Essì che era intervenuto anche il presidente francese, Emmanuel Macron, per dire che l’attentato compiuto il 23 ottobre scorso a Trappes, trenta chilometri circa da Parigi, era un «gesto razzista». Gli aveva dato manforte anche il sindaco della città, Ali Rabeh, il quale, non pago, aveva aggiunto che «abbiamo a che fare con un lungo continuum ideologico: dai discorsi nazisti alla recente retorica dell’estrema destra.
Non dobbiamo dimenticare che il Front National [poi diventato Rassemblement National (Rn)] fu fondato da ex membri delle Ss. Questa estrema destra non è scomparsa con la Resistenza e la Liberazione, ed è più attiva che mai. Solo che oggi avanza sotto mentite spoglie».
Del resto, almeno secondo le prime ricostruzioni, sull’auto dell’attentatore era stato trovato un manifesto del Rassemblement National e si diceva che il killer, Kevin T., avesse preso di mira i neri e gli stranieri. Non poteva che essere un razzista. Una Ss che, lasciati gli stivaloni nell’armadio, aveva deciso di indossare delle ben più comode sneaker. Era stato un bianco a sparare e il movente non poteva che essere uno: quello razzista.
Poi però è arrivata la realtà che, come sempre, ha sgonfiato l’allarme fascismo. La Procura ha smentito le prime voci. Il killer stesso «non ha contestato i fatti» ma ha negato «la natura razzista delle sue azioni». Ovvero: ho ucciso io. Ho sparato io a sei persone. Ma non l’ho fatto perché mosso dall’odio razziale.
Il killer di Trappes non c’entrava niente con la destra
La storia del manifesto del Rassemblement National è stata smentita. Non c’era alcun volantino sull’auto di Kevin T.. C’era solo un uomo di 39 anni che soffre di schizofrenia e nella cui libreria convivono Mein Kampf, Bibbia e Corano. E che ha militato tanto nei partiti di destra quanto in quelli di sinistra. Anzi, Kevin T. è stato immortalato durante alcune manifestazioni pro Pal mentre teneva in mano la kefiah e, questa volta sì, un volantino. Che però era in difesa della Palestina. Attorno a lui persone che alzavano il pugno chiuso al cielo. Non proprio dei pericolosi facinorosi di destra. Anzi: l’esatto opposto. Dei pro Pal fatti e finiti.
Come Marlo Swan McNair Plowden. Cambiamo sponda della Manica e andiamo a Brixton, sud ovest di Londra. Marlo ha 28 anni e un pedegree da perfetto cittadino di Sua Maestà. Viene da una famiglia agiata e frequenta le migliori scuole. Ama l’arte, ovviamente quella impegnata, che diventa anche la sua occupazione.
Si definisce, come racconta il Daily Mail, un illustratore «per il cambiamento sociale positivo». Che, tradotto, vuol dire: un radical chic che vive grazie a mamma e papà. Che gli permettono di realizzare immagini per contrastare una «pericolosissima» catena di panetteria ebraica di nome Gail che avrebbe dovuto aprire poco distante da casa sua.
Marlo, come tanti suoi coetanei, partecipa alle marce pro Pal. Sente questa causa come sua. Parla di «genocidio» e nutre rancore non solo nei confronti dello Stato ebraico ma anche del suo popolo.
Il vero identikit dell’attentatore in Francia
È ricco e per questo può permettersi il lusso di frequentare il Partito rivoluzionario dei lavoratori e dei giovani socialisti. Perché discettare sul lavoro è più importante che lavorare. Per lui, e per il collettivo Strapline con cui collabora, il pane di Gail si trasforma in un ordigno esplosivo. Lo definiscono – quel misto di acqua, farina, sale e lievito – una minaccia che cresce.
Lo rappresenta così Marlo: una bomba. È il suo modo di protestare. Il padre condivide fiero le immagini delle incursioni artistiche del collettivo, che sta fomentando gli abitanti di Brixton.
Parlano di gentrificazione, di un’operazione che favorisce una catena a discapito dei piccoli panettieri locali. Perché tutto fa brodo per portare avanti una campagna che non è tanto contro Gail, quanto contro la catena ebraica e lo Stato di Israele.
Curioso che tra i principali promotori di questa iniziativa pro Palestina ci sia Marlo Swan McNair Plowden. Forse, si tratta di un’eredità familiare. O coloniale. Il suo bisnonno infatti, Edwin Plowdell, commerciò potassio palestinese dal Mar Morto e, come riporta il Daily Mail, all’epoca gli accordi per questo tipo di traffici prevedevano lo sfruttamento economico della popolazione araba locale.
Forse, per Marlo, è un modo per espiare i «peccati» del suo avo. Chissà. Potrà sempre ripassare la storia – e pure un po’ di cronaca – mediorientale dalla sua casa da 1,5 milioni di sterline in cui è nato. Lavorare stanca. Soprattutto quando non lo si fa.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >