In una sola giornata la Commissione europea ha recapitato a Roma un pacchetto di contestazioni che va dalla casa fino ai porti. Le missive di ottobre sono una mappa fedele di come l’Unione europea vede i rapporti con gli Stati membri, ai quali resta ben poco da decidere senza che da Palazzo Berlaymont arrivi una lettera di richiamo.
Le pretese dell’Unione europea
Sul fronte della casa, l’Italia ha ricevuto un parere motivato, cioè il secondo stadio della procedura d’infrazione, per non aver ancora inviato la bozza del piano nazionale di ristrutturazione degli edifici prevista dalla infausta direttiva «case green», che andava consegnata entro il 31 dicembre 2025.
Insieme ad altri otto Paesi, Roma ha due mesi di tempo, dopo i quali la Commissione potrà rivolgersi alla Corte di giustizia europea. Il 12 aprile 2024, all’Ecofin, Giancarlo Giorgetti, a nome del governo Meloni, votò contro, chiedendo, banalmente, chi avrebbe pagato il conto di tutto ciò. La direttiva passò a maggioranza qualificata, con l’astensione di Croazia, Repubblica ceca, Polonia, Slovacchia e Svezia e i voti contrari di Ungheria e Italia.
Oggi Bruxelles pretende che il governo pianifichi con zelo l’attuazione di una norma che ha respinto. La direttiva non è ancora stata recepita perché il governo l’ha lasciata fuori dalla legge di delegazione europea, e il termine per il recepimento, scaduto il 29 maggio 2026, è passato senza un decreto. Il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti ha fatto sapere che Roma ha già segnalato a Bruxelles le rilevanti difficoltà applicative.
Le conseguenze delle procedure di Bruxelles
Delle due procedure aperte sul risparmio, la più significativa colpisce i Piani individuali di risparmio, i Pir, nati nel 2017 per portare i soldi delle famiglie verso le imprese italiane in cambio di uno sconto fiscale.
Per ottenere questa agevolazione, però, una quota minima del portafoglio deve essere investita in società residenti in Italia (o con una stabile organizzazione nel Paese). Secondo la Commissione, questo vincolo è una restrizione ingiustificata alla libera circolazione dei capitali (sempre quella, sì), perché scoraggia gli italiani dall’investire in aziende di altri Stati membri.
Certo, verrebbe da dire, è stata fatta apposta per far «fluire», come vorrebbe Mario Draghi, i risparmi degli italiani verso l’economia del Paese anziché in qualche fondo estero.
Questo non piace alla Commissione, che indica come modello virtuoso, invece, quello dei Conti di risparmio e investimento, descritti in una raccomandazione del settembre 2025. Poiché una raccomandazione di Bruxelles vale la carta su cui è scritta, o poco meno, per contestare i Pir la Commissione richiama direttamente il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea all’articolo 63, invocando la libera circolazione dei capitali.
Dunque, uno strumento costruito per finanziare l’economia nazionale viene trattato come un’anomalia da correggere, nelle stesse settimane in cui Bruxelles si lamenta perché il risparmio europeo resta «fermo» nei conti correnti o prende la strada degli Stati Uniti. Ma lo strabismo della Commissione è stato diagnosticato da tempo.
Il tema delle concessioni balneari
Sulle concessioni balneari la Commissione ha fatto sapere che la procedura, già arrivata al parere motivato, resta aperta. La vicenda nasce dalla famigerata direttiva Bolkestein, che nel luglio 2006 il governo di Romano Prodi approvò in Consiglio, e ha già prodotto negli anni tre procedure d’infrazione.
Il governo ha approvato un decreto che fissa la scadenza delle concessioni al 30 settembre 2027 e ha preparato il bando tipo per le gare, mentre ad agosto il Consiglio di Stato ha stabilito che quella data non mette al riparo i concessionari uscenti e che l’indennizzo va dimostrato con i documenti degli investimenti.
Ma, non contenta, la portavoce della Commissione per il Mercato interno ha spiegato ieri che la stessa segue da vicino l’attuazione della legge e, solerte, ha ricordato ai Comuni italiani che nulla impedisce loro di bandire le gare da subito. Prendiamo nota.
Mancava una lettera sui porti? Eccola. Italia, Francia e Spagna impongono ai rimorchiatori e agli ormeggiatori che lavorano nei propri scali di battere bandiera nazionale, per garantire l’applicazione delle leggi sul lavoro del Paese.
Ora tocca inseguire le letterine dell’Unione europea
Il regolamento europeo sui servizi portuali del 2017, approvato in Consiglio senza voti contrari quando a Palazzo Chigi sedeva Paolo Gentiloni, consente un requisito di bandiera, ma per la Commissione deve trattarsi della bandiera di un qualunque stato Ue.
A Bruxelles ritengono che le leggi nazionali sul lavoro si possano applicare comunque, qualunque sia la bandiera della nave, così i tre governi hanno ricevuto un parere motivato e due mesi per adeguarsi.
Al 31 luglio scorso le procedure d’infrazione aperte contro l’Italia erano 76. In passato sono state molte di più e ciononostante siamo sopravvissuti. Tutto ciò, probabilmente, insegna che è il caso di dedicare, tutti, una maggiore attenzione all’agenda europea e a ciò che si vota in quel di Bruxelles. Fermare le norme sul tavolo del Consiglio costa molto meno che inseguirle quando arrivano le letterine della Commissione.
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