La grande abbuffata. Mangiare troppo e male è da autolesionisti. Ma c’è un altro nemico: la cultura della dieta
Ansa
  • Facile concedersi qualche caloria in più, soprattutto se serve a sentirci ripagati dalle frustrazioni. Altrettanto facile, poi, metterci a stecchetto in modo da sentirci più adeguati all’estetica imperante. Fermi tutti: meglio rifletterci un po’ su. E lasciarsi alle spalle la mania del cibo. Come spiega un libro dal titolo illuminante: F*ck it diet.
  • Impariamo da Caroline Dooner quant’è importante riposare e affrontare quello che ci crea disagio.

Lo speciale contiene due articoli

È appena approdata nelle nostre librerie una dieta che piacerà ai pentastellati. È la F*ck it diet, letteralmente «dieta vaffa…», e il libro che ce la illustra si intitola proprio così. Il sottotitolo, poi, è ancora più aggressivo: Basta con le diete. Mangiare è semplice. Ti dico come e perché. Al pari del pentastellato, semplice cittadino e outisder della politica, l’autrice di questa sonora ribellione alle diete non è una dietologa di professione: è una specie di… cittadina delle diete. Le ha fatte tutte, anelando la magrezza più di ogni altra cosa al mondo: «Ho cominciato a fare diete a quattordici anni, quando mi sono resa conto che i miei shorts erano davvero troppo aderenti e che la mia faccia stava diventando più unta e rotonda ogni giorno che passava. E così, per i dieci anni successivi, o ero “a dieta” – ossessionata dal seguire le regole alla perfezione – oppure ero “non a dieta” perché stavo mangiando in modo incontrollato e mi sentivo orribile. Ho tentato la dieta Atkins, la dieta South Beach, la dieta della resistenza all’insulina, la dieta del pH, la dieta del gruppo sanguigno, la dieta Rosedale, la dieta vegana crudista» e così via. Fino a rendersi conto, il giorno del suo ventiquattresimo compleanno, «dopo aver mangiato nove pancake di zucca e dodici cupcake di farina di mandorle», che non poteva continuare così.

Caroline Dooner, attrice comica, scrittrice e insegnante di yoga, ha passato molti anni della sua vita in quella modalità «cane che si morde la coda» ben nota a chi non è snello di natura, non ha il metabolismo veloce e spesso mangia tanto per motivazioni psicologiche: stare a dieta ferrea, smettere raggiunto il risultato, riprendere ad abbuffarsi riprendendo i chili prima perduti, rimettersi a dieta ferrea, perdere i chili, smettere la dieta, mangiare in libertà, riprendere i chili perduti, rimettersi a dieta e così via. Caroline ha deciso di affrontare l’evidente problema di incapacità personale di gestione equilibrata della propria alimentazione. Ha poi sintetizzato il tutto sotto il nome «dieta vaffan…o» e fondato una scuola online che – esattamente come fece la Rete per i 5 stelle – sta dando vita a una specie di movimento di ribellione nei confronti delle diete e sta legittimando la signora come guru.

Il problema dell’obesità negli Stati Uniti è serissimo: i normopeso sono ormai una minoranza, il 70% degli adulti è in sovrappeso, il 35,9% è obeso (ben il 18,5% tra i ragazzi) e questa realtà, già preoccupante, pare tendere ad aumentare. Nel 1980 nessuno Stato statunitense registrava un tasso di obesità superiore al 15%, nel 2014 22 Stati su 50 lo attestano al 22%. Il tasso delle donne obese è del 40%. Va detto che nessun medico ha la bacchetta magica e il caso della dieta è molto particolare: se il soggetto a dieta non la segue, il medico può fare ben poco. A monte, se uno mangiasse con coscienza e consapevolezza, a meno che non presenti problemi per esempio endocrinologici, non avrebbe bisogno del dietologo. Pochi anni fa uno scienziato si è sottoposto a un esperimento per verificare la tesi del docufilm del 2004 Supersize me di Morgan Spurlock, nel quale il protagonista mangiava ogni giorno sconsideratamente da Mc Donald’s e dopo un mese era ovviamente ingrassato di 11 chili e aveva vari valori sanguigni sballati. Il film, peraltro, era ispirato dal caso di due ragazze che avevano fatto causa a McDonald’s accusandola di essere obese a causa dei suoi panini… Ebbene, John Cisna, insegnante di scienze alla Iowa University, ha assunto 2.000 calorie giornaliere mangiando esclusivamente da McDonald’s (dai gelati ai paninazzi, non mangiava solo l’insalata) e camminato tre quarti d’ora al giorno e in tre mesi ha perso 17 chili e il suo colesterolo è sceso da 249 a 170. «La morale», ha dichiarato il professore, «non è che bisogna mangiare più spesso da McDonald’s. La morale è che bisogna stare attenti a cosa si mangia e all’esercizio fisico. Sono le nostre scelte che ci fanno diventare grassi, non McDonald’s».

