Manicomio Ue: ora pretende più tasse
Antonio Costa (Imagoeconomica)

Con buona pace del senatore a vita Mario Monti che ieri sul Corriere della Sera ha cercato di dare una lezione agli euroscettici, si è capito ieri che Bruxelles significa più tasse e meno democrazia. E si è capito che il 15 ottobre, quando si dovrebbe varare il nuovo bilancio, l’Ue potrebbe implodere.

Lo ha spiegato candidamente il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, portoghese e non a caso socialista, che non deve aver capito – come forse non lo ha compreso neppure l’esimio professor Monti – che i denari pubblici non esistono, esistono solo i soldi che vengono sottratti ai cittadini con le tasse.

Le pretese di Costa e alla Germania

Costa è parso anche poco rispettoso del «dolore» altrui perché è andato a casa di Friederich Merz a proporgli di aumentare il prelievo fiscale in favore dell’Europa per evitare che Bruxelles chieda al cancelliere ulteriori contributi da attingere dal bilancio federale tedesco.

Il ragionamento di Costa appare quasi cinico: «Nuove imposte a livello dell’Ue potrebbero evitare ai contribuenti tedeschi di dover trasferire ulteriori fondi a Bruxelles», ha detto il presidente del Consiglio europeo come se le tasche da cui escono questi contributi, che siano diretti a Bruxelles o vadano a Berlino per poi essere dirottati all’Ue, non siano sempre le stesse: quelle di cittadini e imprese. Il ragionamento di Costa continua: «Non possiamo chiedere di più agli Stati membri; dobbiamo creare nuove risorse proprie per tutelare i bilanci nazionali».

Senza scomporsi, il portoghese ha aggiunto che a Ursula von der Leyen servono dai 66 ai 70 miliardi di argent de poche per finanziare la Difesa e la competitività che i singoli governi non possono gestire autonomamente. E così la Commissione chiede il via libera per imporre tasse comunitarie dirette.

La reazione di un Merz sul viale del tramonto

A questo punto Friedrich Merz non si è tenuto. Pareva dire; ma come? Io ho preso uno schiaffone che mi ha dimezzato i voti perché gli elettori della Sassonia-Anhalt che ce l’hanno con l’Europa e lei mi viene a chiedere di avallare nuovi prelevi fiscali?

Così il cancelliere tedesco, che anche prima dell’exploit di Afd aveva espresso fortissimi dubbi sul nuovo bilancio comunitario, è esploso. Quasi gridando ha detto: «In tempi di tagli ai bilanci nazionali, un aumento del 60% di quello comunitario non è né giustificabile né finanziariamente sostenibile; la Commissione chiede di portare i conti dell’Ue a 2.000 miliardi di euro con l’aggiunta di fondi propri da 70 miliardi: è semplicemente proibitivo».

Verrebbe anche da dire che è difficile far digerire agli europei e, soprattutto, a chi sta agganciato all’euro – per informazioni, chiedere a croati e bulgari che vorrebbero tornare indietro o agli islandesi che, beati loro, per referendum hanno detto no alla moneta unica e, soprattutto, all’adesione a Bruxelles – nuove tasse mentre la benzina a Magdeburgo sta a 2,50 euro al litro (in Italia non va molto meglio) o mentre il Wall Street Journal rivela che metà dei soldi che l’Europa ha spedito in Ucraina sono finite nelle tasche dei corrotti.

I retroscena geopolitici e finanziari delle tasse dell’Ue

Così Merz ha ribadito che servono tagli di alcune centinaia di miliardi al bilancio comunitario e che l’architettura dei conti per il funzionamento dell’Ue deve essere completamente rivista. Il cancelliere tedesco ha ribadito: «L’Europa non può affrontare le sfide attuali con un bilancio del XX secolo».

Il fatto è che la Commissione insiste: servono almeno 2.000 miliardi, l’1,2% del Pil europeo, e ci sono leader come Donald Tusk o il nume tutelare di tutte le «follie» europee Pedro Sánchez che chiedono al Parlamento di aumentare il budget del 10,2%: tradotti, sono 20 miliardi.

Costa è partito per fare il giro delle capitali alla ricerca di consenso sul bilancio europeo. Ha tempo fino al 15 ottobre per incassare il sì dei governi. Per farlo – comme d’habitude – mette sul piatto una specie di ricattino: se non si trovano i soldi in più bisognerà tagliare la Pac e i fondi di coesione (che peraltro la Commissione ha già cancellato come spesa specifica) indispensabili ai territori più svantaggiati per tenere il passo dell’Europa.

Tant’è che gli euroentusiasti si sono battezzati «gruppo di coesione». Sono argomenti che sui Paesi dell’Est hanno possibilità di fare breccia, come dimostra l’adesione del leader polacco che si ripara dietro il bisogno di carri armati per tenere a bada Vladimir Putin. Ma un giro eguale e contrario lo sta facendo Friedrich Merz che ha riunito i cosiddetti «frugali» (Austria, Olanda, Belgio, le repubbliche del Nord-Ovest che pure hanno vista Putin).

La tirannia dell’Unione europea

La bagarre sui conti è una sfida tra «coesione» contro «frugali» e mina un’Europa non troppo solida. La Germania, che ha deciso di fare da sola per dotarsi dell’esercito più potente del continente, ha intenzione di dire no anche al Rearm tanto caro alla baronessa Ursula. Anche perché i consensi crescenti per Alice Weidel fanno più paura dei droni russi «parcheggiati» all’aeroporto di Lipsia.

L’unica possibile intesa è tassare chi inquina fuori dai confini dell’Ue e i rifiuti elettronici non riciclati. Se ne possono cavare al massimo 20 miliardi di euro all’anno.

La Commissione – che per esempio paga un conto di trucco, parrucco e foto opp per Ursula von der Leyen da 100.000 euro l’anno – però di fare risparmi non ne vuole sapere. I cittadini devono accettare nuove tasse e Antonio Costa, nei panni di Humphrey Bogart nell’Ultima Minaccia, ripete: «È l’Europa, bellezza, e tu non puoi farci nulla».

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