- Il gesuita usa il virus per la propaganda contro i sovranismi. Così «La Civiltà Cattolica» si riduce a incensare Mattia Santori e co, che possiedono l’antidoto alla paura del contagio e del «diverso»: tenersi stretti stretti in piazza.
- Nella provincia c’è penuria di kit diagnostici. Aumentano i casi sulla nave a Yokohama A Roma, la comitiva della coppia infettata lascia la quarantena. L’italiano è stabile.
- Rimossi due dirigenti locali del partito. Uno aveva ammesso le negligenze. Epurazioni anche a Hong Kong.
Lo speciale contiene tre articoli.
Non resistono. È più forte di loro. Per i progressisti – laici e clericali – il panico da coronavirus è un’occasione ghiotta per avventurarsi in ardite metafore e attaccare lo spauracchio che coltivano con pertinacia: il sovranismo.
Dopo Massimo Recalcati, arriva il nuovo fascicolo de La Civiltà Cattolica, diretta da padre Antonio Spadaro. La rivista uscirà nel fine settimana, ma ieri Avvenire ha anticipato l’editoriale del gesuita. Che peraltro, sembra partire con il piede giusto, poiché riconosce che, insieme alle opportunità, la globalizzazione s’è portata dietro tante insidie: più «siamo connessi», rileva Spadaro, «più il contatto si può trasformare in contagio; la comunicazione in contaminazione; le influenze in infezioni». Sarebbe troppo semplice, però, se la soluzione fosse la profilassi. Scherziamo? Quarantene degli studenti? Stop ai voli dalla Cina? Quella è roba per sovranisti psichici (copyright sulla definizione del suddetto Recalcati).
Bisogna resistere alla «concezione angustamente securitaria», al nazionalismo, all’«ostilità verso l’integrazione», all’«uso politico del cristianesimo» (che evidentemente è strumentale solo quando Matteo Salvini tira fuori il rosario, mai quando i vescovi fanno campagna elettorale per il Pd, come in Emilia Romagna). «Viviamo in una bolla filtrata da mascherine» e non ci rendiamo conto che «il cattolicesimo» ha «gli anticorpi per debellare» il virus della paura: riconoscere «l’estraneo e il diverso come “fratello”». La Covid-19 magari la sconfiggeranno i medici e i vaccini, però al suo sintomo più preoccupante – l’odio – ci penseranno loro: i buoni. Quelli capaci di scardinare gli «algoritmi che fanno scattare una reazione di paura». Ovvero, le sardine. No, non i pesci in senso letterale: quelli fanno bene, sì. Chi ne mangia, come in Giappone, pare campi a lungo. Qua però s’intendono Mattia Santori e compagni, eroi della «reazione antivirale» che attiva «un processo riabilitativo, ricostituente», a colpi di «piazze», di «Erasmus» e altre iniziative utili a «incontrarsi, fare cose insieme», a mettere in campo una «risposta fisica» (sorvoliamo sul fatto che i luoghi affollati sono quelli che più favoriscono i contagi…).
Siamo alle solite. Chi ha timore dell’epidemia, quella che è l’Oms – mica la Lega – a definire «peggio del terrorismo», è stato contagiato dalla vera malattia del nostro tempo: la paura, che rafforza i nazionalismi aggressivi, alimenta il razzismo e bla bla bla. La minestra, riscaldatissima, la conoscete già. L’hanno imparata anche quelli di Pechino, tant’è che l’ambasciata s’è affrettata a invocare la fine delle «aggressioni» ai danni dei cinesi. Come se in Italia si fosse scatenata la persecuzione di chi ha gli occhi a mandorla (casomai, finora, le uniche iniziative di «segregazione» le hanno attuate su sé stessi proprio i cinesi, con le quarantene fai da te).
A padre Spadaro, che essendo un prete sarà prodigo di consigli esistenziali, verrebbe da domandare come dovremmo comportarci, in questi giorni in cui peraltro il numero di vittime è schizzato, perché il regime di Xi Jinping s’è messo a contarle sul serio. Se indossiamo le vituperate mascherine o ci passiamo il gel igienizzante sulle mani, dopo dobbiamo andare a confessarci? Se non facciamo una scorpacciata di ravioli al vapore e pollo alle mandorle, dopo dobbiamo recitare dieci Avemarie di riparazione? Oppure il gesuita de La Civiltà Cattolica ci chiede di imitare il fulgido esempio di San Luigi Gonzaga, il quale, durante la pestilenza del 1590 a Roma, si caricò in spalla un infetto e pochi giorni dopo morì?
Rimane la sensazione che la preoccupazione della gente per il coronavirus non sia tanto una manifestazione di «una concezione angustamente securitaria», quanto la comprensibile e legittima strizza di buscarsi una malattia respiratoria. Una malattia che ha ucciso più della Sars e ha mietuto vittime persino quando i contagiati erano giovani e forti.
Cosa c’entra tutto questo con i sovranismi? La «reazione di paura» non scatta per colpa delle «retoriche di odio». Scatta perché le persone non vogliono ammalarsi e non vogliono morire. Scatta perché la Cina è stata a lungo reticente sulla Covid-19: prima ha sottovalutato il pericolo, poi ha manipolato al ribasso le stime sulla diffusione del morbo, quindi ha tardato enormemente a prendere le contromisure e a collaborare con il resto del mondo. La soluzione al problema è un consesso internazionale che abbia il coraggio di imporre al regime comunista, noncurante dell’eventuale nocumento ai reciproci interessi commerciali, un comportamento degno di un Paese che vuole sedere al tavolo con i grandi. E che, come gli altri, deve stare alle regole. Difficile che a piegare il Dragone siano gli Erasmus e le piazze di Santori.
Se poi ogni fenomeno globale deve ridursi alla polemicuccia contro Salvini e all’adorazione mistica per le sardine, allora – per restare alle metafore mediche – viene il sospetto che padre Spadaro e gli altri censori del sovranismo psichico siano affetti da un’altra patologia: il provincialismo. Qui siamo di fronte a minacce planetarie, eppure i gesuiti ci spacciano per «cattolico», cioè «universale», il civismo di parrocchia e il cattocomunismo 2.0. Siamo tutti atterriti dalle contraddizioni della globalizzazione, che – lo sa pure Spadaro – ci avvicina ma ci rende più vulnerabili (anche in termini economici), eppure la strada indicata dalla Chiesa moderna è «abbracciamoci tutti e volemose bene». «L’apocalisse è a portata di mano», sentenzia il gesuita, eppure la salvezza è a portata di mano: è una scatoletta di pesce azzurro.
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