- Persino il «Corriere della Sera» ha dovuto ammetterlo: in Europa la pandemia accelera o rallenta indipendentemente dalle misure prese dai governi. È l’ennesima dimostrazione che cercare di fermare le varie ondate con chiusure esagerate è del tutto inutile.
- Il virologo Anthony Fauci chiede calma: «Tra i ricoveri Covid vengono contate anche le appendiciti».
Lo speciale contiene due articoli.
«Tutto ciò che non è complicato è falso», recita un aforisma dello scrittore colombiano Nicolás Gómez Dávila che, pur morto da decenni, potrebbe avere molto da insegnare a tanti commentatori dell’attuale pandemia i quali, a ben vedere, hanno esattamente questo problema: la fanno troppo facile. A ormai due anni dall’inizio dell’esperienza pandemica, ragionano infatti ancora come se il contenimento e la circolazione del Covid-19 fossero un fatto di meri lockdown, lasciapassare e limitazioni varie, ovviamente sempre con la scusa di voler salvare il Natale, la Pasqua o le ferie estive.
Peccato che le cose siano un po’ più complesse. Lo ha già dimostrato nei giorni scorsi, smarcandosi dal resto degli organi di informazione, proprio La Verità, quando ha smascherato l’infondatezza della notizia secondo cui in Germania il lockdown dei non vaccinati avrebbe invertito la curva dei contagi.
Una narrazione per confutare la quale, si è segnalato su queste pagine, bastava uno sguardo ai grafici del Koch Institute, ben chiari nel mostrare come il picco dell’incidenza settimanale del contagio avesse toccato il suo apice a fine di novembre – per l’esattezza tra il 24 e il 29 – per poi iniziare il calo proprio due giorni prima delle nuove restrizioni, datate 2 dicembre. Dunque la stragrande maggioranza della nostra stampa, anche quella volta, ha preso un bel granchio.
Sarà probabilmente per questo, e cioè per ritrovare un po’ di lucidità nell’analisi dei dati, che ieri l’insospettabile Corriere della Sera, sul proprio sito web, ha pubblicato un articolo a firma di Claudio Del Frate con cui si è preso atto di una realtà fino a quel momento ignorata, anche se nei fatti nota da tempo, e cioè che le misure dei singoli governi non riescono, da sole, a spiegare l’andamento dei contagi. La curva epidemiologica sta infatti presentando traiettorie inspiegabili, se lette banalizzando un fenomeno che, riprendendo Dávila, non si può che definire di grande complessità.
Lo dimostra anzitutto la geografia pandemica del Vecchio Continente che, notava sempre ieri il Corriere, appare oggi spaccato in due e in modo che spiazza i chiusuristi a oltranza. Scrive infatti il quotidiano milanese: «Chi da oltre un mese ha adottato restrizioni vede il virus rallentare ma altrettanto si assiste in aree dove limitazioni sono state attivate solo da pochi giorni. Di converso, Stati che hanno abbassato con parsimonia l’asticella dei controlli si vedono investiti da un boom di nuovi malati tanto quanto chi in questi mesi ha lasciato correre». Il tutto con l’oggettiva difficoltà di trovare fattori che spieghino in modo compiuto questa differenza. Che appare oggettivamente notevole e, per di più, spiazzante.
Sì, perché se è vero che ci sono nazioni in cui a seguito delle restrizioni la corsa del virus, dopo alcune settimane, rallenta, è altrettanto indiscutibile come una flessione simile della curva epidemiologica si verifica in aree dove le limitazioni son state attivate solo da pochi giorni. Emblematico, oltre al ricordato caso tedesco, il confronto tra Austria e Polonia. È infatti indubbio come il governo di Vienna stia vedendo premiata la propria decisione, risalente a metà novembre, di un lockdown per i non vaccinati; ma è altresì vero come un calo dei contagi simile si registri in Belgio, corso ai ripari solamente da pochi giorni.
Allo stesso modo, in Polonia, è vero, si assiste ad una diminuzione dei nuovi casi dopo che a metà dicembre la capienza di ristoranti e locali pubblici è stata ridotta al 30%; il punto è che il Paese aveva toccato un record di morti che due settimane fa era di oltre 600 vittime, come media giornaliera. Per non parlare dello scenario mediteranno e sud europeo, con Paesi ad alta copertura vaccinale – dalla Francia all’Italia, fino al Portogallo, che detiene il primato europeo – in cui, ciò nonostante, si assiste all’impennata dei contagi.
Tutto questo, per prevenire facili obiezioni, non significa che i vaccini non funzionino o che le precauzioni e qualche limitazione non possano sortire degli effetti. Semplicemente, si dovrebbe avere il coraggio di ammettere che, di fatto, non tutto è così chiaro nell’andamento dei contagi. E che, spesso, una volta iniziate, le ondate vanno tendenzialmente da sé.
Il Corriere ha usato toni più felpati, scrivendo che dei «molti fattori che concorrono a determinare l’andamento» pandemico non tutti sono «immediatamente decifrabili», ma la sostanza resta la stessa: non esistono bacchette magiche. La corsa dei contagi non può essere fermata in un solo modo. Neppure puntando sui soli vaccini che, pur utili, hanno dimostrato di avere due significativi punti deboli: la prima è una certa vulnerabilità alle varianti, in particolare per quanto concerne i contagi – dato che fortunatamente la protezione dalla malattia grave sembra tenere -, la seconda è quella pericolosa falsa sicurezza che tendono a generare.
Se le iniezioni vengono infatti continuamente presentate come la panacea di tutti i mali – all’insegna di una comunicazione polarizzata e divisiva tra vaccinati e no -, il messaggio che passa è che un cittadino, una volta vaccinato, possa permettersi di vivere esattamente come il Covid non esistesse. Ma in questo modo accade precisamente ciò che si vorrebbe evitare: una nuova accelerazione della curva dei contagi che, inevitabilmente, prima o poi finirà col ripercuotesi sulle ospedalizzazioni. Sono mesi che La Verità insiste su tale aspetto. Con l’inizio dell’anno nuovo, pure altri giornali iniziano ora ad accorgersene. Alla buonora.
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