Pfizer, Astrazeneca, Synairgen, Atea e Roche scommettono su antivirali e inibitori sviluppati ex novo contro il virus.

Lo scorso primo settembre Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer, ha cinguettato su Twitter che «il successo contro il Covid probabilmente richiederà sia vaccini che trattamenti» e ha annunciato l’avvio di uno studio clinico di fase 2/3 su un antivirale orale, specificamente progettato per combattere il virus in adulti non ospedalizzati e a basso rischio». Il nome per adesso è una sigla: PF-07321332/Ritonavir. La terapia potrà essere somministrata appunto per via orale due volte al giorno, anche in ambiente non ospedaliero, ai soggetti sintomatici. Ed è sperimentata con inibitori della proteasi su 1.140 volontari adulti sintomatici non ospedalizzati che hanno una diagnosi confermata di infezione da SARS-CoV-2 e non sono a maggior rischio di progredire verso una malattia grave, che può portare a ricovero o morte. Somministrato con il Ritonavir, punta a ridurre il metabolismo e mantenere in circolazione l’antivirale più a lungo.

«In caso di successo ha il potenziale per affrontare una significativa esigenza medica non soddisfatta, fornire ai pazienti una nuova terapia orale che potrebbe essere prescritta al primo segno di infezione, senza che richiedono il ricovero in ospedale», ha spiegato l’azienda. Sottolineando che è un trattamento per le persone che hanno già il virus, non una misura preventiva come il vaccino. Ma non è solo la Pfizer a scommettere sulle terapie con una logica di approccio integrato con i vaccini. Scorrendo l’elenco dei farmaci su cui si stanno conducendo gli studi più avanzati, ovvero in fase due e tre, spuntano altri tre colossi della farmaceutica nonché concorrenti di Bourla. Come Astrazeneca che sta studiando il suo AZD7442, un inibitore con somministrazione intravena che utilizza gli analoghi monoclonali di due anticorpi naturali presenti nel siero dei pazienti convalescenti. L’utilizzo potrà essere in un ambiente ospedaliero o ambulatoriale per pazienti che sono in fase sintomatica, sia come prevenzione. I dati degli studi in fase avanzata di AstraZeneca, rilasciati il 20 agosto scorso, hanno mostrato che la sua terapia anticorpale AZD7442 ha ridotto del 77% il rischio che le persone sviluppino sintomi da Covid-19. La società anglosvedese ha dichiarato di puntare all’approvazione condizionata nei principali mercati ben prima della fine dell’anno. Dall’Inghilterra arriva anche l’inibitore SNG001 sviluppato da Synairgen e basato sul meccanismo di azione dell’interferone Beta. La differenza è che questa terapia viene somministrata con aerosol e comunque solo a pazienti con sintomi leggeri o moderati. Al gruppo si aggiunge, infine, l’AT-527 antivirale sviluppato dall’americana Atea Pharmaceuticals insieme alla svizzera Roche. Ha un’azione diretta sulla polimerasi nsp12, un gene presente in tutte le varianti del virus, può essere somministrato per via orale anche fuori dall’ospedale a pazienti che siano in una fase della malattia leggera o moderata. Tutte e quattro le case farmaceutiche stanno lavorando a terapie sviluppate ex novo. Ovvero non basate sull’estensione di farmaci esistenti o su cocktail di altri trattamenti. Ci sono poi altre terapie in fase di studio meno avanzato, che quindi potrebbero arrivare tra tre o quattro anni. Alcune ricerche si stanno per esempio concentrando sull’aerosol di particelle che, una volta arrivate nei polmoni grazie a un normale inalatore portatile, possono bloccare l’azione della proteina «spike» del virus e quindi fermare la proliferazione dell’infezione. Oggi quando si iniettano per via endovenosa anticorpi (come quelli IgG) contro il Covid, solo lo 0,2% di ciò che è iniettato arriva nei polmoni: tutto il resto viene prima metabolizzato dall’organismo. Quindi sono necessarie notevoli quantità di farmaco per poter avere un effetto sufficiente.

Inoltre, come abbiamo ricordato, la terapia, anche preventiva in caso di soggetti a rischio, deve comunque passare da strutture sanitarie, anche ambulatoriali, e il trattamento, in infusione, dura diverso tempo. Inalare i nanocorpi è un sistema più efficiente, che richiede quantità di farmaco molto minori nonché risultare molto utile a chi non si può vaccinare perché ha alcune malattie autoimmuni. In teoria potrebbe essere somministrato a casa, anche se probabilmente non come auto-medicazione. Ci sta lavorando un consorzio americano con a capo l’Università di Pittsburgh, che ha appena pubblicato i risultati dei test su animale (criceti) sulla rivista Science. Fin dall’inizio del diffondersi della pandemia, i trial randomizzati controllati hanno dovuto includere il maggior numero di persone possibile senza dover procedere a prelievi o specificità che avrebbero ritardato enormemente le ricerche e quindi l’ottenimento dei risultati. In gioco persistono ancora molti elementi, di carattere biologico e di carattere organizzativo. La vera sfida sarà anche quella di agevolare l’introduzione di una medicina personalizzata anche nel caso dei pazienti Covid-19. Trasformando quello che fin qui è stato un approccio pragmatico di emergenza in approccio personalizzato.

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