L’Europa ha gli «strumenti» per gestire i ribelli. Era la velata minaccia che Ursula von der Leyen rivolse all’Italia, a settembre 2022, temendo che alle elezioni la spuntassero i sovranisti. Alla fine, il rapporto con Giorgia Meloni è stato cordiale. Difficile che una fortuna del genere ricapiti con Alternative für Deutschland. Perciò, a Bruxelles già preparano le punizioni per i birichini.
Sulla stampa tedesca se ne discute da qualche giorno. L’ipotesi l’ha fatta balenare un eurodeputato dei Verdi di Germania, Daniel Freund: congelare i fondi del bilancio comunitario destinati alla Sassonia-Anhalt, nel caso in cui la destra andasse al governo.
Per il periodo 2021-2027, parliamo di 2,95 miliardi di euro: circa il 3,6% del Pil regionale. Soldi utili a ristrutturare scuole, asili nido, palestre, o ad acquistare macchinari di diagnostica per gli ospedali.
Inoltre, potrebbero essere immobilizzate le prossime tranche, quelle che vanno dal 2028 al 2034. Somme alle quali non può rinunciare un Land che, a paragone con quelli più opulenti del Paese, non naviga nell’oro.
Anche la Germania intende castigare Afd
Ancora peggio se, alla mannaia europea, si aggiungesse la scure berlinese. Oltre a quelli dell’Ue, in effetti, c’è un altro «strumento» che si potrebbe brandire contro i reprobi di Afd. Fa capo all’articolo 37, comma 1, della Grundgesetz, la Costituzione tedesca.
Si chiama Bundeszwang: letteralmente, «coercizione federale». Consente al governo, con il consenso del Bundesrat (l’assemblea dei rappresentanti dei Länder), di adottare misure ai danni di una singola regione, tra cui la riduzione dei finanziamenti pubblici, ma anche l’assunzione, da parte dello Stato centrale, dei poteri esecutivo e legislativo del Land. Un commissariamento integrale. «Nella storia della Repubblica federale», ha fatto notare Die Zeit, «il Bundeszwang non è mai stato applicato». È giunto il momento?
Per muoversi, bisognerebbe raccogliere elementi concreti. Non è sufficiente che i cittadini votino «male». Il Land dovrebbe ignorare i suoi «obblighi federali ai sensi della Legge fondamentale», cioè la Costituzione, «o di un’altra legge federale». La «costrizione federale» è un’extrema ratio.
Il cancelliere, Friedrich Merz, ha comunque dichiarato che non perdonerà violazioni costituzionali. In fondo, anche il bazooka europeo dovrebbe essere l’ultima spiaggia; eppure, è stato sfoderato con una certa disinvoltura.
Quando l’Ue ha castigato la destra solo per aver vinto
È capitato all’Ungheria di Viktor Orbán: nel dicembre 2022, il Consiglio Ue sospese il 55% dei fondi spettanti a Budapest, intorno ai 6,3 miliardi di euro. Poi vennero le condizionalità sullo Stato di diritto, connesse all’erogazione delle rate del NextGeneration Eu, nonché il congelamento di ulteriori 2,2 miliardi, legato alla disputa sulle restrizioni all’università dei sorosiani. Guarda un po’, quando è stato eletto Péter Magyar, la musica è cambiata: la Von der Leyen, entusiasta per il percorso riformista promesso dal nuovo premier, ha annunciato un accordo per sbloccare 16 miliardi di finanziamenti. A fronte di un Pil che ne vale più o meno 196: le sovvenzioni, dunque, ne rappresentano l’8% e passa.
Un copione simile si è visto con la Polonia: quando il premier era Mateusz Morawiecki, del partito di destra nazionalista, Bruxelles trattenne una quantità enorme di fondi, in reazione a una legge che – sosteneva – avrebbe minato l’indipendenza della magistratura e messo in discussione il primato dell’ordinamento Ue. A dicembre 2023, dopo la sudata vittoria elettorale di Donald Tusk e l’abbandono dei propositi di insubordinazione, decise che era ora di liberare i 137 miliardi di euro: 76,5 per la politica di coesione e oltre 60 del Recovery fund.
Le misure contro la vittoria di Afd in Sassonia
Così come nel caso della «costrizione federale» tedesca, anche per agire in sede europea è necessario che la Commissione, la quale propone poi al Consiglio di adottare gli interventi opportuni, individui delle infrazioni ai valori fondamentali dell’Unione, oppure dei rischi per l’integrità del budget comunitario.
È improbabile che attivi la cosiddetta «opzione nucleare»: l’articolo 7 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, che inibirebbe temporaneamente le prerogative di adesione dell’intera Germania. Potrebbe invece procedere direttamente nei confronti della Sassonia: il regolamento del 2020 sulle «condizionalità per la protezione del bilancio dell’Unione», infatti, definisce «entità governativa» qualunque «autorità pubblica a qualsiasi livello di governo, comprese le autorità nazionali, regionali e locali».
La manipolazione intellettuale della sinistra
Le contestazioni dovrebbero essere chiare, ma per l’eurodeputato verde Freund, citato da Tagesschau, basterebbe un «dubbio» sulle reali intenzioni di Afd per interdire i trasferimenti finanziari. Si castigherebbe la destra per un trattamento iniquo degli immigrati, in un Paese che ha consentito ai talebani di aprire un consolato a Bonn, pur di rimpatriare gli afgani che delinquono?
Se è per questo, il ministro tedesco della Difesa, Boris Pistorius, vorrebbe impedire al governo della Sassonia, qualora passasse in mano ad Afd, di accedere a un piano di risposta alle crisi in tempo di guerra, elaborato insieme alla Nato. Ufficialmente, per timore che sia svelato ai russi. Gli elettori riottosi devono perdere persino il diritto alla sicurezza nazionale?
Si capisce che il punto non è se le sanzioni siano praticabili. Basta la circostanza che si discuta di come stritolare il Land «sovversivo», per capire a cosa si sia ridotta la democrazia in Europa. Nel 2018, la Commissione si affidava ai mercati, affinché «insegnassero» alla gente – gli italiani, in quel caso – a votare. Ora, i mercati non bastano più: le Borse non si sono praticamente mosse, all’indomani del voto in Sassonia. A Bruxelles – e a Berlino – toccherà fare da sé.
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