- Ai tempi del Covid, investire negli ospedali sembrava la priorità di tutti. Ma erano promesse da marinaio. Oggi il quadro è drammatico: mancano 30.000 medici ospedalieri, 70.000 infermieri e circa 100.000 posti letto. In 10 anni, tra il 2011 e il 2021, in Italia sono state chiuse 125 strutture, ben il 12%. E queste carenze rendono impossibile l’attuazione di quanto previsto dal Pnrr.
- In Campania fondi anti liste d’attesa mai usati, l’intramoenia impazza.
- Puglia: visite ginecologiche prioritarie, solo il 9,38% rispetta i tempi.
- Molise, nella cardiologia di Isernia macchinari rotti da 7 mesi.
- In Sardegna interi reparti senza personale restano chiusi.
Lo speciale contiene cinque articoli.
Attese anche di un anno, pronti soccorso e ambulatori sguarniti. Alla faccia della sanità che dopo il Covid doveva diventare migliore. La pandemia avrebbe dovuto segnare una svolta nel modo di considerare le strutture pubbliche, non come voragini di soldi, e quindi da tagliare ma come presidi strategici per la popolazione, ma nulla è cambiato. Anzi la situazione è peggiorata. E questa volta i soldi ci sono (il governo Draghi a fine 2021 aumentò il fondo sanitario nazionale di 2 miliardi di cui 500 milioni destinati alle Regioni per abbattere le liste d’attesa) ma, come è costume delle amministrazioni, non vengono spesi.
Il tema è entrato all’attenzione anche dell’Ocse che si è dichiarata molto preoccupata per nuove crisi sanitarie nei Paesi, tra i quali c’è l’Italia, che investono minori risorse in sanità. Secondo l’organizzazione con sede a Parigi, per il nostro Paese sarebbero necessari investimenti, pari ad almeno l’1,4% in più rispetto al Pil 2021, che equivale a un aumento annuo di ben 25 miliardi di euro.
La legge di Bilancio, che si discuterà in autunno sarà la verifica se c’è la volontà di un cambio di marcia. All’appuntamento con la dislocazione delle risorse, il sistema sanitario nazionale si presenta con numeri da brivido. Mancano 30.000 medici ospedalieri, 70.000 infermieri e circa 100.000 posti letto. Il Forum delle 30 società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari (Fossc), ha messo in fila i dati della crisi: in 10 anni, tra il 2011 e il 2021, in Italia sono stati chiusi 125 ospedali, ben il 12%. Nel 2011 tra pubblici e privati erano 1.120, per diminuire a 995 nel 2021, con un taglio più marcato per le strutture pubbliche (84 in meno). Dieci anni, durante i quali si sono alternati governi di sinistra o sostenuti dal Pd, a parole sempre sempre pronto a rivendicare la centralità del servizio pubblico ma che quando si è trattato di tagliare non ha esitato a sforbiciare gli ospedali.
In un anno, secondo la Fossc, sono stati eliminati quasi 21.500 posti letto e solo nei mesi più duri della pandemia c’è stato un ripensamento. Nel 2020 erano 257.977, per poi scendere a 236.481 nel 2021. Mancano almeno 30.000 specialisti ospedalieri: sono circa 130.000, 60.000 in meno della Germania e 43.000 in meno della Francia.
Lavorare nelle strutture pubbliche non è considerato un traguardo ambito. Turni massacranti, retribuzioni scarse, poche possibilità di carriera e mancanza di sicurezza (le aggressioni nei pronto soccorso fanno parte delle cronache quotidiane), spingono oltre mille neolaureati e specializzandi, a cercare all’estero, condizioni migliori. A soffrire sono gli organici dei pronto soccorso, in deficit di 4.200 camici bianchi (in sei mesi, da gennaio a luglio 2022, se ne sono dimessi 600, circa 100 al mese).
I posti letto di degenza ordinaria sono circa 350 per 100.000 abitanti, una cifra lontana dalla media europea di 500. Anche per le terapie intensive non si sono mai raggiunti i 14 posti letto (obiettivo al ribasso e pur disatteso) e si dovrebbe arrivare almeno a 20-25 per 100.000 abitanti.
Infine, i conti: si stima che l’incidenza della spesa sanitaria sul Pil per il 2023-2026, sarà già nel 2024 pari al 6,3% contro una media dell’8,8% dei 37 Paesi dell’Ocse e del 10% circa di Francia e Germania.
