Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)

lLe cose vanno lette in controluce. E immaginandole in un quadro politico più ampio. Non è soltanto lo scambio tra Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen, ma la tensione crescente tra due schemi: uno legittimato dal popolo sovrano attraverso la democrazia, l’altro legittimato dalla burocrazia ottusa, ispirata dal mercato; uno è finalizzato all’interesse nazionale, l’altro all’interesse di una creatura sgorbia che è l’Unione europea.

Meloni e Von der Leyen giocano di fioretto per difendere due idee diverse: il premier italiano mette un’Italia forte nel quadro di una Europa intesa come spazio di convergenza; la burocrate nominata vuole, per conto terzi, una Ue che cannibalizzi gli Stati e smonti le posture nazionaliste.

In quest’ottica va letto il braccio di ferro di queste ore, dove la Meloni chiede maggiore flessibilità sul caro energia, puntando il dito contro il sistema Ets e il rischio di deindustrializzazione, e la Ue, con lady Ursula, che le risponde picche: vi abbiamo già concesso abbastanza flessibilità, ha risposto, come se la flessibilità fosse un capriccio da soddisfare.

Qualcuno dice: «Alla Meloni serve in vista delle elezioni». A casa mia, da che mondo è mondo, alle elezioni ci si arriva sempre con delle doti, il problema è che l’Europa, non reggendosi sulla democrazia ma vivendo di burocrazia, vuole disconnettere il legame tra popolo sovrano e partiti, quindi tra popolo e idee (basta con questa cretinata che non ci sono differenze: su identità, migrazioni, corpi intermedi, ci sono eccome le differenze!).

La sfida tra politica e burocrazia europea

La risposta della Von der Leyen viene dalla stessa burocrate che dice di spendere in armi, che aveva preso il costoso abbaglio del fanatismo green e che è andata in ginocchio da Donald Trump come una damina di periferia.

E che ora si fa forte di regole (assurde) imposte da un sistema più forte di lei che vuole – come diremo meglio – intossicare gli Stati nazionali a vantaggio dell’Unione europea.

Lo schema è sempre lo stesso: lo abbiamo visto sul fronte «case green», quando era stata la Lega a chiedere più margine di manovra e la Commissione aveva risposto picche, in burocratese.

Case green e procedure d’infrazione

E infatti eccoci con la procedura d’infrazione aperta, perché non abbiamo presentato il Piano nazionale di ristrutturazione edilizia (per un Paese come il nostro di proprietari di case, è diverso che per la Germania dove la proprietà è per lo più dei fondi e delle assicurazioni).

Bruxelles ha concesso altri due mesi per uniformarci, altrimenti la Corte di Giustizia ci potrebbe condannare a pagare.

E se sui balneari ci sono le solite vecchie tensioni, ieri altre due procedure hanno riguardato (guarda che caso…) il risparmio.

In breve, per quanto riguarda i Pir, l’obbligo di investire una quota minima in società italiane per avere lo sconto fiscale violerebbe, secondo la Commissione, la libera circolazione dei capitali; mentre per quanto riguarda la tassazione delle obbligazioni, penalizzerebbe gli intermediari esteri senza sede in Italia.

Energia, risparmio e interessi nazionali

Che si tratti del bilancio pluriennale, dell’energia, delle case o del risparmio, il canovaccio si ripete meccanicamente: l’Italia chiede eccezioni o margini aggiuntivi rispetto alle regole comuni, mentre la Commissione risponde applicando il suo impianto normativo che non distingue – almeno sulla carta, perché poi abbiamo visto che non sempre è così – tra Stati membri.

Ma gli Stati dello spazio Ue sono profondamente diversi per approcci e abitudini, come abbiamo visto per esempio nel caso delle case, dove nessun Paese europeo ha la tradizione italiana degli immobili di proprietà.

Una cosa però è certa e ha una profonda lettura politica: tale braccio di ferro sprigiona una forza che mette in tensione la politica contro la burocrazia funzionale al mercatismo finanziario.

Quest’ultimo vorrebbe che gli Stati si svuotassero sempre di più, che non avessero soldi e che si trasformassero in una specie di «bad company» con cittadini «sudditi» e governanti «neutrali».

Di contro – sempre nella loro visione – l’Europa sarebbe la «good company», con meno democrazia, con zero vincoli di costituzione democratica, con identità meticce e soldi da spendere nella grande giostra dei mercati, che oggi puntano su armi, digitale e green.

Alleati di questa visione globalista e mercatista sono le forze socialiste, sostenute e finanziate per smantellare le visioni nazionaliste e patriottiche, sostenute dalla destra. E dalla maggioranza dei cittadini europei…

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