- Il gruppo incasserà 7,9 miliardi: il 30% spetta alla cassaforte dei Benetton. Con il tesoretto ora la società può espandersi all’estero. Si parla di un interesse verso la francese Vinci, il fintech e gli aeroporti.
- I familiari: «È la fine della democrazia». Danilo Toninelli festeggia, Giuseppe Conte resta muto.
Lo speciale contiene due articoli.
Quella di ieri è stata una giornata storica per la famiglia Benetton, primo azionisti con il 30,25% di Atlantia attraverso Edizione holding. L’assemblea dei soci del gruppo ha approvato la cessione al consorzio composto da Cdp, Blackstone e Macquarie dell’intera partecipazione detenuta in Aspi, Autostrade per l’Italia. All’assemblea che ha decretato il passaggio di Aspi allo Stato erano presenti 1.201 azionisti, pari al 70,39% del capitale.
La proposta del cda è stata approvata con il voto favorevole di 1.129 azionisti pari all’86,86% del capitale rappresentato in assemblea. Hanno espresso voto contrario 60 azionisti pari al 12,75% e si sono astenuti 12 azionisti pari allo 0,39%.
Si tratta di un passaggio storico per cui, a 22 anni dalla privatizzazione avvenuta nel 1999, i Benetton si trovano a dire addio allo loro gallina dalle uova d’oro dopo la tragedia del ponte Morandi.
L’esito del voto di ieri, in realtà, era piuttosto atteso. Oltre a Edizione ieri hanno votato anche la Fondazione Crt (5,5%) e i fondi internazionali presenti nel capitale, dopo che i tre principali proxy advisor (Iss, Glass Lewis e Frontis, società specializzate che forniscono le indicazioni di voto sulle società quotate ai fondi d’investimento) avevano dato tutti indicazione di accettare l’offerta del consorzio guidato da Cdp.
In più, l’offerta aveva già avuto l’approvazione del cda, che un mese fa aveva esaminato l’offerta vincolante del consorzio, rilevando – nella relazione illustrativa per l’assemblea – «alcuni miglioramenti» sul fronte del prezzo e constatando che comunque «allo stato attuale, l’unica concreta alternativa» sarebbe il contenzioso.
L’offerta del consorzio guidato da Cdp, giunta il 29 aprile scorso, aveva fissato a 9,1 miliardi il valore del 100% di Aspi riconoscendo una ticking fee (la percentuale corrisposta per compensare i flussi di cassa tra la firma di un accordo e il closing) del 2% annuo sul prezzo dal primo gennaio 2021 alla data del closing dell’operazione.
Cosa faranno quindi i Benetton con questi 9 miliardi, ma senza la loro macchina da soldi più redditizia? Atlantia ripartirà senza Aspi con una dote superiore ai 7 miliardi di euro. Lasciato il business delle concessioni autostradali, il gruppo potrebbe puntare sugli aeroporti, sui velivoli Vericopter e su nuove infrastrutture all’estero.
Come spiega l’agenzia Mf Dow Jones, ora, ceduta Aspi, fonti vicine ai Benetton ribadiscono che la famiglia è determinata a restare un investitore di lungo corso nelle infrastrutture. I Benetton avrebbero anche ribadito la fiducia a Carlo Bertazzo, numero uno di Atlantia, e alla sua squadra di manager, che in questi mesi sono stati cruciali per chiudere l’operazione nell’interesse degli azionisti.
Per Bertazzo sarà l’occasione di reinventare i confini di Atlantia: se si somma la cassa che arriverà a dicembre dalla vendita dell’88% di Aspi, alla quota che la società ha in altre attività quotate come il 15,5% di Getlink (la società che gestisce il tunnel sotto la Manica e vale 1,1 miliardi) e il 15,9% del costruttore tedesco Hoctief (altri 0,8 miliardi), Atlantia ha 7,2 miliardi di attività liquide, pari a metà della sua capitalizzazione.
Si tratta di un’artiglieria importante in questi tempi difficili e Atlantia potrebbe decidere di cogliere qualche occasione con operazioni mirate di shopping.
Il primo indiziato è Vinci, da sempre promessa sposa del gruppo tricolore. Il gruppo francese delle costruzioni e delle concessioni, tuttavia, in marzo ha annunciato un piano industriale che punta sulla transizione energetica (di qui l’acquisizione di Cobra dalla Acs di Florentino Pérez) più che a autostrade e aeroporti come quelli di Atlantia.
Sempre lo scorso marzo, e quindi prima di chiudere con Cdp il contratto su Aspi, Atlantia aveva già illustrato agli investitori i suoi piani per il futuro dichiarando di voler puntare sui servizi finanziari del Telepass (di cui ha ceduto il 49% per 1 miliardo) per fare acquisizioni nel fintech. Inoltre, aveva già fatto sapere di voler potenziare la sua presenza in aeroporti, eliporti e veriporti, come vengono definiti gli scali destinati ai veicoli a decollo verticale.
A Roma Fiumicino il gruppo avrebbe già iniziato a realizzare il primo veriporto in Europa ma sarebbe in attesa del via libera dell’Easa – l’Agenzia europea per la sicurezza aerea – e della regolamentazione in materia. Lo scorso marzo, inoltre, Atlantia ha partecipato all’aumento di capitale da 200 milioni di Vericopter, società che produce veicoli elettrici a decollo verticale. Adr, la società che gestisce gli aeroporti romani, dopo la cessione di Aspi diventerà quindi la prima risorsa di Atlantia. Aggiungendo la quota del 30% degli Aeroporti di Bologna e il 64% di quello della Costa Azzurra, gli aeroporti rappresentano un terzo del valore degli asset del gruppo, percentuale che escludendo la cassa e le attività quotate salirebbe al 60%.
Ci sono poi le concessioni spagnole di Abertis che scadranno ad agosto. Le due concessioni della Catalogna si portano con loro 1,5 miliardi di indennizzo certo, legato alla fine del contratto, più altri eventuali 2,5 miliardi se Abertis si aggiudicherà la vertenza con lo Stato spagnolo per minimi di traffico che dovevano essere garantiti e invece non sono arrivati. Abertis però è già al lavoro sui nuovi dossier come quelli delle concessioni vinte in Messico e in Virginia, che potrebbero concretizzarsi nei prossimi mesi e portare altra linfa alle casse del gruppo. La Borsa ha festeggiato: ieri il titolo Atlantia ha chiuso a +2,84%.
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