C’è un modo infallibile per capire quanto sia diventata complicata la vita dei governi europei: basta guardare dall’altra parte dell’Atlantico. Donald Trump ha un problema con i prezzi che salgono, gli elettori americani hanno un problema con la benzina e i mercati hanno un problema con Federal Reserve e Bce. A Bruxelles, invece, hanno un problema con le banche che comprano troppi titoli di Stato. Stanno pensando a come risolverlo. Possibilmente creandone un altro.
La miccia è americana. A settembre l’inflazione negli Stati Uniti è salita dello 0,6% su base mensile, dopo il +0,4% di agosto. Su base annua ha raggiunto il 3,7%, oltre il 3,6% atteso dagli analisti e in accelerazione rispetto al 3,4% del mese precedente. A spingere i prezzi è soprattutto l’energia: la benzina è rincarata del 9,1% in un mese e il comparto energetico ha registrato un aumento del 5,2%. Il carburante, secondo i dati riportati, è arrivato a costare in media 4,34 dollari al gallone, contro i 3,08 di un anno prima. Per Trump, alla vigilia delle elezioni di midterm, non è esattamente il genere di notizia da esibire agli elettori.
Se i prezzi riprendono a correre, la Federal Reserve potrebbe essere costretta a rialzare i tassi. I mercati hanno cominciato a scommettere su questa eventualità: 0,25% nella riunione di fine mese. Le aspettative di una Fed più aggressiva spingono verso l’alto i rendimenti. Il Treasury americano decennale è arrivato al 5,25%, l’Oat decennale francese, al 4,88% e il Btp italiano al 4,55%. Il Bund tedesco, tradizionale punto di riferimento del mercato europeo, completa il quadro di un continente nel quale il costo del denaro torna a essere un problema.
Il progetto europeo e il rischio per i conti pubblici
In una situazione del genere, ci si aspetterebbe che l’Europa si preoccupasse soprattutto di non aggiungere tensioni. Invece Bruxelles ha un’altra priorità: ridurre la dipendenza delle banche dai rispettivi Stati e favorire un mercato bancario europeo più integrato. Un obiettivo che, sulla carta, ha una sua logica. Il problema arriva quando la teoria incontra i conti pubblici.
Nel progetto di Unione bancaria, la Commissione europea vuole affrontare le concentrazioni eccessive di titoli sovrani nei bilanci degli istituti di credito e incentivare una maggiore diversificazione. L’idea è evitare che una banca sia troppo esposta al rischio del proprio Paese e che le difficoltà dello Stato finiscano per contagiare il sistema finanziario.
Ma c’è una domanda che aspetta risposte esaurienti: se si restringesse troppo rapidamente la loro possibilità di acquistarli, chi dovrebbe sostituirle? Gli investitori stranieri? I fondi internazionali? Una folla di compratori entusiasti, pronta a precipitarsi sui Btp proprio mentre i rendimenti salgono e i mercati diventano più inquieti?
Naturalmente possono esserci altri acquirenti. Ma non si può dare per scontato che arrivino nella quantità necessaria, alle condizioni desiderate e nel momento più opportuno. Se la domanda si indebolisce mentre il Tesoro deve continuare a collocare debito, il rischio è che gli investitori chiedano interessi ancora più alti. Con una conseguenza piuttosto singolare: una riforma concepita per rendere più solido il sistema finanziario potrebbe finire per rendere più oneroso il finanziamento di alcuni degli Stati che quel sistema dovrebbero sostenerlo.
Le contraddizioni dell’Unione bancaria
È il genere di contraddizione che a Bruxelles sembrano coltivare con particolare cura. Da una parte si chiede ai governi di tenere sotto controllo i conti pubblici; dall’altra si rischia di restringere uno dei canali attraverso cui il debito viene assorbito dal mercato. Da una parte si vuole un sistema bancario capace di operare senza confini nazionali; dall’altra, perché questa libertà sia davvero sostenibile, servirebbero garanzie comuni credibili nella gestione delle crisi e nella protezione dei depositanti. Non basta ordinare alle banche di diversificare: bisogna anche costruire le condizioni perché possano farlo senza destabilizzare il sistema.
C’è poi un dettaglio che merita di essere ricordato. Il rialzo dei rendimenti non mette sotto pressione soltanto i governi. Le banche che detengono titoli di Stato possono subire perdite di valore nei portafogli, almeno su alcune posizioni, mentre tassi più elevati e un’economia più debole possono rendere più difficile il credito e peggiorare la qualità degli attivi. Il sistema finanziario, insomma, è già esposto a una serie di rischi che si alimentano a vicenda. Non è detto che un limite alle concentrazioni sovrane provochi automaticamente una crisi, ma neppure che basti imporre nuove regole per scongiurarla.
La questione decisiva è quindi come, quando e con quali garanzie introdurre eventuali limiti. E soprattutto se si voglia procedere verso una vera condivisione dei rischi europei oppure limitarsi a chiedere ai singoli Paesi di arrangiarsi con meno strumenti.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >