«L’unico vero accanimento contro Lambert è quello di chi vuole vederlo morire»
  • Il sacerdote e genetista dell’Università Cattolica fa chiarezza sulla situazione clinica del francese: «La sua sola colpa è quella di occupare un letto ritenuto troppo costoso».
  • Non è in fin di vita: come lui in Francia ci sono altre 1.700 persone.
  • Il tribunale di Parigi stabilisce che nutrizione e idratazione debbano continuare. E concede sei mesi di tempo all’Onu per esprimersi sul caso. La madre: «Lo portino in una struttura specializzata». Ma la moglie insiste perché sia ucciso e annuncia altre azioni legali.

Lo speciale contiene tre articoli

Don Roberto Colombo, genetista clinico esperto in malattie ereditarie rare e docente della Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica (Roma), è membro ordinario della Pontificia Accademia per la vita e consultore del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita.

Un tribunale ha ordinato la ripresa delle cure per Vincent Lambert. Come valuta questa decisione?

«È� una decisione tardiva, in extremis, ma molto positiva e foriera, speriamo e preghiamo, di ulteriori, definitivi sviluppi favorevoli al paziente, secondo le attese dei suoi genitori e di moltissimi amici e semplici cittadini francesi ed europei. Non è mai troppo tardi per ritornare sui propri passi quando si è sbagliato. Serve un vivace senso di responsabilità e grande umiltà . Tutti possono sbagliare, anche i medici e i giudici. Ma è proprio di uomo e di una donna maturi, dalla statura umana piena, e di professionisti seri e affidabili, ammettere i propri errori e ritornare sui propri passi. Puntare i piedi e irrigidirsi sulle posizioni errate è da bambini, da irresponsabili».

Si può dire che, negli anni passati, ci sia stato «accanimento terapeutico» nei confronti di Vincent Lambert?

«Assolutamente no. Lo hanno riconosciuto anche i periti clinici nominati dal tribunale amministrativo di Chalons-en-Champagne, che nella loro relazione, datata 22 novembre 2018, hanno parlato di “risposta [assistenziale] ai bisogni fondamentali primari (alimentazione, idratazione, escrezione), ordinaria ed appropriata che è clinicamente e deontologicamente dovuta ad ogni paziente ricoverato in un ospedale o assistito a domicilio”».

Lambert respira da solo.

«Vincent non è sottoposto a ventilazione meccanica né a stimolazione del battito cardiaco: respira ed il suo cuore batte spontaneamente. Non gli vengono praticate terapie farmacologiche, radiologiche o chirurgiche, perché non gioverebbero a migliorare il suo quadro clinico. Ha bisogno solo di cure fisiologiche, di essere ricoverato in un centro specializzato e attrezzato per disabili cerebrolesi dove venga assistito adeguatamente. E in Francia sono ben sette i centri con queste caratteristiche che si sono offerti di accoglierlo. Al contrario, dobbiamo parlare di “accanimento tanatologico” nei suoi confronti, di “ostinazione irragionevole anticurativa” che si è manifestata a più riprese da parte dei medici e dei giudici nelle cui mani è la decisione sulla sua vita».

A differenza di altri casi, questa storia ha suscitato opinioni molto diverse anche tra i medici. Forse proprio perché le condizioni di Lambert sono particolari?

«Credo che – come nel caso dei piccoli Charlie Gard e Alfie Evans nel Regno Unito – i medici abbiano subito forti pressioni e pesanti condizionamenti da parte del servizio sanitario ospedaliero e dei suoi amministratori per “liberare un letto”, come si dice in gergo. Questo non giustifica il loro cedimento a logiche finanziarie e gestionali estranee alla buona pratica clinica e all’etica medica, ma forse aiuta a capire come mai non vi sia stato consenso su questo caso, neppure all’interno dello stesso Chu di Reims e perfino nel reparto dove Vincent è ricoverato. Alcuni hanno abbracciato il clima culturale eutanasico che ambisce a diventare dominante nella cultura medica francese ed europea, altri hanno resistito e tuttora oppongono una giusta, fiera resistenza».

Tuttavia, secondo alcuni, Vincent sarebbe un “vegetale”. O comunque, completamente incosciente. È� davvero così?

