Lo speciale comprende due articoli.
Mentre l’Iss certifica quel che gli italiani sapevano già, ovvero che anche chi ha fatto il booster si può contagiare facilmente senza però (grazie anche al vaccino) sviluppare una forma grave della malattia, è ufficialmente partita la narrazione mediatica per preparare la campagna vaccinale di ottobre, sempre che si riescano ad avere già i farmaci aggiornati per le ultime varianti. Ma per i narratori non c’è problema, se il Covid cambia basta puntare i riflettori sul long Covid (che, peraltro, ha colpito anche i vaccinati), ovvero l’insieme dei disturbi che persistono o che possono presentarsi settimane dopo l’eliminazione del virus dall’organismo. Seguendo uno schema ben preciso. Primo: se hai fatto la terza dose, non rischi il long Covid (basta vedere il risalto dato in questi giorni allo studio pubblicato sulla rivista Journal of the american medical association secondo cui con tre dosi di vaccino a mRna si è più protetti indipendentemente dalla variante da cui veniamo colpiti). Secondo: Omicron 5 crea un long Covid ancora più long (non si spiega però su quali dati si basi questo assunto, considerando che l’ultima variante è comparsa non più di due mesi fa). Il terzo step della narrazione è consequenziale ai primi: fatevi tutti la terza dose e pure la quarta, anche con i vaccini vecchi, che hanno dimostrato di non arginare i contagi delle ultime varianti, ma fatevela. E intanto continuate a indossare la mascherina, che non si sa mai.
Ieri, ad esempio, l’immunologo ed ex membro del Comitato tecnico scientifico, Sergio Abrignani, in un’intervista a Repubblica ha ammesso che «Omicron è troppo contagiosa per i vaccini attuali», ma poi ha detto che «la quarta dose fa aumentare gli anticorpi in modo rapido», quindi va somministrata subito agli anziani, anche se con i vecchi vaccini e anche se «due mesi è la protezione offerta» dal quarto shot. Quanto al vaccino aggiornato non ancora approvato dall’Ema, e per altro preparato con Omicron 1, «non è l’ideale, ma è meglio dell’attuale» e secondo Abrignani dovremmo farlo tutti. Anche se non sappiamo di quanto dovrebbe aumentare la protezione dei contagi. Si è subito allineato il direttore sanitario dell’Irccs Galeazzi di Milano, Fabrizio Pregliasco, che all’agenzia Adnkronos ha condannato chi dice che è meglio aspettare il vaccino nuovo. Un ragionamento che secondo Pregliasco arriverebbe anche come «suggerimento» da «alcuni medici di famiglia», fautori di questo tipo di «narrazione sbagliata» che finisce per «tirare il freno a mano alle quarte dosi fortemente raccomandate a over 80 e fragili». Il vaccino oggi disponibile «serve eccome», assicura Pregliasco.
Al netto dei messaggi rivolti ai no vax, delle narrazioni mediatiche e degli interventi delle varie virostar, pronte a tornare finalmente in tv o sui giornali dopo qualche mese di astinenza provocata dal dibattito sulla guerra in Ucraina, al momento abbiamo poche certezze. Sappiamo che almeno i tre quarti degli anticorpi che vengono prodotti dagli attuali booster sono inutili, nel senso che vanno ad «attaccarsi» a dei pezzi di virus che con Omicron sono cambiati. Con Omicron 5 pare che la percentuale scenda a uno su dieci. Ecco perché i contagi non si fermano. Sappiamo anche che la non gravità del Covid da Omicron deriva dalla risposta dei linfociti T, che agiscono in modo diverso dagli anticorpi. Però attenzione, perché esiste un fenomeno di «esaurimento» dell’immunità a causa della continua esposizione agli antigeni prodotti da ripetute dosi di vaccini uguali. Per ora non sembra una questione centrale per il Covid ma bisogna tenerne conto. Sappiamo che, sul fronte dei nuovi vaccini, il 17 giugno, l’Agenzia europea del farmaco, Ema, ha iniziato la revisione a rotazione per una versione dello Spikevax di Moderna adattata per fornire protezione contro il ceppo originale e contro Omicron. Qualche settimana prima, il responsabile della strategia vaccini dell’Agenzia, Marco Cavaleri, aveva detto che l’obiettivo è dare il via libera ai primi nuovi vaccini in settembre. Sappiamo soprattutto che a oltre due anni dall’inizio della pandemia, l’approccio e le strategie si stanno evolvendo. Il ministero della Salute non può aggrapparsi ai vaccini di oggi, arrivati a fine corsa e il cui «software» va inevitabilmente aggiornato, invece di guardare al futuro prossimo. Si sta finalmente cominciando anche a investire sui trattamenti da integrare con il vaccino (e dunque non sono alternativi ad esso). Le autorità di vigilanza si chiedono se inseguire il virus invece di anticiparlo sia la strategia giusta nell’interesse della salute pubblica.
Si tratta di impostare «una discussione più strategica su quali tipi di vaccini potrebbero essere necessari sul lungo termine per gestire adeguatamente il Covid», ha detto a gennaio Emer Cooke, direttore esecutivo dell’Ema. Ciò può significare una spinta verso i vaccini «universali», quelli che colpiscono parti di virus che non mutano rapidamente come la proteina Spike. Spiegare cosa, e come, stia cambiando nella gestione della pandemia dovrebbe essere compito dei singoli Stati. Spiegare, ad esempio, che anche il vaccino antinfluenzale messo in commercio due o tre anni fa è diverso da quello attuale perché i ceppi virali cambiano, ma ciò non significa che allora sia stato inutile, spiegare anche come viene decisa la programmazione degli acquisti dei prossimi vaccini aggiornati, se le forniture dipendono anche dalla quantità delle attuali scorte da smaltire. Altrimenti, sarà solo narrazione.
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