- Nel cuore delle città si vive sempre peggio: zone ostaggio della microcriminalità mentre le botteghe chiudono.
- La presidente del Comitato emergenza di Trastevere: «Le denunce cadono nel vuoto. Con le liberalizzazioni del decreto Bersani i minimarket bangladesi fanno da padroni».
- Romolo Guasco (Confcommercio): l’amministrazione dovrebbe investire in infrastrutture ma va tutto a rilento. Le grandi società spostano le sedi di rappresentanza a Nord.
- Il presidente di Ascobaires a Milano: «La sicurezza è un grosso guaio, ma il Comune spegne l’illuminazione nelle strade. Molti ci chiedono la consegna a casa perché non vogliono girare con carte di credito e contanti».
Lo speciale contiene quattro articoli.
Schiamazzi fino alle prime ore del mattino, musica ad alto volume che da pub e locali sale fino agli ultimi piani. Risse e atti vandalici a tutte le ore. Monopattini che sfrecciano sui marciapiedi e biciclette abbandonate ovunque a ostruire i pochi spazi per parcheggiare un’auto. Contenitori di mondezza che tracimano, strade lastricate di cocci di bottiglie, eredità della movida notturna. Restrizioni capestro per le auto, mezzi di trasporto pubblico sovraffollati, taxi introvabili. L’estensione della fascia verde a Milano è diventata un modello: il sindaco di Roma Roberto Gualtieri l’ha subito imitato, allargando la zona a traffico limitato verso l’area Nord della città. Ora dalle periferie ci si muove solo se si hanno vetture Euro4. La situazione posteggi è così assurda che un canale social, «Rome is more» e l’azienda Clementoni hanno creato un gioco da tavolo originale «per trovare parcheggio» a Roma intitolato «Er giro de Peppe».
Poi c’è la microcriminalità: uno stillicidio di furti, scippi e aggressioni, intere zone in mano agli spacciatori o alla prostituzione. Fino a qualche anno fa, vivere nel cuore di una metropoli era il sogno di molti. Ora, per chi vi abita, è un incubo. Neppure l’offerta commerciale compensa i problemi. I negozi storici stanno chiudendo mentre proliferano paninoteche, fast food, take away, bar e mini market. I ristoranti di tradizione sono stretti tra gli aumenti delle bollette energetiche, i costi del personale e una clientela meno disposta a spendere per un menu di qualità. Ciò che caratterizzava le città italiane sta scomparendo. Le botteghe cedono il posto alla paccottiglia dei souvenir o all’abbigliamento di nessun pregio, perennemente in saldo. Sopravvivono i grandi marchi, ma sono gli stessi che si possono trovare in tutto il mondo. Ciò che rendeva uniche le città italiane si sta perdendo.
Baby gang
La microcriminalità dalle periferie sta dilagando nei centri storici. Piccoli furti nei negozi con tecniche lampo: entrano, s’impossessano dei capi a portata di mano e fuggono con monopattini, preferiti ai motorini perché più agevoli nel traffico. Di solito sono bande che agiscono in nuclei di poche persone. Oppure prendono di mira chi ha fatto shopping, lo avvicinano e gli strappano la busta con gli acquisti. Le baby gang si strutturano sui social, sanno che possono agire quasi indisturbate, facendosi forza della giovanissima età. Gli obiettivi sono oggetti firmati, dal cellulare al capo di abbigliamento all’orologio, ma spesso aggrediscono per il gusto di farlo, senza un vero scopo, se non quello di seminare il panico. A Milano scorazzano soprattutto nell’area vicino alla Stazione Centrale ma non disdegnano, specie al tramonto, anche le zone più centrali. Un report di Transcrime, il centro di ricerca sulla criminalità transnazionale condotto da tre università (Cattolica di Milano, Bologna e Perugia) con il Viminale, ha tracciato il profilo delle baby gang. Nella maggior parte dei casi, si tratta di giovani tra i 14 e i 18 anni. I gruppi sono diffusi soprattutto nel Centro-Nord; alcuni sono privi di struttura e gerarchia e compiono atti vandalici perlopiù ai danni di coetanei; altri sono legati alla malavita locale e fanno spaccio e estorsioni. Infine alcune gang si ispirano alle organizzazioni criminali straniere. Fra le attività criminali più spesso associate, emergono risse, percosse e lesioni, atti vandalici e disturbo della quiete pubblica nei centri storici.
