Zinga sbugiardato sui vaccini: «Scherzavo»
Nicola Zingaretti (Ansa)
  • Il tribunale sbugiarda il governatore democratico, che nella sua Regione voleva imporre le iniezioni a over 65 e infermieri: non compete alle Regioni. Tragicomica la sua difesa: «Era per evitare ricoveri inappropriati».
  • Zinga ordina: mascherine all’aperto. E il governo pensa di corrergli dietro. Firmata l’ordinanza nel Lazio, il sottosegretario alla Salute annuncia: «Possibile anche un provvedimento nazionale». Il premier: «Valuteremo». Scettici gli esperti: «Nessuna base scientifica: all’esterno è inutile».

Lo speciale comprende due articoli.

«Era una provocazione». Nicola Zingaretti giustifica come scherzo una pesante sconfitta istituzionale da presidente della Regione Lazio: il Tar ha annullato l’ordinanza firmata da lui con la quale rendeva obbligatorio il vaccino antinfluenzale stagionale per tutte le persone oltre i 65 anni e per il personale sanitario e sociosanitario in ambito regionale. Una prova muscolare decisa in piena pandemia per mostrare una vena da conducador simile a quella di Vincenzo De Luca, che con il suo lanciafiamme aveva fatto innamorare Naomi Campbell e aveva moltiplicato i like su YouTube.

In realtà il 17 aprile, durante la fase più cupa del lockdown – con l’Italia che aveva visto pochi giorni prima papa Francesco celebrare la messa di Pasqua nella piazza San Pietro desertificata dal virus cinese – nessuno aveva voglia di scherzare o di provocare. Neppure Zingaretti, che allora prese così seriamente l’ordinanza impositiva da corredarla con i divieti. Per gli anziani che non avessero ottemperato all’obbligo di vaccinazione sarebbe scattato l’impedimento a frequentare case di riposo e luoghi affollati; per medici e infermieri riottosi sarebbe arrivata la proibizione di recarsi sul posto di lavoro.

Ieri il Tar del Lazio ha azzerato tutto spiegando al governatore regionale nonché leader di uno dei partiti di governo, «che l’introduzione dell’obbligatorietà non rientra nella sfera di attribuzione regionale ma semmai soltanto in quella statale».

I giudici del tribunale amministrativo scrivono come se volessero mettere definitivamente il punto. «Lo Stato è la sede cui va dunque ascritta ogni competenza e responsabilità – anche di matrice politica – in merito alla decisione di introdurre o meno obblighi di questo genere. La normativa emergenziale Covid non ammette simili interventi regionali in materia di vaccinazioni obbligatorie. Le disposizioni in materia di igiene e sanità nonché di protezione civile non recano previsioni che possano autorizzare le regioni ad adottare questo tipo di ordinanze allorché il fenomeno assuma, come nella specie, un rilievo di carattere nazionale».

Questo per poi concludere: «L’ordinamento costituzionale non tollera interventi regionali di questo genere, diretti nella sostanza ad alterare taluni difficili equilibri raggiunti dagli organi del potere centrale».

La surreale provocazione (sempre che non si tratti di un’infantile excusatio per ammortizzare lo sberlone) diventa così un boomerang per Zingaretti e anche per Giuseppe Conte, che si sente dire da un tribunale una volta di più che ogni responsabilità riguardo alla gestione della pandemia è sua, del ministero, degli esperti del Comitato tecnico scientifico. Va infatti ricordato che per mesi il premier, spalleggiato da buona parte dei media, ha giocato ad attribuirsi i meriti strategici della lotta al coronavirus lasciando la responsabilità dei morti alle regioni, soprattutto alla Lombardia, pugnalata alle spalle da una campagna vergognosa mentre era in trincea.

«Sapevamo di fare una provocazione perché non compete alla Regione l’obbligo della vaccinazione ma volevamo dare un segnale sull’importanza di farlo», si giustifica Zingaretti una volta respinto con perdite. Invece ha creato solo confusione; prima lanciando messaggi contraddittori, poi costringendo il Tar a fermarlo.

Anche nel tentativo di spiegare la decisione riesce a suscitare perplessità: «Ci auguriamo che il governo rifletta, nel nome della sicurezza e della prevenzione, per togliere dagli ospedali i ricoveri inappropriati legati all’influenza stagionale degli anziani». Una frase ambigua perché a decidere sulla gravità di un profilo di malattia (e quindi l’eventuale ricovero del paziente) sarà sempre il medico, non certo lui o il ministro Roberto Speranza, peraltro laureato in Scienze politiche e definito «facilmente impressionabile» in una corsia d’ospedale.

È curioso come il segretario del Partito democratico, che a pranzo e a cena spiega all’esecutivo con lettere ai giornali e interviste a reti unificate come comportarsi per far ripartire il Paese, da governatore non riesca ad amministrare la sua regione senza collezionare figuracce.

Ad essere comprensivi pecca di distrazione. Ha pagato 11 milioni a una società di Frascati per ottenere mascherine mai consegnate (solo 3 milioni sono stati restituiti). Poi ha anticipato 2,8 milioni a un’altra azienda per acquistare 850.000 camici e un milione di tute protettive che nessuno ha mai visto se non in minima parte. E invece di navigare dove l’acqua del Tevere è bassa, in agosto ha pensato bene di lanciare una campagna di sensibilizzazione facendo stampare manifesti con una mascherina chirurgica che garrisce al vento sull’asta della bandiera dem. Così tutti, ma proprio tutti, si sono ricordati che a fine febbraio uno dei formidabili motori di #milanononsiferma fu proprio lui. Quando si concentra riesce a fare danni anche in trasferta.


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