Ma torniamo alla Dooner. La quale afferma che se abbiamo bisogno di una dieta dimagrante e funzioniamo a yoyo, stando a dieta ferrea e poi abbuffandoci, vuol dire che presentiamo una dipendenza psicologica e fisica nei confronti del cibo. Perciò l’autrice si incarica, forte della sua esperienza, di esaminare «gli errori della cultura delle diete» e di insegnare a costruire un rapporto fisico, emotivo e mentale sano con il cibo. «Se state passando dalla dieta al consumo compulsivo e viceversa, state mettendo il vostro fisico in uno stato di crisi costante. E quindi entrerete in modalità sopravvivenza». La modalità sopravvivenza fa funzionare il metabolismo come di fronte a una carestia alimentare. La dieta ferrea alla quale si sottopone un obeso, spiega la Dooner, porta inevitabilmente l’organismo in modalità carestia. Di fronte alla penuria di cibo, il metabolismo rallenta allo scopo di non consumare in fretta quel cibo che è inferiore a quanto se ne vorrebbe mangiare, il cervello pensa continuamente al cibo e l’abbuffata, prima o poi, arriverà: o occasionalmente, durante la dieta, oppure, sistematicamente, alla fine della dieta, determinando la ripresa di tutti i chili perduti. Il fabbisogno calorico di cui l’organismo ha naturalmente bisogno è determinato dal peso di partenza. Se peso 200 chili avrò bisogno di più calorie rispetto ad una persona che ne pesa 60 per mantenere il mio peso senza intaccare le riserve, perciò l’obeso, pur essendo in sovrappeso, mangia moltissimo. Ma, allo stesso tempo, è solo invertendo il desiderio che la persona magra, mangiando più di quanto vorrebbe, ingrasserà e che quella grassa, mangiando meno, dimagrirà. Il corpo di chi ingrassa e dimagrisce di continuo, dice la Dooner, deve subire un reset di ritorno alla normalità che non gli faccia più vedere il cibo prima come un nemico dal quale difendersi e poi come una droga con la quale autodistruggersi. Perciò bisogna deprogrammarsi da questa visione indotta. «È difficile per noi credere che la cura per la dipendenza dal cibo possa passare attraverso il mangiare di più e lasciare così che il nostro corpo guarisca dal ciclo ossessionante della carestia e della sopravvivenza. Abbiamo troppa paura del cibo, delle calorie e del peso, quindi non guariamo mai, e la nostra ossessione e le abbuffate compulsive continuano. L’altalena peggiora, il nostro metabolismo rimane soffocato, il cervello fissato sul cibo, e il corpo mette su peso ogni volta che ne ha la possibilità».

La Dooner porta l’attenzione su aspetti riguardo ai quali non riflettiamo mai abbastanza, presi come siamo nel vortice estetico contemporaneo. Per esempio, come la magrezza sia, soprattutto per le donne, un diktat estetico della società contemporanea, mentre tutte le ere passate, fino alla metà circa del secolo scorso, hanno sempre considerato sexy e in salute la donna normopeso, dai fianchi morbidi. Altro aspetto: diventare schiavi psicologici del canone magro può condurre a disturbi alimentari e psicologici. Perciò, secondo la Dooner, bisogna innanzitutto lasciarsi alle spalle la fobia del cibo. Il percorso è strutturato in quattro fasi: la parte fisica, la parte emotiva, la parte mentale, la parte della prosperità. La parte fisica consiste innanzitutto nel consentire a sé stessi il cibo: «avete bisogno di concedervi di nutrirvi, ogni volta che avete fame, finché ciò che guiderà la vostra assunzione di cibo sarà il vostro corpo, la vostra intuizione e non il meccanismo della carestia». Cibo vero, compresi zuccheri e dolciumi e perfino il cibo spazzatura, se uno, una volta, ne ha voglia. «Il vostro corpo alla fine diventerà molto bravo nel farvi capire cosa può sostenere e cosa invece non è in grado di sopportare».

