• Chi non vuole i camici non inoculati in ospedale dimentica che la sanità arranca: tempi biblici in dieci Regioni su 21.
  • «The Atlantic» tifa per il colpo di spugna sul virus. Ma la verità deve essere accertata.

Lo speciale contiene due articoli.

A coloro che si stracciano le vesti per la decisione del governo Meloni di anticipare al primo novembre la fine dell’obbligo vaccinale per medici e operatori sanitari, varrebbe la pena ricordare che 15.000 operatori sanitari in più, in un organico già carente, potrebbero aiutare a smaltire le liste d’attesa che si sono accumulate per visite ed esami saltati nei due anni di gestione pandemica basata solo su vaccini, obblighi e restrizioni. Mentre infatti il ministero della Salute di Roberto Speranza costringeva medici e personale ospedaliero all’immunizzazione, senza nemmeno tentare di immaginare percorsi paralleli per garantire le cure alla maggioranza degli italiani con malattie diverse dal Covid-19, solo nel 2020, non sono stati eseguiti «2,5 milioni di ricoveri ordinari e di 1,7 milioni in day surgery e day hospital», come denuncia Massimo Carlini, presidente della Società italiana di chirurgia (Sic). Sono ricoveri da recuperare insieme a circa il 30% di visite ed esami ambulatoriali, screening tumorali persi e all’incremento del 40% dei disturbi mentali, effetti collaterali della gestione pandemica di Speranza. Sull’inutilità di tale polemica per il reintegro dei cosiddetti no vax – che molti virostar hanno bollato come «amnistia antiscientifica» perché metterebbe a rischio i pazienti fragili – basta ricordare che «la maggior parte dei medici sospesi, o si sono vaccinati o si sono ammalati», ha detto ieri, a Sky Tg24, Pierino Di Silverio, il segretario nazionale di Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri maggiormente rappresentativo. «La cifra di 4.000 medici non vaccinati fornita dal governo è sovrastimata», per Silverio, a meno che non «comprenda anche odontoiatri e medici di medicina generale». L’ultima stima Fnomceo, la Federazione nazionale dell’ordine dei medici, rileva che sono 3.400 i medici sospesi dall’Ordine per mancata vaccinazione, mentre il numero totale degli operatori sanitari sospesi è di 15.000. In ogni caso si tratta dello 0,6-0,7% del totale. Pochi o tanti, sono preziosi, visti i numeri dell’emergenza accumulata in due anni di non accesso alle cure.

L’ultimo report diffuso in questi giorni dall’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari, rivela che, solo le liste d’attesa relative a interventi chirurgici per tumori maligni, cioè quelle più urgenti, da eseguire entro 30 gironi, in dieci regioni su 21 hanno visto tempi peggiorati dal 2019 al 2021. La provincia autonoma di Trento è all’ultimo posto con un calo del 25,4%. Segue l’Emilia Romagna (-14,1%) e il Piemonte (-10,7%). Migliora del 19,3% la Val d’Aosta, l’Abruzzo (+14,5%) e la Toscana (+13,4%).

Situazione simile anche per gli interventi per l’area cardiologica. Come accadeva prima del Covid, il privato accreditato ha tempi più brevi, ma in ogni caso nessuna Regione rispetta il 100% dei tempi d’attesa. Stessa situazione anche per le prestazioni specialistiche ambulatoriali, che non hanno ancora raggiunto i livelli pre Covid. Rispetto al 2019, nel corso del 2020 ci sono state 64,5 milioni di prestazioni di specialistica ambulatoriale in meno (-28,3%) e nel 2021 sono state 34 milioni (-14,9%), per un totale di 98,4 milioni di visite specialistiche da recuperare. Sempre i dati a disposizione di Agenas mostrano un miglioramento, ma ancora molto lontano dai livelli del 2019. A parte infatti la Regione Toscana, tutte le altre sono ancora distanti dai numeri pre Covid con in media il 20% in meno delle prestazioni erogate e Bolzano, all’ultimo posto, con quasi la metà rispetto al 2019. Ma a questi ci sono altri numeri da aggiungere. L’emergenza pandemica ha bloccato circa 2,5 milioni di screening tumorali, secondo l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). Nel 2020, in Italia, le nuove diagnosi di neoplasia si sono ridotte dell’11% rispetto al 2019, i nuovi trattamenti farmacologici del 13%, gli interventi chirurgici del 18%.

Non solo. Sono state stimate anche le diagnosi mancate: oltre 3.300 per il tumore del seno, circa 1.300 per il colon-retto (e 7.474 adenomi in meno) e 2.782 lesioni precancerose della cervice uterina. «Le neoplasie, non rilevate nel 2020, ora stanno venendo alla luce, ma in stadi più avanzati e con prognosi peggiori rispetto al periodo precedente la pandemia», spiega Saverio Cinieri, presidente nazionale Aiom, «inoltre, queste patologie presentano anche un carico tumorale maggiore, cioè metastasi diffuse, con quadri clinici che non vedevamo da tempo». Come se non bastasse, «in due anni di pandemia è quasi raddoppiata la percentuale degli italiani che ha rinunciato alle cure. Secondo l’ultimo Rapporto Bes dell’Istat, siamo passati dal 6,3% del 2019 all’11% del 2021», sottolinea Tonino Aceti, presidente di Salutequità. Tradotto in numeri, se nel 2019 a rinunciare sono stati 3 milioni di italiani, nel 2020, il numero ha toccato quota 5,6 milioni. Il tutto senza considerare le mancate terapie e il peggioramento delle malattie croniche come diabete, patologie cardiovascolari, reumatologiche, pneumologiche e autoimmuni già diagnosticate, ma non monitorate e, purtroppo, peggiorate.

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