Morti improvvise inarrestabili. Ma autopsie al palo
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  • Alla catena di decessi fulminei non seguono adeguati esami Il medico legale: «Indagare è d’interesse per la salute pubblica».
  • La petizione «Hope», lanciata a luglio e sottoscritta da oltre 2.000 scienziati e dottori, è stata presentata all’esecutivo. I firmatari chiedono la revoca del via libera ai sieri a mRna, sottolineandone gli effetti avversi.

Lo speciale contiene due articoli.

«Se un tempo erano anziani o ammalati a morire di morte improvvisa, certificata dal medico condotto, ora si tratta soprattutto di persone giovani e quasi sempre senza patologie predisponenti. Che un sano muoia non è normale, le cause vanno indagate». Robbi Manghi, medico legale, tra i consulenti tecnici d’Ufficio (Ctu) del tribunale di Reggio Emilia, torna a parlare con La Verità del numero di autopsie, poche e superficiali, che vengono fatte nel nostro Paese. Lo segnalava due anni fa, in epoca pandemica, ma il problema rimane irrisolto. Nel frattempo, rischiamo di non sorprenderci più a leggere e ascoltare notizie di «morti improvvise», almeno una cinquantina quelle finite su giornali, notiziari locali e nazionali durante il passato mese di novembre. Figuriamoci quante saranno quelle non pubblicate perché le vittime di «malori» erano perfetti sconosciuti, non meritevoli di finire nelle pagine di cronaca.

Morte improvvisa sarebbe solo l’inizio delle procedure d’indagine in ambito medico forense, invece quasi mai si conoscono le cause che hanno provocato il decesso di un giovane sportivo, di un volontario in qualche associazione, di militari o forze di polizia, tutti costantemente monitorati sulla loro condizione fisica per disposizioni di legge.

«La prassi non è quella di fare l’autopsia per ogni morte accertata “improvvisa”», spiega Manghi. «Si esegue in caso di eventi traumatici gravi, avvenuti sul luogo di lavoro, altrimenti in genere non viene richiesta. O si effettua limitandosi all’accertamento dell’evento anatomico che ha causato la morte, per esempio necrosi estesa del miocardio o del polmone. Però se il morto non aveva fattori di rischio, se non soffriva di patologie, bisogna ricostruire il perché gli è arrivato l’infarto mortale o è deceduto per insufficienza respiratoria». Aggiunge: «Si certifica spesso anche “lacerazione del muscolo cardiaco”, ma dal momento che non è dovuta a deficit congeniti, va indagata». Quasi sempre, invece, manca dall’esame autoptico l’eziopatogenesi, ovvero l’analisi delle cause e dello sviluppo di una patologia o di una condizione anomala. Non è essenziale solo se si cercano correlazioni tra eventi avversi e vaccinazioni anti Covid, sempre andrebbe effettuata. «Dovremmo fare tutte le indagini nell’interesse della salute pubblica. Certo, per persone sottoposte a tappeto a ciclo vaccinale completo e poi morte all’improvviso, perlomeno un dubbio sarebbe opportuno averlo», sottolinea Manghi.

L’esperto evidenzia anche un’altra drammaticità. «Chiediamoci come mai cardiopatici, obesi, diabetici quando stanno male e vengono soccorsi tempestivamente, riescono ad arrivare in ospedale e a fare le terapie necessarie, invece per molte di queste morti improvvise in giovani sani, anche nei casi in cui si interviene precocemente con le manovre rianimatorie o con il defibrillatore le persone non si recuperano. Non c’è nulla da fare, eppure dovrebbe essere il contrario in assenza di rischio».

Quando una persona sana, giovane, che non beveva e non si drogava muore all’improvviso per un’alterazione anatomica, le autorità sanitaria e giudiziarie si devono allarmare indagandone le cause. Non si fanno indagini autoptiche perché costano troppo? «Ma no», allontana ogni dubbio il medico legale. «Il pm ha convenzioni con le Asl per le analisi e il lavoro dei periti». Se non è la spesa a frenare (motivazione comunque non sufficiente di fronte alla moria di giovani vite), perché ancora tanto disinteresse nell’analizzare le cause di morte?

Valerio Petterle, 63 anni, medico necroscopo dell’Ulss 2, in un recente incontro con amici a Palmanova ha presentato una sorta di protocollo da lui redatto e che fa capire quanto superficiale sia ancora l’approccio all’autopsia. Dopo la morte improvvisa, per esempio il malore nel sonno o per strada di un giovane con anamnesi medica negativa, vanno fatto indagini tossicologiche allargate e sugli organi.

Elencava: «Campionamento istologico di tutti gli organi e delle lesioni insolite; prelievo istologico in varie sedi del cuore; controllo tromboembolia polmonare e successivamente microtrombi; attenzione alla milza e alla vena terminale del cervello; in tutti gli organi cercare infiltrazione linfocitaria, la quale è piccola focale e multifocale quindi frequente inosservata; se si sospetta un evento cardiaco improvviso specie nei giovani, si richiede una risonanza magnetica nucleare cardiaca post mortem prima di procedere all’autopsia».

Altre indagini andrebbero fatte, invece la constatazione di decesso fatta dal medico di famiglia, o dalla guardia medica o dal medico del 118, e il successivo accertamento della «realtà della morte» eseguito dal medico necroscopo raramente includono una richiesta di autopsia, sulle cui modalità «standard al ribasso» già abbiamo detto.

Pensate poi che questi certificati con dati sensibili, inclusa la scheda Istat, vengono portati in Comune dall’impresa di pompe funebri, alla faccia della privacy! L’indagine può non iniziare nemmeno se è il medico o se sono i familiari a richiederla. «Non esiste un obbligo, c’è un margine di discrezionalità riconosciuto ai pubblici ministeri», conferma un sostituto procuratore che preferisce mantenere l’anonimato. «L’avvocato della famiglia deve essere molto insistente, sperando che il pm cambi idea. Gli esami autoptici sono atti ripetibili, ma a distanza di mesi poi l’esito è più incerto».

Medici che non fanno autopsie e magistrati che ne ignorano l’importanza. Intanto giovani continuano a morire di morti improvvise.

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