Altro strumento, riposare. Fare sport solo dopo che si è nutriti e riposati. Così, secondo la Dooner, il corpo si emanciperà dallo stress psicofisico indotto dalle diete. Se la parte fisica serve a spezzare il circolo vizioso delle diete troppo ferree seguite dalle mega abbuffate e delle conseguenti riesplosioni di peso, la parte emotiva del percorso è necessaria per risolvere in modo naturale la tendenza a mettere a tacere o a evitare le emozioni relative al cibo e le emozioni in generale. Provare le emozioni vuol dire dare loro alloggio nel nostro corpo: è questa la parte più importante del libro, a nostro avviso. La Dooner spiega bene come moltissime persone con ogni sorta di disturbo alimentare abbiano difficoltà a provare come ci si sente nel proprio corpo. La loro consapevolezza risiede esclusivamente nella loro testa, fissata che modificando un corpo percepito come odioso e estraneo poiché non lo si ama, l’esistenza migliorerà. Invece, quest’ossessione è soltanto lo spostamento dal vero problema, perché le diete e le abbuffate sono anche un modo molto efficace per desensibilizzarci e distrarci dalle nostre emozioni e da ciò che ci sta accadendo veramente. Tornare nel corpo, al contrario, ha che fare con l’ubicazione fisica della nostra consapevolezza. «Gli esseri umani usano un sacco di cose per desensibilizzarsi», allerta la Dooner. Il telefono, l’esercizio fisico, il lavoro, i social media, l’alcool, le relazioni, l’attenzione, il sesso: non è la cosa in sé, ma come la si usa. Mentre, però, di tutte le suddette cose di cui possiamo diventare dipendenti noi possiamo fare a meno, del cibo non possiamo. E trattare l’alimentazione disfunzionale come un problema di droga, utilizzando la dieta come cura e basta, ma senza un approfondimento psicologico, non fa altro che perpetuare il problema. L’unico modo è, dunque, quello di ricostruire un rapporto sereno con il cibo. Occorre affrontare anche – e questa è la parte mentale – le credenze sulla bellezza, sul peso e sul valore, che sono al centro del nostro rapporto disturbato e complicato col cibo, e liberarsene. «Il profondo desiderio di essere magri o in forma ci viene inculcato dalla società, e poi viene sfruttato finché non spendiamo tutti i nostri soldi inseguendo il sogno di ciò che essere magri ci offrirebbe. Felicità. Rispetto. Amore. Sicurezza. Bellezza. Begli orologi. Una cucina bianchissima piena di minuscoli vasetti di yogurt. Rilassamento. Pace. La maggior parte di noi crede in questa fantasia senza nemmeno rendersene conto: il fatto è che sembra proprio la verità. Ma potete interrompere questo lavaggio del cervello inconscio adesso. Tutto ciò che dovete fare è iniziare a diventare consapevoli della vostra fantasia di magrezza. E poi iniziare a concedervi le cose che pensavate di poter ottenere solo con la magrezza. E si fotta chiunque dica che non potete averle».

Non va dimenticato che sono incontestabili le problematiche di salute che derivano da un eccesso di peso. La Dooner rischia di legittimare un’alimentazione insalubre, quando, parlando di grassofobia insita nella società, propone come soluzione una battaglia che dimostri il quasi fascismo della magrezza e sponsorizzi l’orgoglio obeso. Sia l’eccesso di magrezza, sia quello di sovrappeso, sono patologie. Va bene un cucchiaino di zucchero nel caffè, va bene il dolcetto ogni tanto, ma denunciare il regime estetico della magrezza non deve condurre a mangiare in assoluta anarchia, trasformandoci in orgogliosi obesi. Istituire una sorta di «orgoglio obeso» combatte solo la tendenza sociale a schifare il grasso, ma non risolve i suoi di salute. Resta che la battaglia per accettarsi anche senza pretendere di pesare 40 chili, intesa come viatico per ricostruire una relazione normale con l’alimentazione, condotta dal resto del libro, è sacrosanta.

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