Follia Ue: ai paladini dell’austerità 30.000 euro al mese (più benefit)
  • Gli euroburocrati chiedono a noi sacrifici, intanto si sono assicurati paghe di lusso, rimborsi, assegni familiari e tasse scontate. Tra i più ricchi Jean-Claude Juncker, Donald Tusk e l’italiana Federica Mogherini.
  • Il fondo, istituito nel 1990 e riservato ai deputati, oggi è sull’orlo del fallimento. Se imploderà, saranno i contribuenti a pagare.

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Sempre in prima fila quando c’è da imporre l’austerità agli altri, ma guai a toccare i loro stipendi dorati. Stiamo parlando dei «mandarini» di Bruxelles, gli alti funzionari (ma forse è più corretto chiamarli miracolati) rigorosamente non eletti dal popolo, destinatari ogni mese di assegni da capogiro. Pensiamo a Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, che ogni mese può contare sulla bellezza di 33.800 euro, oppure a Federica Mogherini, alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Ue, che da par suo si deve accontentare di «soli» 31.400 euro al mese.

Non se la passano male nemmeno i cinque fidati vassalli di Juncker. La squadra dei vicepresidenti, nella quale rientra anche il lettone Valdis Dombrovskis, uno dei più accaniti contestatori delle politiche di bilancio del nostro esecutivo, si colloca appena un gradino sotto. Frans Timmermans, Andrus Ansip, Maros Sefcovic, Jyrki Katainen e lo stesso Dombrovskis godono infatti di uno stipendio base di 30.200 euro mensili. La folta schiera di commissari (21 per la precisione) è chiamata a cavarsela invece con «appena» 27.000 euro al mese. Tanto per citare i più noti, si va da Pierre Moscovici (Affari economici e monetari), a Gunther Oettinger (Bilancio e risorse umane), a Margrethe Vestager (Concorrenza), fino a Dimitris Avramopoulos (Migrazioni) e Marija Gabriel (Digitale).

Ma la lista dei paperoni continentali non si ferma ai componenti della Commissione. La norma che regola le buste paga dei titolari di alte cariche all’interno dell’Ue (il regolamento 2.016/300 del Consiglio del 29 febbraio 2016), infatti, stabilisce che la platea interessata dai trattamenti economici di favore sia molto più ampia. Si scopre dunque che, al pari del presidente della Commissione europea, anche il numero uno del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha diritto a un emolumento fisso di 33.800 euro. Stesso discorso anche per il presidente della Corte di giustizia, il belga Koen Lenaerts, mentre la vicepresidente di quest’organo, la spagnola Rosario Silva de Lapuerta, guadagna 30.200 euro. Leggermente più «poveri» i vertici del Tribunale europeo, l’altro organo di giustizia chiamato a pronunciarsi sui ricorsi di cittadini e imprese: il lussemburghese Marc Jaeger percepisce infatti quanto un commissario, cioè 27.000 euro, mentre il suo vice, l’olandese Marc van der Woude, circa 25.900 euro. Sostanzioso anche l’ingaggio dei togati: se i 44 giudici del Tribunale ricevono poco meno di 25.000 euro al mese, i 38 colleghi della Corte di giustizia sfiorando i 27.000 euro. Chiudiamo in bellezza proprio con la struttura che ha il compito di vigilare sulle finanze dell’Unione: il tedesco il tedesco Klaus Heiner Lehne, presidente della Corte dei conti, può contare su 26.900 euro mensili, mentre i 27 membri dell’organo ricevono 25.000 euro.

La cifra riportata, si badi bene, è calcolata per difetto. Secondo la normativa, infatti, i pilastri a cui hanno diritto le alte sfere dell’Ue sono tre: il salario base (calcolato con una percentuale che va dal 104% al 138% del grado più alto per un dipendente dell’Unione), l’indennità di rappresentanza (forfettaria, da 554 euro a 1.418 euro mensili) e l’indennità di residenza (pari al 16% del salario base). Ci sono poi le voci variabili, come ad esempio gli assegni familiari. Questi ultimi si compongono dell’assegno per il coniuge (188 euro, maggiorati del 2% dello stipendio base) e di quello per i figli (410 per ogni figlio a carico fino all’età di 18 anni, oppure 26 se studente). Non poteva mancare poi un bell’incentivo scolastico: per tutti i figli a carico maggiori di cinque anni impegnati in un percorso formativo, mamma Europa riconosce un contributo di 278 euro al mese.

