Piantedosi rintuzza le iene dell’accoglienza
Le Ong attaccano il governo per la tragedia in Calabria. Ma neanche loro l’avrebbero evitata: l’unico modo di impedire i massacri è ridurre le partenze. Il ministro: «La disperazione non può mai giustificare un viaggio che metta in pericolo la vita dei propri figli».

Come sempre accade quando si verificano tragedie immani, oltre al dramma e alla sofferenza causati dall’ecatombe bisogna pure sopportare lo squallido agitarsi degli avvoltoi attorno ai corpi ancora caldi dei morti. Il giorno dopo il naufragio che ha causato decine e decine di vittime nelle acque della Calabria, poco lontano da Steccato di Cutro, ecco le iene dell’accoglienza pronte ad avventarsi sulla preda, felici di marciare compatte sui cadaveri per sostenere le proprie tesi ideologiche. Tutti ripetono il consueto slogan: i migranti muoiono in mare per colpa del governo di destra che non vuole soccorrere i naufraghi. Giorgia Linardi, portavoce della Ong Sea watch, lo ha scritto in maniera esplicita ieri sulla Stampa: «Le vite e il barcone spezzati a 150 metri dalla costa sono la prova che ciò che l’Italia può fare concretamente è andare incontro a chi si trova in pericolo in mare, con mezzi statali e incoraggiando l’attività complementare della società civile, fino a che il suo apporto non sia più necessario». La stessa tesi è sostenuta pure da Medici senza frontiere: «Questo è quello che accade in mare con il decreto Piantedosi, sono le conseguenze del decreto». Tradotto: bisogna dare via libera alle Ong e organizzare missioni di ricerca e soccorso istituzionali.

Ebbene, se questi provvedimenti servissero a fare cessare le morti in mare, non potremmo non appoggiarli. Il punto è che non servono, come purtroppo dimostrano abbondantemente i numeri dei morti raccolti negli anni passati. Nel 2022 i morti lungo la rotta del Mediterraneo centrale, quella che dal Nord Africa conduce in Italia, per capirsi, sono stati 1.800. Nel 2016, uno degli anni di picco degli sbarchi sulle nostre coste, sono stati più del doppio, circa 3.800. Meno partenze significa meno morti: non è una posizione politica, è un fatto.

Nello specifico del naufragio di Crotone, tuttavia, ci sono altre valutazioni da fare. Innanzitutto si tratta di una rotta diversa da quella mediterranea, forse persino più pericolosa, battuta solitamente da scafisti ucraini e russi su mandato turco, e percorsa da persone provenienti da Afghanistan, Iran, Pakistan, Siria. Sul fatto che i flussi siano in aumento si potrebbe riflettere molto, e si dovrebbe tenere conto dei numerosi conflitti provocati in quelle zone dagli interventi occidentali e dalla sciagurata gestione statunitense – democratica soprattutto – delle crisi.

Come ha rivelato Frontex, l’agenzia europea che si occupa del controllo delle frontiere, nel 2022 a percorrere la rotta dell’Egeo sono stati circa 29.000 migranti, 18.000 dei quali approdati in Italia. Soltanto un migrante su tre è sbarcato in Grecia per poi tentare la fortuna via terra tramite i Balcani. I motivi per cui gli aspiranti profughi provano comunque a raggiungere le nostre coste non sono troppo difficili da immaginare. Per prima cosa, altre nazioni europee hanno deciso di erigere muri e reticolati lungo i confini con la Turchia proprio per evitare ingressi illegali. Secondo il Parlamento europeo, alla fine dello scorso anno sul territorio comunitario si contavano ben 2.048 km di barriere in 12 Stati membri. La recinzione tra Grecia e Turchia sfiora i 40 km ed è da tempo previsto un allargamento di ulteriori 35 km. Un’altra barriera è quella fra Bulgaria e Turchia, quasi 235 km. Dunque, spostarsi dal territorio turco verso gli Stati più vicini non è facile. Si rischia di finire nei campi di raccolta turchi, o in quelli non proprio confortevoli sulle isole greche. O ancora si può essere intercettati dalle varie forze di polizia nei dintorni dei Balcani. Quindi c’è chi rischia pur di arrivare in Italia, dove esiste una macchina dell’accoglienza decisamente meno feroce e, soprattutto, si può provare a raggiungere più agilmente il Nord Europa.

