- La maggioranza di governo procede tetragona sulla legge mordacchia: il 30 marzo sarà in Parlamento. L’obiettivo? Impedire critiche alla retorica Lgbt. Che una coppia di autrici coraggiose smonta con intelligenza.
- Una giovane americana ridacchia e balla alla seconda interruzione di gravidanza.
Lo speciale contiene due articoli
Le forze di maggioranza in Parlamento proseguono tetragone: il 30 marzo arriverà in aula alla Camera (in seguito al Senato) la proposta di legge contro l’omotransfobia. Secondo il primo firmatario e relatore, Alessandro Zan del Partito democratico, «significa che il Parlamento ha recepito l’urgenza che arriva dal Paese di approvare una norma di contrasto all’odio». La pericolosità dell’iniziativa si evince dai termini con cui viene descritta: pensare di «fermare l’odio» con un legge e un po’ come credere di bloccare il coronavirus con un flashmob. Anche perché le norme dovrebbero servire a sanzionare gli atti, non i sentimenti o i pensieri. Una legge che si ponga come obiettivo quello di correggero un pensiero è, nei fatti, uno strumento di controllo politico, un limite alla libertà di espressione: in altre parole, una mordacchia.
È evidente che l’obiettivo della legge contro l’omofobia non sia quello di colpire chi discrimina o aggredisce omosessuali e transessuali, bensì quello di impedire – bollandola come «discorso d’odio» – ogni legittima critica al pensiero Lgbt. Il quale non è, intendiamoci, rappresentativo dell’intera comunità omosessuale. Piuttosto è l’espressione di una minoranza altamente aggressiva che intende trasformare la sessualità in una posizione politica.
Ai sinceri progressisti che, ormai da tempo, sostengono senza tentennamenti i provvedimenti bavaglio sull’omofobia farebbe molto bene sfogliare un paio di interessanti volumi che proprio in questi giorni arrivano nelle librerie italiane. No, non sono testi firmati da ottusi reazionari catto-bigotto-sovranisti. Le autrici sono due delle menti più brillanti dell’universo femminista contemporaneo: la francese Sylviane Agacinski e l’italiana Daniela Danna. Della prima sta per uscire lo splendido L’uomo disincarnato. Dal corpo carnale al corpo fabbricato (Neri Pozza). Della seconda è già disponibile Sesso e genere (Asterios). La Agacinski, nota fra l’altro per l’imprescindibile La politica dei sessi, riflette sull’uso dei corpi nella contemporaneità e spiega che l’antico sogno cristiano di «liberarsi della carne» è stato proiettato sull’unica potenza che oggi è riconosciuta: quella della tecnica. Una tendenza che, dice l’autrice, era già visibile in Clifford, uno dei protagonisti de L’amante di Lady Chatterley di D.H. Lawrence. La sua incrollabile fede nella macchine si esplicita con un discorso inquietante e profetico: «Una civiltà degna di questo nome dovrebbe essere in grado di eliminare vari impedimenti fisici. L’intera questione dell’amore, per esempio, potrebbe sparire. E scomparirebbe davvero se potessimo riprodurre i bambini in bottiglie». È esattamente ciò che sta accadendo.
La Agacinski, con estrema semplicità, mostra come l’utero in affitto sia una forma aberrante di sfruttamento del corpo. Un corpo che, secondo tanti attivisti Lgbt ma non solo, dovrebbe essere «senza padre né madre, non più generato; un corpo ricostruito e neutro, oltre l’uomo e la donna, un corpo sempre meno vulnerabile ma sempre meno vivente».
Che la questione della maternità surrogata sia legata a doppio filo con le teorie del gender risulta piuttosto evidente. Entrambe le faccende hanno a che fare con lo strapotere della tecnica e con il desiderio sfrenato, per cui la possibilità diviene in automatico diritto. Vale per l’utero in affitto ma, appunto, pure per il cambiamento di sesso. Come scrive Daniela Danna, «la definizione femminista di genere era sociale e politica, riguardando i rapporti di potere tra i due sessi, ma ora viene sostituita con una definizione individualizzata, che banalizza le forze sociali all’opera riducendo il genere all’espressione di genere, cioè alla scelta individuale se apparire o meno maschili o più o meno femminili».
Secondo la Danna, ora «la posta in gioco è far rientrare le modificazioni corporee nel campo della “libera scelta”», il che è piuttosto rischioso se si pensa che oggi «i soggetti sono posti di fronte alla scelta di identità di genere/ sesso a un’età sempre più precoce, creando nuovi mercati per le case farmaceutiche che producono ormoni – un’esigenza del capitalismo e della sua spirale espansiva».
Discorsi come questi – benché intrisi d’intelligenza e pure di estremo buonsenso – risultano inaccettabili per il mondo arcobaleno. In nome delle rivendicazioni Lgbt siamo disposti a distruggere l’uomo e pure la donna (a cui vengono sottratte la funzione materna e la differenza sessuale): l’importante è non offendere la minoranza. Le leggi bavaglio «contro l’omofobia» sono, in realtà, strumenti per limitare la diffusione di opinioni «scorrette». E, un domani, persino voci autorevoli come quelle della Agacinski e della Danna potrebbero venire messe a tacere. Ascoltiamole finché ancora possiamo, sono un formidabile antidoto al pensiero dominante.
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