- Dopo l’emendamento su Taranto dell’ex ministro Barbara Lezzi, arriva il dossier sul portavoce di Laura Castelli. Vincenzo Spadafora si vede leader.
- Tutele per i rider. Roberto Gualtieri: «Ddl fiscale quasi pronto, siamo ai dettagli». Resta il bonus cultura ai diciottenni.
Lo speciale contiene due articoli.
Il M5s esplode, Luigi Di Maio ormai non controlla più neanche i suoi (ex) fedelissimi, mentre s’avanza una leadership ombra, quella di Vincenzo Spadafora. È lui, Spadafora, il più «democristiano» di tutti i grillini, a svolgere ormai il ruolo di segretario di fatto del movimento. È lui, Spadafora, a essersi autoincoronato capo del M5s, quando, lo scorso 24 agosto, fu a casa sua che Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti si incontrarono per far muovere i primi passi alla maggioranza giallorossa. È sempre lui, Spadafora, stando a quanto riferiscono alla Verità diverse e autorevoli fonti parlamentari del M5s, a tramare per prendere, quando Di Maio sarà cotto a puntino, ufficialmente il posto di guida del M5s.
Un M5s che, in queste ore, è letteralmente dilaniato da una guerra intestina che vede Giulia Grillo e Barbara Lezzi letteralmente scatenate nel disseminare mine lungo il già tortuoso sentiero del governo guidato da Giuseppe Conte. Certo, il malcontento delle due ex ministre deriva innanzitutto dal fatto di essere state fatte fuori al momento della formazione del governo giallorosso. Non si tratta di battaglie ideologiche, di divergenze politiche, ma di una sana e consapevole libidine di vendetta nei confronti di Di Maio; nulla di nuovo né di strano, la politica è spesso condizionata da sentimenti e rapporti umani, ma le donne hanno la capacità di vedere lontano, ed ecco che Barbara Lezzi, attraverso un post su Facebook, fa letteralmente a pezzi il futuro leader Spadafora, che aveva criticato Virginia Raggi: «Il ministro Spadafora», azzanna la Lezzi, «non parla per mio conto, anche se ha la presunzione di esprimere le opinioni del M5s. La nostra sindaca, vi ricordo sotto scorta, ha ereditato lo scempio che tutti gli altri partiti hanno commesso nel corso di decenni. Glielo dobbiamo ricordare al ministro Spadafora? Il capo politico dovrebbe mettere fine allo sproloquio di questo ministro che si allontana troppo da quanto gli compete. Oppure è diventato Spadafora», azzanna la Lezzi, «il capo politico e noi non siamo stati informati?».
Domanda retorica, quella dell’ex ministro del Sud, che con un suo emendamento al decreto Salva imprese, approvato dalle commissioni Industria e Lavoro del Senato, ha messo in enorme difficoltà il governo facendo saltare il nuovo scudo penale per l’ex Ilva, voluto da Luigi Di Maio. Così, non appena tra pochi giorni il decreto legge, approvato ieri dal Senato con un voto di fiducia, sarà convertito, Arcelormittal si ritroverà scoperta sul piano legale, e potrebbe disimpegnarsi dall’operazione Ilva. Se non si correrà ai ripari, e anche in fretta, il colosso francoindiano potrebbe tirarsi fuori.
Caos totale anche per l’elezione dei nuovi organismi dirigenti: mentre i senatori hanno nominato il loro capogruppo, Gianluca Perilli, che ha avuto la meglio sull’ex ministro Danilo Toninelli, per la scelta del successore di Francesco D’Uva, ex capogruppo alla Camera e ora questore di Montecitorio, non si intravedono spiragli. Si fronteggiano due cordate: la prima, meno lontana da Di Maio, fa capo a Francesco Silvestri; la seconda, distantissima dal ministro degli Esteri e capitanata dal duo Grillo–Lezzi, vede come leader Raffaele Trano. La scorsa settimana, al termine della votazione tra i deputati del M5s, nessuno dei due ha raggiunto il quorum necessario per l’elezione, e così il braccio di ferro prosegue. Attenzione, però: la vicenda è più complessa, e l’elezione del nuovo capogruppo è solo la punta dell’iceberg della guerra intestina che sta lacerando il M5s. L’elezione del nuovo direttivo del partito, infatti, stando a quanto risulta alla Verità, pure sarebbe paralizzata dal dualismo Silvestri–Trano, e nella «lista» di quest’ultimo, avversario acerrimo di Di Maio, figurerebbero, per cariche di rilievo, i nomi di due deputati: Fabio Berardini e Marco Rizzone.
Due deputati che, proprio ieri, hanno messo in imbarazzo Laura Castelli, viceministro all’Economia e fedelissima di Di Maio. Ieri il sito Politico.eu ha rivelato di un emendamento (poi scartato) al Dl imprese presentato da alcuni senatori grillini che mirava a convertire l’Associazione italiana alberghi per la gioventù in ente pubblico. Il segretario nazionale della no profit è Carmelo Lentino, collaboratore del viceministro dell’Economia Castelli. E il deputato Berardini, parlando con l’Adnkronos, ha affondato i colpi sui mal di pancia di queste ore: «Vogliamo vederci chiaro su questa vicenda», ha detto. E Rizzone ha rincarato la dose: «Noi deputati della commissione competente», ha raccontato, «abbiamo sempre espresso dubbi e dato pareri negativi sull’argomento. Lentino è venuto anche da noi sei mesi fa a “sponsorizzare” la norma ma l’abbiamo fermato. Quindi chiediamo: Castelli era consapevole? Noi questa cosa la sapevamo da sei mesi, l’abbiamo segnalata anche all’allora capogruppo Francesco D’Uva. Se avessimo voluto colpire Castelli lo avremmo fatto durante la formazione del governo». «Polemica strumentale costruita ad arte», hanno ribattuto fonti vicine al viceministro.
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