«Dopo la tanto temuta guerra commerciale, che avrebbe potuto avere conseguenze molto gravi anche per gli stessi Stati Uniti, credo si possa oggi essere meno pessimisti. Trump ha infatti più volte dichiarato di avere un approccio pragmatico e la sospensione temporanea di tre mesi dei dazi nei confronti dell’Europa sembra lasciare spazio per una revisione delle politiche annunciate». Beniamino Quintieri, professore di economia internazionale e da settembre 2023 presidente dell’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale, è un attento analista degli scenari economici internazionali.
Lei quindi è ottimista in una rapida soluzione della guerra commerciale avviata dal presidente americano Donald Trump?
«L’apertura è favorita anche dalla sensibilità di Trump nei confronti del mercato: il calo delle borse, le pressioni da parte delle imprese americane – che hanno sottolineato come l’interruzione delle catene di fornitura danneggerebbe l’industria statunitense – e le preoccupazioni espresse dalle grandi catene di distribuzione, prima fra tutte Walmart, per il potenziale aumento dei prezzi dei beni di consumo e il conseguente rischio inflazionistico, sono tutti fattori che probabilmente spingeranno Trump ad una maggiore prudenza rispetto agli annunci iniziali».
Per l’Europa che scenario si prospetta?
«Trump si è detto certo di poter raggiungere un accordo con l’Europa. Paradossalmente, le richieste americane sembrano ora orientarsi in direzione opposta rispetto ai dazi annunciati: si parla infatti – anche a partire dalle dichiarazioni di Elon Musk – della possibilità di rafforzare un’area di libero scambio tra Stati Uniti ed Europa. Queste proposte, se confermate, andrebbero accolte con grande favore, perché eliminerebbero misure che oggi non solo penalizzano le imprese americane ma anche quelle italiane ed europee. Rimuovere i limiti all’importazione di prodotti americani – in particolare, quelli relativi al contingentamento nell’import di armamenti – e semplificare i vincoli burocratici che ostacolano l’attività imprenditoriale: un passo del genere gioverebbe non solo alle aziende statunitensi, ma anche a quelle italiane ed europee, che da tempo denunciano l’eccessiva regolamentazione dei mercati nel Vecchio continente. Anche se non tutte le proposte americane potranno essere accettate, su queste basi si potrebbe addivenire ad un accordo conveniente non solo per gli Stati Uniti ma anche per l’Unione europea».
Qual è il ruolo dell’Italia nel negoziato tra Usa e Ue sui dazi?
«L’Italia sta già svolgendo un ruolo attivo, come dimostrato dagli incoraggianti risultati della recente missione del presidente del Consiglio. Il nostro Paese può contribuire in modo significativo a creare un clima favorevole al raggiungimento di un accordo tra Stati Uniti ed Europa, obiettivo che lo stesso presidente Trump ha dichiarato di voler perseguire. Stando così le cose, potrebbe venir meno la necessità, da parte dell’Ue, di prepararsi a una guerra commerciale con gli Stati Uniti, alla luce della disponibilità americana a riconsiderare i dazi annunciati».
I dazi americani rischiano di creare un’ondata di merci cinesi in Europa? Come difendersi?
«Anche in questo caso ci sono motivi per ritenere che i dazi annunciati dagli Stati Uniti nei confronti della Cina saranno, in realtà, di entità inferiore rispetto a quanto inizialmente prospettato, anche per non interrompere in maniera traumatica per le imprese americane le catene di fornitura. C’è poi da considerare la circostanza che la Cina è il principale fornitore di terre rare che sono materie essenziali in diversi settori tecnologici. In ogni caso, è evidente che la Cina cercherà – come già sta facendo- di espandersi in nuovi mercati, compresi quelli europei. Credo però che anche le imprese italiane ed europee possano cogliere nuove opportunità in Cina, a condizione che il governo cinese adotti finalmente politiche di sostegno alla domanda interna, che favorirebbe una maggiore apertura del mercato cinese ai prodotti esteri e aumenterebbe le possibilità di esportazione verso quel Paese. Naturalmente, l’Unione europea dovrebbe esercitare una forte pressione sulla Cina affinché vengano abbandonate le pratiche di dumping che finora hanno consentito alle imprese cinesi di esportare prodotti a prezzi artificialmente bassi nei mercati occidentali. Considerando l’attuale contesto economico globale, è probabile che la Cina non possa, come ha fatto finora, ignorare facilmente una richiesta di questo tipo».
