- Giuseppe Conte incontra Sergio Mattarella e spiega: «Non si esclude nuova gestione commissariale». Il governo sonda il gruppo (sponsorizzato da Matteo Renzi) già sconfitto da Mittal a Taranto.
- E Luigi Di Maio gioca a fare il sovranista. Il ministro Stefano Patuanelli chiede «unità» ma in Parlamento c’è solo la Lega. E Giggino sempre più allo sbando tira in ballo Matteo Salvini: «Fa il cameriere delle multinazionali».
Lo speciale comprende due articoli.
«Ma che occasione, ma che affare. Vendo Bagnoli, chi la vuol comprare». Parole e musica di Edoardo Bennato, anno del signore 1989, esattamente 30 anni fa. Bennato si riferiva al destino dell’Italsider di Bagnoli, mega acciaieria situata in uno dei luoghi più panoramici di Napoli, il cui smantellamento iniziò proprio nel 1989. Da allora, progetti, ipotesi, piani di recupero o riconversione, sono stati centinaia: non è successo assolutamente niente.
Basta cambiare la parola Bagnoli con Taranto, ed eccoci arrivati a oggi, con la crisi dell’Ilva che sembra senza via di uscita, con un governo in ostaggio di se stesso, della sua pseudo maggioranza che tale non è, e soprattutto di un partito, il M5s, ormai allo sbando. Basta che una senatrice come Barbara Lezzi, incavolata con il suo capo, Luigi Di Maio, per non essere stata riconfermata al governo, si metta di traverso, ed ecco che il futuro di quasi 15.000 lavoratori (indotto compreso) diventa un incubo.
Che ne sarà, dell’Ilva di Taranto? Ieri il premier, Giuseppe Conte, non sapendo che pesci pigliare, è andato dal suo dante causa, Sergio Mattarella, a chiedere lumi. Dopo l’incontro con il presidente della Repubblica, a Porta a Porta, su Rai Uno, Conte non ha escluso l’ipotesi della nazionalizzazione dell’Ilva di Taranto nè la possibilità di portare la gestione commissariale in capo al Mise: «Stiamo già valutando», dice Conte rispondendo a una domanda sul tema, «tutte le possibili alternative. Ma adesso non mi voglio concentrare su questo, non ha senso adesso, aspetto di riparlare con la famiglia Mittal nelle prossime ore, aspetto una risposta da loro». Nazionalizzazione vorrebbe dire caricare sui contribuenti italiani un costo esorbitante, insostenibile.
La verità la conosce bene Conte, la conosce bene Mattarella, la conoscono bene tutti gli italiani: eliminare lo scudo penale ha dato la possibilità ad Arcelor Mittal di rescindere il contratto, al di là di ogni altra considerazione. Sia stato o meno un pretesto utilizzato dalla multinazionale francoindiana, questa assurda decisione del governo e della maggioranza rende insidiosa qualunque ulteriore trattativa, sia con i Mittal che con qualsiasi altro colosso eventualmente interessato all’Ilva, perché con le grane giudiziarie che pendono come tagliole nessuno andrebbe mai a impegolarsi in un investimento così enorme senza la garanzia di non dover pagare colpe non sue. Sarebbe difficile perfino trovare dirigenti pubblici disposti a metterci la faccia (e la fedina penale). «Il problema non è lo scudo», aggiunge Conte, «l’ho offerto io subito, una volta aperto il tavolo con Mittal. Ci hanno detto che il problema non era quello, ma che il piano industriale non è sostenibile economicamente». Il premier bluffa quando dice che è pronto a reinserire lo scudo penale, perché sa perfettamente che mezzo M5s non voterebbe il provvedimento, che dunque o sarebbe bocciato (e il governo andrebbe a casa) o passerebbe con i voti dell’opposizione (e il governo andrebbe a casa). «Non è un problema legale», argomenta ancora il premier, «perché una battaglia legale ci vedrebbe tutti perdenti. Ove mai fosse giudiziaria, sarebbe quella del secolo». Fuffa: l’eliminazione dello scudo penale darà ad Arcelor Mittal l’arma letale anche in tribunale.
Come se non bastasse, ecco che arriva il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che su Facebook gioca a fare il sovranista con il lavoro degli altri: «La prima cosa che voglio dirvi», scrive Di Maio, «è che in questi giorni si sta consumando una battaglia per la sovranità dello Stato italiano. Se una Multinazionale ha firmato un impegno con lo Stato, lo Stato deve farsi rispettare, chiedendo il rispetto dei patti e facendosi risarcire i danni». E via con gli attacchi a Matteo Salvini, ama sembra il solito modo del leader grillino per buttarla in caciara, come da suo costume. Chi oggi avrà una giornata campale è invece Stefano Patuanelli. Il quale, assieme a Conte è alla disperata ricerca di una qualunque soluzione per non lasciarci la testa e per arrivare all’incontro di domani con i Mittal a mani vuote. Oggi alla sede del Mise, infatti, il ministro incontrerà una delegazione dei Jindal. L’azienda indiana aveva partecipato alla cordata che con Cdp e Arvedi aveva conteso l’Ilva ad Arcelor Mittal. All’indomani dell’esplosione della bomba Taranto è stato per primo Matteo Renzi a tirare fuori l’ipotesi Jindal. «Se se ne vanno i primi subentrano, i secondi», riferendosi a un gruppo tanto caro al Giglio Magico. Marco Carrai è infatti nel cda di Jsw Italia che controlla Piombino. L’ex sindaco di Firenze non vedeva l’ora di riportare in auge l’altro gruppo siderurgico (nonostante i risultati delle acciaierie toscane siano deludenti), con il sostegno di Cdp. Cassa si è però sfilata subito e ha lasciato la palla al governo. Che nella persona di Patuanelli ha comunque rienuto di convocare Jindal che oggi si presenterà da sola e senza i sostegno dei vecchi soci italiani. Appare difficile che sblocchino al situazione, ma gli indiani potrebbe far leva sulla disperazione di Conte e spuntare condizioni veramente vantaggiose. Certo, sulle spalle dei contirbuenti a quel punto resterebbe l’enorme contenzioso con Arcelor Mittal.
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