Per fare un esempio concreto, una famiglia composta da marito, moglie e due figli in età scolare arriva a percepire 1.560 euro in più. Una cifra che da sola, di questi tempi, non tutti riescono a portare a casa con un impiego a tempo pieno.

Le trasferte, poi, sono completamente spesate. La normativa prevede infatti che i titolari costretti a spostarsi fuori sede godano sia del rimborso delle spese di viaggio che di quelle legate all’albergo, oltre a un’indennità di missione giornaliera pari al 105% di quella prevista nello Statuto (una sorta di contratto collettivo dei lavoratori dell’Ue, ndr). La diaria varia in base al Paese di destinazione, e va dai 57 euro se si approda in Bulgaria ai 125 euro del Regno Unito. Tra i succulenti benefit previsti, anche l’indennità di prima sistemazione al momento dell’entrata in funzione e quella di nuova sistemazione al momento della cessazione dell’incarico, che oscilla da una a due mensilità dello stipendio base (per un commissario, ad esempio, si va dai 22.700 ai 55.400 euro). Coperte anche le spese di trasloco degli effetti e dei mobili personali, inclusa una coperta assicurativa che protegge da furto, danni e incendio la merce trasportata.

Dopo l’esperienza europea non dev’essere sempre facile trovare subito un impiego, ma a Bruxelles hanno pensato proprio a tutto. La soluzione è rappresentata da un’indennità transitoria erogata a decorrere dal primo mese successivo alla cessazione delle funzioni per un periodo che va dai sei mesi ai due anni. L’ammontare di questo ammortizzatore sociale varia in funzione alla durata del servizio prestato, e si esprime in percentuale dello stipendio base: si va dal 40% se il periodo è stato inferiore a due anni, fino al 65% qualora abbia superato i 15 anni. Pochi giorni fa, proprio su queste pagine, vi abbiamo raccontato la storia del malcapitato Pierre Moscovici, il commissario francese che ha visto sfumare una nomina data ormai per certa alla Corte dei conti transalpina. Ebbene, terminato il suo mandato a fine anno, non avrà di che preoccuparsi perché potrà contare su un sussidio di 11.000 euro. Nel caso dovesse trovare un nuovo lavoro regolarmente retribuito, l’ormai ex commissario non smetterà di percepire l’assegno di disoccupazione, perché questo verrà semplicemente decurtato dello stipendio dell’altro lavoro.

Certo, fa impressione sapere che Jean Claude Juncker guadagni ogni anno più di Donald Trump (405.000 euro contro 356.000 euro) o, se preferite, quasi il doppio di Angela Merkel e oltre il triplo di Vladimir Putin. Ma c’è dell’altro. Uno studio effettuato alcuni anni fa dal Partito per l’indipendenza del Regno Unito, l’Ukip di Nigel Farage, evidenzia come «gli alti funzionari dell’Unione europea non traggano vantaggio solo dagli stipendi d’oro, ma anche dal bassissimo livello di tassazione». Un meccanismo che va sotto il nome di «privilege premium» e che, a parità di aliquote applicate dall’Ue e a livello nazionale, consente di portare a casa stipendi netti più alti di diverse migliaia di euro al mese. Il trucco sta nel fatto, spiegano i tecnici dell’Ukip, che «lo Statuto stabilisce che buona parte dello stipendio dei funzionari non costituisca imponibile per la tassazione». Dal calcolo dell’aliquota vengono escluse, infatti, le indennità familiari, quelle di rappresentanza e i contributi ai fini pensionistici. Alla faccia dell’equità, un effetto collaterale di questo sistema è che a trarne maggior vantaggio sono proprio gli alti funzionari, dal momento che sono anche quelli che percepiscono le indennità più corpose.

Nel frattempo, come ogni anno, lo scorso dicembre l’Unione ha provveduto all’adeguamento al costo della vita, aumentando tutti i salari e le indennità dell’1,7%. Nessun problema, tanto va tutto sul conto del budget europeo, finanziato anche con i nostri soldi. Perché l’austerità è bella, ma solo con le tasche degli altri.


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