E qui si apre il capitolo soccorsi. Il primo punto da tenere in considerazione è che lungo la rotta dell’Egeo non risulta che operino Ong, o comunque non vi operano in maniera massiccia come nel Mediterraneo centrale. E questo non da oggi, ma per lo meno dal 2021: se le navi umanitarie non ci sono non dipende certo dal decreto Piantedosi. Semmai, se gli attivisti evitano la rotta dell’ Egeo è perché è pericolosa, e perché da quelle parti agisce la Guardia costiera turca, con cui non si può fare troppo i furbi. In ogni caso, se le Ong volessero, potrebbero serenamente piazzarsi nei pressi delle coste calabresi, perché attualmente una legge che impresca ai taxisti del mare di soccorrere i naufraghi non esiste. Il fatto è che, chissà perché, le varie associazioni umanitarie preferiscono stare nei pressi della Libia. Quindi che oggi vengano a fare la morale è per lo meno fuori luogo.

Ed eccoci al secondo punto della questione. I soccorsi istituzionali, in realtà, sono partiti. La nave della morte era salpata dalla Turchia giovedì, e sabato sera è stata avvistata da un velivolo di Frontex (così riferiscono le autorità competenti, cioè Guardia di finanza e Guardia costiera). Questo dato è importante: il barcone non avrebbe fatto partire un Sos, il che avrebbe reso tutto più complicato. Nonostante ciò, dopo la segnalazione di Frontex, da Crotone e Taranto si sarebbero immediatamente staccate due motovedette che pare abbiano cercato di raggiungere il barcone in difficoltà, ma – così dice la versione ufficiale – il mare a forza 7 avrebbe impedito di rintracciarlo. Non solo: anche se le due motovedette lo avessero raggiunto, sarebbe statomolto complicato effettuare il trasbordo e non è detto che si sarebbero evitate tragedie. Anzi, secondo vari esperti, i salvataggi in condizioni proibitive come quelle dell’altro giorno sono, più che difficili, impossibili.

Mettiamo pure, allora, che lungo le coste crotonesi ci fossero state navi Ong: davvero sarebbero riuscite a fare ciò che le navi dello Stato non sono riuscite a fare? Davvero qualche peschereccio umanitario avrebbe potuto affrontare quelle onde e evitare il peggio? È tutto da dimostrare, e francamente è poco realistico.

Poiché allo sciacallaggio non c’è limite, però, in queste ore vari media e partiti rilanciano le accuse mosse da Orlando Amodeo, presentato dai più come «medico soccorritore a Crotone e per lunghi anni dirigente medico della polizia di Stato».

«Quei migranti potevano essere salvati», va gridando Amodeo. «Non è vero che le condizioni del mare, come dicono Interni e Fiamme gialle, rendevano impossibile avvicinare la barca dei migranti. Noi abbiamo imbarcazioni in grado di affrontare il mare anche a forza 6 o forza 7. Io sono salito a bordo di quelle imbarcazioni, qui in questi anni, e abbiamo compiuto salvataggi in condizioni simili». Può anche darsi che Amodeo abbia ragione: diciamo però che il suo pulpito è vagamente sospetto di faziosità, dato che egli si è candidato alle ultime elezioni come capolista al Senato per Sinistra italiana, cioè nelle liste di Nicola Fratoianni in cui compariva anche Aboubakar Sumahoro. Sorge dunque il dubbio che un po’ di interesse politico ad attaccare il governo il dottor Amodeo ce l’abbia.

Proprio in ragione della sua lunga esperienza, comunque, l’attivista crotonese dovrebbe sapere che a gestire le procedure di soccorso non è il Viminale, bensì la Guardia costiera. Dunque non è il governo a decidere quali navi soccorrere e quali no, e di sicuro non è il governo a ordinare a una motovedetta di rientrare in porto.

Per altro risulta che Guardia costiera e Guardia di finanza abbiano effettuato una marea di salvataggi, proprio sulla rotta dell’Egeo: circa 17.000 nel solo 2022. Ergo non si capisce perché dovrebbero avere di proposito evitato di aiutare un barcone in difficoltà.

Non ci sono dubbi: è accaduta una tragedia. Ma le Ong non l’avrebbero evitata. L’unico modo per impedire i massacri continua a essere la riduzione delle partenze, che si può ottenere solo tramite blocchi navali e accordi diplomatici. I quali possono anche prevedere – cosa che alcuni Stati europei già mettono in atto – una azione informativa presso chi si appresta a partire. «La disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli», ha detto ieri il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, attirandosi attacchi feroci. Ma in quelle parole, purtroppo, c’è un bel fondo di verità. Anche con tutte le azioni di ricerca e soccorso del mondo alcune tragedie, specie quelle delle navi fantasma che spesso arrivano in Calabria, rischiano di essere inevitabili. E quando accadono, è inutile prendersela con il Viminale o i destrorsi brutti e cattivi. Ci sarebbe piuttosto da intervenire sulle cause della migrazione di massa, ma farlo sul serio non sembra conveniente per nessuno. A partire dai tifosi dell’accoglienza senza limiti.

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