In una situazione di grande incertezza e difficoltà a livello internazionale non è arrivato il momento di rimuovere i vincoli del Green deal che ha mostrato di essere un ostacolo alla crescita?
«È vero che gli ambiziosi obiettivi fissati dal Green deal, soprattutto per quanto riguarda le tempistiche molto ristrette, potrebbero comportare un rallentamento della crescita nel breve e medio periodo. Tuttavia, è altrettanto vero che non adeguarsi – anche se in modo graduale e progressivo – a tali obiettivi potrebbe, nel lungo termine, lasciare l’Italia e l’Europa in una posizione di svantaggio tecnologico rispetto a quei Paesi che stanno investendo in modo più deciso nella transizione verde».
Lei da un anno è un economista che si occupa anche di sport. Qual è il contributo che lo sport dà al Pil?
«Lo sport contribuisce all’1,4% del Pil italiano, con un valore economico di quasi 25 miliardi di euro e un tasso di crescita che nell’ultimo anno ha avuto una velocità doppia rispetto al resto dell’economia. Inoltre, ogni euro investito nello sport genera oltre 4 euro di benefici sociali, con ricadute positive in termini di salute, inclusione sociale, educazione e coesione territoriale».
Il punto debole sono gli impianti: il 44% realizzato tra anni Settanta e Ottanta.
«Sì, effettivamente la condizione delle infrastrutture, avendo ormai più di 40 anni, presenta un avanzato stato di obsolescenza e oggi necessita di urgenti interventi di riqualificazione. Per la prima volta nel 2023, lo sport è diventato il primo ambito di spesa nelle politiche di investimento locale, grazie anche al supporto dell’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale che offre strumenti di finanza agevolata dedicati anche agli enti locali. La riqualificazione è iniziata, ma va accelerata, soprattutto nel Mezzogiorno, per colmare i divari territoriali presenti. L’obiettivo è rendere l’impiantistica sportiva moderna, capillare e al servizio della salute, dell’inclusione e dello sport di base. Per quanto riguarda i grandi impianti sportivi, l’arrivo di player stranieri può accelerare la trasformazione del settore, portando con sé capitali, competenze manageriali e una visione strategica di sviluppo».
Negli stadi c’è sempre il sold out ma sono pochi gli italiani che praticano uno sport. Che fare?
«Effettivamente la passione per lo sport in Italia si manifesta attraverso una partecipazione diretta o indiretta agli eventi sportivi ma il vero obiettivo sarà vedere sempre più italiani, soprattutto giovani, impegnati a fare sport, non solo a guardarlo. Come evidenziato nel Rapporto Sport 2024, ci sono 16 milioni gli italiani che hanno praticato sport con continuità ma ancora il 35% della popolazione resta sedentario con forti disparità territoriali. È un dato che ancora ci vede in una posizione di retroguardia rispetto ad altri Paesi europei, ma che possiamo ridurre ampliando la capillarità dell’offerta sportiva con investimenti nell’impiantistica di prossimità, promuovendo l’educazione motoria fin dalla scuola primaria e garantendo un sostegno concreto alle associazioni e società sportive dilettantistiche che promuovono lo sport di base».
Che progetti avete per lo sport di base?
«Lo sport di base è il cuore pulsante del movimento sportivo italiano e continuerà a rappresentare una delle nostre priorità strategiche. Come Istituto, ci impegniamo a supportare tutte quelle realtà che costituiscono la “base sociale” dello sport, operando su tutto il territorio nazionale. Il nostro impegno guarda a tutte le componenti del sistema sportivo: dalla dimensione no profit dedicata all’avviamento all’attività sportiva dei più giovani, allo sviluppo dei settori giovanili, fino alle società di vertice. Passando, naturalmente, per le migliaia di associazioni e realtà locali che necessitano di impianti moderni, accessibili e sicuri per svolgere al meglio la propria funzione educativa e sociale. Continueremo a offrire strumenti di finanziamento agevolato, supporto tecnico e iniziative dedicate, perché crediamo che rafforzare lo sport di base significhi rafforzare il tessuto sociale del Paese. Vogliamo essere non solo un partner finanziario, ma un punto di riferimento per le istituzioni pubbliche, i territori e gli operatori privati, contribuendo a creare valore economico e sociale duraturo. Lavoreremo per semplificare l’accesso al credito, attrarre capitali anche privati e internazionali, e favorire la transizione verso modelli gestionali più innovativi e sostenibili».
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