Francesco Cognetti, coordinatore del Forum, punta il dito contro «le politiche deliberatamente anti ospedaliere dei precedenti governi» e sottolinea il paradosso che la crisi sia stata ignorata dal Pnrr. «Il ministro Schillaci sta facendo la sua parte ed è finalmente in procinto di istituire un Tavolo tecnico di confronto ma esiste un problema di risorse».
Cognetti poi spiega che un’occasione unica può essere l’intenzione manifestata dal premier Giorgia Meloni, di cambiare l’indirizzo e i campi d’applicazione del Pnrr. La sanità potrebbe impiegare «una quantità cospicua di fondi già devoluti alla medicina territoriale e destinati purtroppo a non raggiungere i risultati attesi, proprio per l’estrema carenza di personale medico ed infermieristico». Questo per dire che «non bastano le 1.350 case di comunità previste dal Pnrr a risolvere i problemi della sanità, se non si affrontano i nodi centrali della crisi profonda degli ospedali e delle risorse per il reclutamento del personale. Nel caso sia impossibile stornare queste risorse economiche dal Pnrr, si dovrà necessariamente provvedere altrimenti».
Secondo le società scientifiche del Forum, la carenza di personale e di posti letto, renderà impossibile l’attuazione di quanto previsto dal Pnrr sulla medicina territoriale. Le case di comunità rischiano di restare cattedrali nel deserto senza alcun collegamento con gli ospedali. È impensabile, infatti, trasferire i camici bianchi dalle strutture ospedaliere a quelle territoriali.
Un’altra piaga è rappresentata dalle liste d’attesa. Per visite specialistiche e esami diagnostici ai quali spesso è legata la sopravvivenza del paziente se effettuati con tempestività, può anche trascorrere un anno. E al malato non resta che rivolgersi al privato. Nel 2021, secondo la Ragioneria dello Stato, la spesa privata ha raggiunto 37,16 miliardi, pari al +20,7% rispetto al 2020. In numerose situazioni l’intramoenia e il pronto soccorso diventano, per paradosso, l’unica porta di accesso al Servizio sanitario nazionale.
Cittadinanzattiva ha svolto un monitoraggio per 6 diverse tipologie di visite specialistiche ed esami diagnostici (visita cardiologica, ginecologica, pneumologica, oncologica, ecografia addominale, mammografia) in 12 grandi Asl di quattro Regioni (Lazio, Emilia Romagna, Liguria e Puglia). La situazione peggiore si riscontra in Puglia. Nella Asl di Lecce nessuna visita pneumologica con priorità D è garantita entro i 30 giorni previsti mentre nell’Asl di Bari soltanto il 9,38% delle visite ginecologiche con priorità B e il 14,39% delle ecografie complete all’addome sempre con priorità B, sono garantite entro i 10 giorni previsti. In Liguria sono stati sforati i tempi di legge fino a 5 volte. Per un’ecografia addominale completa con priorità D (cioè da fare entro 60 giorni), nell’Area metropolitana di Genova, bisogna attendere fino a 270 giorni. Per l’ecocolordoppler con priorità D l’appuntamento viene fissato dopo 318 giorni rispetto ai 30 massimi previsti dalla legge. Tre mesi e mezzo di attesa per una mammografia con prescrizione B, che andrebbe eseguita entro 10 giorni, in Asl5 Spezzina, quattro mesi per una visita cardiologica B in Asl1 Imperiese, nove mesi per una ecografia all’addome, con richiesta P (da eseguire entro 120 giorni) in Asl3 Genovese. Nell’Area metropolitana di Genova, per la risonanza magnetica encefalo, 221 giorni rispetto ai max 30 previsti.
In Emilia Romagna, a Reggio Emilia per la visita pneumologica le tempistiche vengono rispettate solo nel 39% dei casi, mentre a Bologna, per la visita cardiologica, nel 57% dei casi. Nel Lazio, anche se la situazione complessiva è migliore, non mancano alcune criticità: per un’ecografia addominale completa con priorità B (da eseguire entro 10 giorni), nell’Asl Roma 4 i tempi di attesa sono rispettati solo nel 18,2% dei casi; per una visita cardiologica con priorità D (entro 60 giorni), nell’Asl di Viterbo si registrano tempi di attesa rispettati nel 47,2% dei casi. Particolarmente allarmante il quadro della Campania, dove la stessa Regione segnala che il numero di prestazioni erogate nel canale pubblico è inferiore, per tutti gli esami e le visite monitorate, a quelle erogate in intramoenia negli ospedali.
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