervista, serve riflettere e tenere unito il Pd nella risposta. L’opposto di quanto sta accadendo». Lo stesso Di Maio lo ha spiegato a Repubblica: «Io non sto rinnegando le nostre idee né le critiche che in più momenti abbiamo espresso anche aspramente nei confronti del Pd, e che anche il Pd non ci ha risparmiato. Credo però che ora il senso di responsabilità nei confronti del Paese ci obblighi tutti, nessuno escluso, a sotterrare l’ascia di guerra. A noi viene chiesto l’onere di dare un governo al Paese, ma tutti hanno il dovere di contribuire a risolvere i problemi della gente e di mostrare senso di responsabilità». Ci sarà tempo per ragionare e per riflettere come ha invitato a fare nei giorni scorsi Mattarella. Tanto che si parla già di un terzo giro di consultazioni, che potrebbero cadere – guardacaso – proprio dopo il 21 di aprile, quando nel Pd si sarà ritrovata una quadra. Insomma, anche al capo dello Stato un governo Pd-Movimento 5 stelle non dispiacerebbe.

Alessandro Da Rold

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