La Corte Ue gela l’ex Ilva: «No agevolazioni»
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La Corte di giustizia europea nega ad Acciaierie d’Italia, ex Ilva, la possibilità di beneficiare delle agevolazioni previste per le aziende energivore.

Mentre i sindacati se la prendono con il governo per il futuro dello stabilimento, anche i giudici Ue si occupano delle sorti del colosso siderurgico confermando la scelta italiana.

La sentenza della Corte Ue

La decisione delle toghe del Lussemburgo (sede dell’organismo) è netta: un’impresa considerata «in difficoltà» non può beneficiare degli aiuti destinati alle aziende a forte consumo di energia elettrica o di gas. In questo modo respinge le domande presentate da Acciaierie d’Italia, volte a ottenere l’inserimento, per l’anno 2025, negli elenchi delle imprese energivore.

Secondo la Corte, le regole europee che escludono le imprese in difficoltà dagli aiuti destinati alle aziende ad alto consumo di energia non possono essere derogate, anche quando la procedura concorsuale mira a riportare l’impresa alla redditività.

La pronuncia riguarda il contenzioso avviato da Acciaierie d’Italia contro il diniego della Cassa per i servizi energetici e ambientali (Csea) alla richiesta di accesso al meccanismo per le imprese a forte consumo di energia elettrica per l’annualità 2025. Il nodo della controversia è rappresentato dalla condizione dell’ex Ilva, sottoposta ad amministrazione straordinaria.

Alla base della decisione del tribunale lussemburghese

Nel 2024 le autorità italiane avevano respinto le domande del gruppo siderurgico per l’accesso ai benefici nel 2025, richiamando l’amministrazione straordinaria e lo stato di insolvenza.

Secondo fonti vicine ad Acciaierie d’Italia, riportate dal Sole 24 Ore, si apprende che il ricorso sul quale ha deciso la Corte di Lussemburgo è stato promosso a febbraio 2025 davanti al Tar della Lombardia per vedere se Adi riusciva a ottenere delle agevolazioni in materia energetica. Dal Tar, la questione è stata poi trasferita alla Corte europea per verificare la compatibilità della richiesta dell’azienda con le norme generali sugli aiuti di Stato.

Di conseguenza, l’Adi non ha goduto delle agevolazioni finanziarie previste a favore di tali imprese. Questi dinieghi si basavano sulla qualificazione dell’ex Ilva come «impresa in difficoltà» ai sensi degli orientamenti della Commissione europea sugli aiuti di Stato per il salvataggio delle imprese in difficoltà, a causa del suo assoggettamento al regime italiano di amministrazione straordinaria e del suo stato di insolvenza.

La Corte, dunque, «osserva che l’Italia si è limitata ad allineare la propria normativa in materia di aiuti di Stato nel settore energetico alle prescrizioni contenute negli orientamenti della Commissione in materia di aiuti a favore del clima, dell’ambiente e dell’energia, i quali stabiliscono che gli aiuti nel settore energetico non possono essere concessi a imprese in difficoltà ai sensi degli orientamenti sugli aiuti al salvataggio».

Le peripezie giudiziarie dell’ex Ilva

Secondo i giudici di Lussemburgo, adottando gli orientamenti sugli aiuti al salvataggio e alla ristrutturazione, la Commissione europea ha «volontariamente autolimitato il proprio potere discrezionale» sulla compatibilità degli aiuti di Stato. Di conseguenza una deroga a tali regole violerebbe principi generali del diritto Ue, in particolare quelli di parità di trattamento e tutela del legittimo affidamento.

Il fatto che le procedure concorsuali previste dalle legislazioni nazionali possano avere l’obiettivo di ripristinare la redditività dell’impresa, sottolinea la Corte, non modifica la sua qualificazione come impresa in difficoltà ai fini delle norme europee. I giudici precisano infine che gli aiuti concessi alle imprese energivore non possono essere assimilati agli aiuti al salvataggio, trattandosi di strumenti che perseguono obiettivi diversi. La controversia dovrà ora essere definita dal giudice amministrativo italiano sulla base dell’interpretazione fornita dalla Corte di giustizia.

La sentenza arriva in un momento di grave crisi, con gli impianti dell’acciaieria destinati a fermarsi a fine ottobre e circa 20.000 posti di lavoro a rischio.

Il destino dell’ex Ilva

Il segretario generale della Fim Cisl, Ferdinando Uliano, è tornato a chiedere che «lo Stato diventi l’asset maggiore, il proprietario del gruppo, perché non ci sono alternative. Ci vuole una strategia del governo per rilanciare gli investimenti. Lo Stato deve investire insieme ai privati per portare i forni elettrici dentro quella produzione di acciaio verde attenta all’ambiente e alla salute necessaria per il nostro Paese».

«Chiudere le aree a caldo significa mettere in cassa integrazione quasi la totalità dei 10.000 lavoratori oltre i 5.000 indiretti che rischiano il licenziamento. Non solo. Se facciamo morire questa produzione perdiamo un altro asset importante del nostro Paese che paga già un’alta bolletta energetica. Se anche l’acciaio venisse a costare di più, avremmo un impoverimento di tutto il settore industriale».

Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, che coordina il progetto per l’eventuale offerta della cordata italiana che ha presentato una manifestazione di interesse, avverte: «Prima di presentare un’offerta dobbiamo renderci conto che possa esserci un piano industriale sostenibile. Mica vogliamo fare una cosa che va in amministrazione dopo uno o due anni. Stiamo cercando di capire dimensioni del problema e condizioni».

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