- Senza più Roberto Speranza, Walter Ricciardi piange i tagli alla sanità e intona la litania dei vaccini. Ma ormai è provato che le pazzie del rischio zero hanno fatto danni gravi. Nuove norme per gli ospedali: tamponi solo per i sintomatici.
- L’ex consulente del già ministro della Salute ricomincia a invocare le punture. E scopre ora i tagli sui quali aveva sorvolato.
Lo speciale contiene due articoli.
Bisogna seguire la scienza, dicono. E seguiamola. Davvero.
È ripartita la tiritera sui contagi da Covid, che dovrebbe trainare un’altra tornata di vaccinazioni. E sono riemersi discorsi inquietanti su pratiche sanitarie da era Speranza, a cominciare dall’uso delle mascherine. Perciò è il caso di ricordare, a chi, come il fisico Roberto Battiston, sostiene che l’autunno «deve preoccuparci», cosa attestano le evidenze sui provvedimenti adottati durante la pandemia. Così vedremo chi sono quelli che danno retta alla scienza e quelli che la usano come foglia di fico della propaganda politica.
Partiamo proprio dalle coperture per le vie respiratorie, simbolo della «nuova normalità» durante la stagione del virus. Già nel 2019, l’Oms aveva pubblicato un dettagliato manuale dedicato alle misure non farmaceutiche per contrastare le epidemie influenzali. A pagina 26 del documento, si leggono le seguenti conclusioni: «Non c’è alcuna prova che le mascherine siano efficaci nel ridurre la trasmissione» dei patogeni.
Non basta? L’anno seguente, è stata Policy Review a mettere sotto esame i bavagli. Ecco con quale formula tirava le fila il mensile dei Centers for disease control and prevention americani (Cdc): «Sebbene studi meccanicistici supportino l’effetto potenziale dell’igiene delle mani o delle mascherine, le prove raccolte da 14 trial randomizzati controllati su tali misure non hanno avvalorato un effetto significativo sulla trasmissione dell’influenza». E non è finita.
Citiamo la maxi revisione diffusa lo scorso gennaio da Cochrane, l’associazione internazionale che monitora sicurezza ed efficacia degli interventi sanitari. Il paper rispondeva a una domanda precisa: «Misure fisiche come il lavaggio delle mani o l’uso delle mascherine fermano o rallentano la diffusione dei virus respiratori?». Risposta, basata sull’analisi di 78 ricerche: «Rispetto al non indossare mascherine […], indossarle potrebbe fare poca o nessuna differenza quanto al numero di persone che hanno contratto una sindrome simil-influenzale o tipo Covid». Quanto al raffronto tra chirurghe e Ffp2, sia nel contesto ospedaliero sia in quello comunitario, il tessuto in teoria più filtrante non ha mostrato risultati superiori.
Badate bene: questo non significa che, di per sé, le mascherine non abbiano la capacità meccanica di schermare dai virus. Il punto è che andrebbero utilizzate seguendo una serie di scrupoli e precauzioni che, nella vita di tutti i giorni, sono semplicemente improponibili: andrebbero sostituite ogni tre-quattro ore, non andrebbero infilate in tasca o legate al gomito, non andrebbero rimesse per troppi giorni di fila, dovrebbero coprire correttamente tanto il naso quanto la bocca… In parole povere: testate sul campo, sui grandi numeri, il loro impatto è per lo meno dubbio, quando inesistente.
Arrivati a settembre 2023, dovrebbe essere superfluo spiegare che i lockdown sono inservibili e dannosi. Persino l’Oms, non volendo, s’è lasciata scappare la verità e ha ammesso che, se la gente resta in casa, le infezioni aumenteranno. Sarebbe bastato un medico condotto di quarant’anni fa per capirlo, ma almeno adesso abbiamo il timbro di un’agenzia Onu. A nessuno venga in mente, comunque, di suggerire chiusure parziali. Ad esempio, di spedire gli studenti a casa per qualche periodo: l’impatto sulla diffusione del Sars-Cov-2 si è rivelato trascurabile e non si capisce quali pericoli corrano i ragazzini.
Dopodiché, è facile immaginare che il martellamento di media e «competenti» sia collegato a uno scopo obliquo: promuovere un altro round di iniezioni. Le autorità regolatorie hanno appena approvato i preparati di Pfizer aggiornati – si fa per dire – alla variante Kraken, che è stata soppiantata da Eris e Pirola. E il ministero raccomanda in primis ad anziani e fragili di porgere il braccio, benché la platea inoculabile parta dai bimbi di sei mesi. Chi è in avanti con gli anni, o soffre di qualche patologia grave, valuterà liberamente, ascoltando il proprio medico curante, se dare un’altra bottarella al sistema immunitario. In fondo, neppure l’influenza stagionale è esente da rischi, per certe categorie di pazienti. Tuttavia, i vaccini che continuano a offrirci non bloccheranno i contagi e non salveranno chi, essendo sano e relativamente giovane, è già al sicuro. Senza contare che i dati invitano alla prudenza: in Inghilterra, tra gli under 40 con quattro dosi è stata registrata un’inopinata impennata di decessi. È una buona idea seguitare il bombardamento di punture, senza aver prima fatto chiarezza sugli effetti avversi? D’altro canto, a rigor di logica, un’ipotesi esclude l’altra: o i vaccini hanno funzionato, quindi non c’è più emergenza; o c’è emergenza, quindi i vaccini non hanno funzionato.
Intanto, per fortuna, abbiamo maturato delle certezze sui protocolli di cura del Covid. L’epopea di paracetamolo e vigile attesa dovrebbe essere terminata. Abbiamo a disposizione gli antinfiammatori e siamo pieni di antivirali. Da ultimo, la squadra del professor Carmine Gazzaruso, responsabile del Centro di ricerca clinico e dell’Istituto clinico Beato Matteo di Vigevano (Gruppo San Donato), ha scoperto che una combinazione di vecchi antistaminici e farmaci antiulcera è utile a combattere i sintomi del long Covid. Lo studio, condotto in collaborazione con la Statale di Milano, l’Irccs MultiMedica di Sesto San Giovanni e il Centro medico Ticinello di Pavia, offre una promettente via d’uscita dall’ultima temuta emergenza: gli strascichi del coronavirus.
Dinanzi a un quadro del genere, che senso ha rispolverare il repertorio allarmistico? Che motivo c’è di rimettersi a parlare di mascherine, isolamento e profilassi? È giusto monitorare, è ingiustificabile spaventare. A meno che le prefiche del Covid non siano, in realtà, gli agenti di commercio di Pfizer & C. Sarebbe un altro paio di maniche. Non scienza. Semmai, pubblicità.
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