Come far schiantare le nostre Pmi? Con le nuove regole Ue sugli appalti
Ursula von der Leyen (Ansa)

Pure la Cgil, che ha sempre appoggiato senza se e senza ma la politica europea, è partita lancia in resta facendo appello alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, affinché intervenga (anche se la Confederazione dovrebbe rivolgere l’appello non in direzione di Roma, ma verso Bruxelles). Stiamo parlando del nuovo regolamento Ue sugli appalti pubblici, un pacchetto di norme che sembra fatto su misura per i grandi gruppi industriali e per quelle imprese che utilizzano manodopera a basso costo, in spregio delle garanzie elementari dei lavoratori.

Le nuove regole Ue sugli appalti

Il vicepresidente della Commissione europea, Stéphane Séjourné presentando la riforma del comparto, ha usato toni altisonanti: «Stiamo dando agli acquirenti pubblici la possibilità di comprare europeo», promettendo meno pastoie burocratiche, più negoziazione tra imprese e amministrazioni e una piattaforma digitale comune. Fin qui nulla da dire.

Però nel nuovo regolamento, su cui a breve si aprirà il confronto con Parlamento e Consiglio, ci sono anche norme che rischiano di scardinare le tutele per i lavoratori previste dal codice italiano. Aspetti che i sindacati hanno colto e contro i quali hanno già alzato le barricate. Nel mirino c’è il dumping contrattuale sul quale il Codice degli appalti è molto chiaro ma non altrettanto il nuovo regolamento.

Nel nostro Paese l’impresa deve indicare quale contratto collettivo nazionale applica e nei casi previsti, dimostrare che ci sono eguali tutele. Il nuovo regolamento europeo, invece, stabilisce che gli acquirenti pubblici, nell’aggiudicare gli appalti, hanno la possibilità, ma non l’obbligo, di «tenere conto di considerazioni di natura sociale» per ottenere risultati sociali positivi o prevenire e mitigare gli impatti negativi nella vita del contratto.

Inoltre il Codice italiano tutela l’occupazione quando si verificano cambi di appalto, cioè l’impresa subentrante deve assumere il personale impiegato nell’appalto precedente, nel rispetto delle condizioni previste dalla normativa e dalla contrattazione collettiva, compresi i diritti acquisiti. Secondo i sindacati, queste tutele sono a rischio con la normativa europea.

I criteri scelti da Bruxelles

Altri due aspetti sono il divieto del massimo ribasso come criterio di assegnazione e dei subappalti a cascata che, secondo la Cgil, possono favorire il lavoro irregolare, il taglio dei salari e infiltrazioni criminali. La Commissione, infatti, vorrebbe favorire le Pmi attraverso la divisione degli appalti in lotti più piccoli. Il pilastro del nuovo regolamento è la preferenza europea.

La Commissione vuole privilegiare le aziende del Vecchio continente nell’accesso agli appalti pubblici, chiarendo quando le amministrazioni potranno «restringere o respingere» offerte extra Ue. I criteri potrebbero essere la reciprocità nell’accesso ai mercati pubblici, la sicurezza degli approvvigionamenti e la sicurezza economica dell’Unione. Séjourné ha detto che «non sarà colpa della Commissione se gli acquirenti pubblici preferiranno autobus cinesi a quelli europei perché nel testo c’è ogni possibilità di dare la preferenza agli autobus europei».

Come la proposta Ue sugli appalti distruggerebbe le Pmi

Il problema è che la proposta di regolamento, se approvata, diventerebbe immediatamente esecutiva, superando gli attuali codici nazionali degli appalti. «Il governo italiano chieda formalmente il ritiro della proposta», ha ribadito ieri Alessandro Genovesi , responsabile appalti della Cgil nazionale. «La direttiva europea dovrebbe, innanzitutto», sottolinea Genovesi, «recuperare la proposta di divieto del massimo ribasso come metodo per l’assegnazione degli appalti, avanzata nel regolamento e, al contempo, salvaguardare le specificità nazionali, a partire dalle tutele per lavoratori e imprese previste dal nostro codice nazionale e che il regolamento non prevede».

Il sindacalista spiega che si verrebbe a creare «un doppio regime di diritti, tutele e procedure tra appalti sopra soglia e appalti sotto la soglia comunitaria di 5,4 milioni, con l’effetto di rallentare l’assegnazione degli appalti e aumentare incertezze giuridiche e contenziosi». L’aspetto positivo, richiamato dalla Cisl, è che il regolamento «sposta il baricentro delle gare dal prezzo alla qualità, prevedendo un peso minimo dei criteri qualitativi del 30%, che sale al 50% negli appalti ad alta intensità di lavoro».

Per il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, «è importante che in questa normativa sia stata finalmente introdotta la preferenza europea», ma sarebbe «meglio una direttiva che un regolamento». La direttiva fissa un obiettivo comune ma lascia ai singoli Stati la libertà di scegliere come applicarlo attraverso proprie leggi.

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