Addio ai negozi storici
Ma i centri storici muoiono anche per la progressiva chiusura dei negozi. A parte le griffe, le botteghe tradizionali stanno chiudendo ovunque, stangate dal caro bollette, dalla riduzione della clientela disposta a spendere e dall’assenza del cambio generazionale. A Roma, a fine anno, chiuderà l’ultimo guantaio di alta gamma, Catello D’Auria, che serviva perfino la regina Elisabetta. Saracinesca abbassata per il panificio-pasticceria Palombi, 124 anni di storia, in via Veneto, e per il Caffè della Pace, aperto 123 anni fa dietro Piazza Navona, tappa fissa di Fellini, Ungaretti e Monicelli. A Torino, nell’ultimo decennio, sono scomparsi 409 negozi di vendita al dettaglio. Al posto dei caffè storici, stuzzichini e aperitivi. Prima della pandemia ha abbassato la serranda il Caval ’d Brons: ai suoi tavoli si erano seduti Totò, Frank Sinatra, Ingrid Bergman, Ava Gardner e Orson Welles. Scompaiono pure le librerie.
incubo ciclabili
I progetti green vengono sbandierati perché dovrebbero favorire una convivenza più serena e «sostenibile». Invece le restrizioni al traffico sempre più draconiane come a Milano e Roma o le domeniche a piedi per abbassare il tasso di inquinamento non fanno che tenere lontana la gente dai centri storici. Il fanatismo per le due ruote ha portato a ridurre gli spazi per le auto per lasciare posto alle piste ciclabili, ma biciclette e monopattini si sentono autorizzati a invadere i marciapiedi.
La giunta Gualtieri ha annunciato che a Roma parte dei fondi del Pnrr andranno a realizzare altri 54 chilometri di piste ciclabili. Ma in alcune strade, le ciclabili realizzate da Virginia Raggi sono già state trasferite sui marciapiedi per recuperare spazio ai parcheggi. Il traffico ovviamente ne risente, senza contare gli autobus e i mezzi per la raccolta dei rifiuti costretti a fermarsi in mezzo alla strada. I tassisti si lamentano che i tempi di percorrenza sono aumentati e i clienti si arrabbiano. Le consegne ai negozi sono un dramma.
decibel spaccatimpani
Se spostarsi in auto è una maledizione, anche starsene in casa diventa problematico. Il frastuono della movida, sette giorni su sette dal tramonto all’alba, non risparmia nemmeno gli ultimi piani. Il 65% degli abitanti delle città è esposto a decibel superiori alla norma, e per il 5% l’inquinamento acustico supera i 75 decibel. A Roma il 60% degli abitanti è esposto a un baccano oltre i 55 decibel e il 40% oltre i 50 decibel durante la notte. Secondo l’università Bicocca, almeno il 42% dei milanesi sono esposti, quotidianamente, a una soglia che supera i 65 decibel di giorno e 50 di notte. In alcune case si toccano gli 80 decibel, peggio che vivere accanto a una tangenziale. Alcuni portali internet per la compravendita di immobili riportano, quartiere per quartiere, una «mappa dei rumori». In alcune vie del centro come via Spadari, via Moscova, via Ariosto, corso Garibaldi, corso di Porta Romana o piazza Wagner, si rilevano in media, di giorno, più di 70 decibel. Non esattamente l’ideale per una vita tranquilla.
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