Uno studio smonta le dosi plurime: «Probabilità di infezione più alta»
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La ricerca dell’epidemiologo John Ioannidis, svolta su quasi 4 milioni di austriaci già entrati in contatto con il virus, mostra il calo di efficacia del secondo richiamo. Con un conseguente spostamento del rapporto rischi-benefici.

«I risultati del nostro studio mettono in dubbio che le raccomandazioni per ripetuti richiami vaccinali contro il Sars-CoV-2 siano attualmente giustificate per gran parte della popolazione, con una storia di precedenti infezioni». L’epidemiologo della californiana Stanford University, John Ioannidis, assieme a esperti dell’Istituto per la sorveglianza e l’epidemiologia delle malattie infettive di Vienna e di Graz, ha condotto un’indagine sulla popolazione austriaca accertando che «il rischio di infezione con quattro vaccinazioni è risultato più elevato rispetto ai soggetti che avevano ricevuto meno dosi». Perciò, afferma, «Le misure contro il Sars-CoV-2, inclusa la politica sui vaccini, dovrebbero essere rivalutate criticamente per il loro rapporto rischio-beneficio.

Il paper, pubblicato a metà novembre sull’European Journal of Clinical Investigation, rivista che si occupa di tutti gli aspetti della ricerca biomedica, è un’ulteriore conferma dell’inutilità di una quarta dose o secondo richiamo, come si preferisce definirlo in campagna vaccinale. I dati presi in considerazione nel corposo studio osservazionale retrospettivo (dal 1° novembre al 31 dicembre 2022), erano riferiti a 3.986.312 individui con precedente infezione da Sars-CoV-2, su popolazione di 9.090.868 residenti in Austria al 1 ottobre 2022.

Essendo «scarsi» i dati sull’efficacia della quarta dose in soggetti precedentemente infetti, gli autori si sono concentrati proprio sulla fascia di popolazione già entrata in contatto con il Covid. Sono stati calcolati il tasso di rischio proporzionale (Hr) nel gruppo con quattro vaccinazioni (281.291 persone, il 7,1%) rispetto a quello di tridosati (1.545.242, il 38,8%) e l’efficacia relativa del vaccino (rVe). Il numero di dosi è stato conteggiato indipendentemente dal tipo di vaccino perché «la percentuale dell’Rna messaggero BNT162b2 (Comirnaty, Biontech-Pfizer) è superiore all’80% di tutte le dosi di vaccino somministrate in Austria contro la Sars-CoV-2», precisano gli autori.

Per valutare il potenziale declino dell’immunità dopo la vaccinazione, i ricercatori hanno effettuato analisi dei dati relativi ai soggetti che avevano ricevuto la quarta dose di vaccino entro 4 settimane, da «4-8 settimane» e «8 settimane prima del 1 novembre 2022». Per aumentare la potenza statistica, l’osservazione è stata prolungata al 30 giugno 2023.

Raffrontati anche i decessi, complessivamente 69 nell’arco di tempo considerato: 31 morti tra chi aveva fatto quattro dosi, 20 decessi di tridosati, sette tra coloro che avevano ricevuto una o due somministrazioni, undici tra i non vaccinati. L’efficacia del vaccino in termini di decessi correlabili al Covid è diminuita del 24% dopo la quarta dose rispetto a quanti hanno assunto solo tre dosi. In questi ultimi, si è registrato un aumento del 17% in termini di infezioni rispetto ai soggetti con quattro dosi, ma questa differenza si è annullata nel giro di poche settimane dagli ultimi inoculi, fino ad invertirsi: infatti i soggetti con quattro dosi si sono infettati più di frequente rispetto a quelli con tre dosi soltanto.

«I nostri risultati si adattano bene all’ipotesi di una diminuzione dell’efficacia e quindi di uno spostamento del rapporto rischio-beneficio derivante da vaccinazioni aggiuntive durante la transizione della pandemia Covid-19 alla sua fase endemica», scrivono gli studiosi. C’è un altro aspetto interessante, evidenziato da questo lavoro. Ovvero che nei gruppi meno vaccinati il tasso di rischio di infezione da Sars-CoV-2 era «nel 2023 significativamente più basso rispetto al gruppo con quattro dosi di vaccino».

Come già emerso da uno studio condotto in Qatar, sembra confermato che l’immunità naturale conferisca una protezione molto forte contro la forma grave di Covid senza alcuna prova di declino dell’immunità, una conclusione supportata da una revisione sistematica e da meta-analisi. I ricercatori citano lo studio italiano che ha dimostrato che dal 12 settembre all’11 dicembre 2022 l’rVe di una seconda dose di richiamo di mRNA bivalente «era di circa il 62%» negli over 60. Così pure lo studio di Singapore tra il 14 ottobre 2022 e il 31 gennaio 2023, che mostrava come in soggetti precedentemente infetti una quarta dose di bivalente ha ridotto le infezioni sintomatiche da Sars-CoV-2 e i ricoveri ospedalieri dell’86% e del 96% rispettivamente, durante i due mesi successivi alla vaccinazione.

Ma, osservano, sono studi che «hanno avuto tempi di follow-up dopo la vaccinazione significativamente più brevi rispetto al nostro, e hanno utilizzato endpoint combinati che includevano pazienti ospedalizzati con Sars-CoV-2 per classificare il Covid-19 grave. Tali classificazioni devono essere interpretate con cautela, perché durante le ondate Omicron, molti pazienti ospedalizzati con test positivi presentavano sintomi lievi, o erano addirittura asintomatici e rilevati solo a causa dello screening di ricovero di routine». Come dire, attenzione alle sbandierate dimostrazioni dell’efficacia dei richiami.

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