«L’espressione clinica “stato vegetativo” – che comunque non si applica alle condizioni di Vincent Lambert, come invece poteva essere applicata a quelle di Eluana Englaro, solo per fare un esempio – viene volgarizzata e talora diffusa dai mass media alludendo alla (impossibile) situazione in cui, a causa di una patologia neurologica, un uomo o una donna possano condurre una esistenza simile a quella di una pianta, di un “vegetale”, appunto. Questo è scientificamente e antropologicamente falso. Un uomo resta un uomo dal suo concepimento fino alla sua morte. Sempre e comunque, in qualunque condizione fisica (clinica), psicologica, morale o sociale si trovi. Poiché questi pazienti non sono in grado di comunicare con noi in modo sufficiente per rilevare con gli strumenti della neuropsicologia clinica il livello e il contenuto della loro “coscienza interna”, profonda, nulla possiamo dire di certo sul suo stato, sul livello di percezione di quanto accade fuori e all’interno del loro corpo. Ma vi sono solide evidenze che una coscienza, almeno parziale sussista comunque».

Quanto potrebbe sopravvivere (e in quali condizioni) un malato come Lambert, se non verranno nuovamente interrotte la nutrizione e l’idratazione?

«Non è possibile prevederlo. La prognosi temporale varia considerevolmente da caso a caso, ed è comunque altamente incerta. Si può trattare di anni o anche, talora, decenni. È � anche importante la cura che questi pazienti ricevono, per prevenire complicanze di vario genere, che possono riguardare diversi organi e apparati, come per tutti i malati cronici e lungodegenti».

Fino all’ultimo momento la sorte di Lambert sembrava irrimediabilmente segnata. Perché, secondo lei, le autorità francesi erano decise a farlo morire?

«Nel 1995, san Giovanni Paolo II aveva già previsto una delle ragioni – oggi forse quella che si sta facendo strada in Europa – per il ricorso all’eutanasia involontaria, cioè quella praticata non su richiesta del paziente stesso o dei suoi tutori legali, ma imposta dallo Stato attraverso le strutture del sistema sanitario nazionale. Scrive il Papa nella enciclica Evangelium vitae: “Nella diffusione dell’eutanasia, mascherata e strisciante o attuata apertamente e persino legalizzata, […] oltre che per una presunta pietà di fronte al dolore del paziente, viene talora giustificata con una ragione utilitaristica, volta ad evitare spese improduttive troppo gravose per la società. Si propone così la soppressione dei neonati malformati, degli handicappati gravi, degli inabili, degli anziani, soprattutto se non autosufficienti, e dei malati terminali”. Ritengo che questa “non ragione” utilitaristica, finanziaria, possa aver generato questa irresponsabile, deprecabile “urgenza di sopprimere” disabili gravi come Vincent Lambert, che non hanno altra “colpa” che quella di occupare per lungo tempo un letto di degenza ritenuto troppo costoso».

Ho l’impressione che, se Vincent dovesse essere ucciso, si valicherebbe un limite sinora insuperato in Europa. Si toglierebbe la vita ad una persona che non ha chiesto di morire, né ora né anticipatamente. Lei che ne pensa?

«È� proprio così. Si sta aprendo la strada – spalancando la voragine, starei per dire – della eutanasia involontaria dei disabili gravi. Non solo dei pazienti nello stadio terminale della loro malattia, non solo coloro che soffrono atrocemente (ma oggi vi sono le cure palliative e la terapia del dolore!) come ci ha voluto far credere la propaganda eutanasica, ma perfino dei portatori di handicap, dei cerebrolesi, e forse un giorno – speriamo di non vederlo – anche degli anziani non autosufficienti e pluripatologici».

Che cosa sta alla base di questa «cultura dello scarto», come l’ha definita papa Francesco?

«La mancanza di accoglienza della vita di tutti e di ciascuno, in qualunque condizione fisica, cognitiva o relazionale la persona (nata e non ancora nata) si trovi, e la “cultura dell’indifferenza” che oggi è trasversale alle società e alle politiche. “Quest’attitudine egoistica, di indifferenza, ha preso oggi una dimensione mondiale, a tal punto che possiamo parlare di una globalizzazione dell’indifferenza. […] L’indifferenza verso il prossimo e verso Dio è una reale tentazione anche per noi cristiani”. Noi che abbiamo conosciuto che “Dio non è indifferente al mondo, ma lo ama fino a dare il suo Figlio per la salvezza di ogni uomo” (papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2015). Per questo, eutanasia ed aborto sono due facce della medesima “cultura della morte”, come la definì san Giovanni Paolo II, cui dobbiamo opporre la “cultura della vita” fondata sulla “civiltà dell’amore”».

Francesco Borgonovo

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