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La libreria Feltrinelli vandalizzata a Torino (Ansa)

Più di ogni editoriale, più di ogni stratificata analisi sociologica, per comprendere profondamente e definitivamente che cosa sia la sinistra di oggi – e che cosa sia il progressismo di cui buona parte dell’Occidente si è infatuata – basta lettere ciò che dichiara al Foglio Massimiliano Tarantino, responsabile della comunicazione corporate e rapporti istituzionali del Gruppo Feltrinelli, direttore della fondazione Giangiacomo Feltrinelli e direttore di Feltrinelli Education. Ginevra Leganza lo ha chiamato per chiedergli di commentare l’assalto condotto da maranza incappucciati nella libreria di Porta Nuova, a Torino.

Una scena, quella, su cui abbiamo già avuto modo di riflettere, notando quanto fosse emblematica: i presunti rivoluzionari in felpa e sneakers sfasciano gli scaffali e gettano a terra i libri in una catena fondata da un aspirante rivoluzionario comunista (Giangiacomo Feltrinelli) che pubblica il fior fiore dell’intellighenzia sinistrorsa e da tempo esibisce in bella vista anche saggi raffinati sulla forza eversiva dei maranza contro l’odiato capitale.

Il quadretto è in effetti meraviglioso: l’orda barbara che infierisce contro i professorini che cercano di coccolarla, la belva che morde la mano del passante che si crede padrone, ma in realtà è la cena.

Le dichiarazioni di Tarantino sono il geniale completamento del capolavoro. «La libreria assaltata si trova a Torino», ha spiegato al Foglio. «Ma posso dirvi che il fatto è del tutto casuale. I ragazzi sono entrati semplicemente perché erano inseguiti dalla Digos, perché erano terrorizzati dalla polizia, per questo hanno vandalizzato. Lo hanno fatto, sì, ma solo perché erano mossi dall’impeto».

E ancora: «Non odiano noi. Certo che no. Avrebbero scassinato una banca americana o una magari Mondadori! E poi noi, pensando tanto ai ragazzi che hanno buttato giù due scaffali, stiamo guardando il dito anziché la luna. Li hanno buttati giù. Ma chi se ne frega».

Tarantino spiega poi che fuori dalla libreria assaltata è stato messo un cartello che recita: «I librai e le libraie ringraziano calorosamente i concittadini e le concittadine».

Geniale. Quanto ai maranza assaltatori, prosegue il comunicatore, «non si tratta di ringraziarli, loro, né di condannarli. Ma di capirli. Noi crediamo che il fenomeno sia sociale, congiunturale. Che sia molto più grande rispetto ai danni di una singola libreria. Questi ragazzi hanno sollevato un punto di attenzione. Noi siamo stati invasi, sì, e siamo rimasti sconvolti. Ma il danno non può essere ridotto a un vetro. Il danno è quello delle giovani generazioni».

«Non soltanto italiane ma ancor prima europee. Ciò che noi stiamo cercando di fare, ora, è di allargare la visione, non di restringerla. Non saremo correi di un restringimento. Stiamo cercando di avere uno sguardo critico rispetto a certe cose. Stiamo cercando di non impoverire il dibattito. E non ci metteremo certo a piangere perché ci hanno buttato giù due libri».

In buona sostanza la Feltrinelli è stata assaltata e ne sembra quasi contenta.

Non vuole criticare gli incappucciati che hanno ribaltato una libreria. Anzi li vuole ascoltare, comprendere, financo giustificare.

Hanno buttato a terra i libri? Chi se ne importa! Anzi, i maranza sono stati bravi perché non hanno rubato niente (e ti credo: sai che gliene frega dei romanzi e dei saggi, vogliono la felpa firmata e la collana).

Se volessimo prenderla seriamente, mettendola su un piano che anche il cliente sinistrorso di Feltrinelli possa accettare, potremmo tirare in ballo Vergogna, il romanzo di J.M. Coetzee: una donna bianca sudafricana viene stuprata da un gruppo di neri, ma non denuncia né si lamenta, perché pensa che quello sia il giusto prezzo da pagare per espiare le colpe della sua razza.

Solo che in quel caso si trattava di una tragedia epocale, di un regime che crollava, di uno scontro terribile sul crinale della Storia.

Qui, più biecamente, siamo nel grottesco. Altra immagine cara alla Feltrinelli: il personaggio di Altan con l’ombrello infilato nel didietro, che però ringrazia chi glielo ha posizionato lì.

È un po’ la stessa scena vista mesi fa a Parma: alcuni insegnanti furono menati dai maranza di cui sopra nei giardinetti fuori dalla scuola. Ma rifiutarono di sporgere denuncia perché «non è educativo». Ovvio: è più educativo subire in silenzio angherie e prepotenze.

Da una parte questo plateale masochismo suscita divertita compassione. Dall’altra, però, c’è da considerare la faccenda con estrema serietà e pure notevole sconforto.

A tratti questa sottomissione al carnefice si allontana da quella letteraria, raffinata e consapevole (parliamo sempre al lettore Feltrinelli) della Histoire d’O.

Assomiglia decisamente al silenzio spaventato di quello che viene minacciato dalla mafia e non ha il coraggio di rivolgersi alla autorità. È il sorriso imbarazzato e sudaticcio del poveretto che viene bullizzato e teme che subirà ritorsioni se parlerà.

Con una sfumatura velenosetta da zona grigia di Primo Levi che si manifesta quando Tarantino spiega che un vero atto politico sarebbe stato l’assalto a Mondadori: un po’ indica un nuovo bersaglio, un po’ pensa di arruffianarsi il prepotente compiacendolo, puntando il dito verso altri nella speranza di evitare la razione di botte.

Ecco l’Occidente progressista: evviva ci arrendiamo, diventiamo allegre vittime per espiare i crimini del passato, Sacher-Masoch in salsa woke.

Resta un interrogativo sullo sfondo: se a ribaltare gli scaffali non fossero stati i maranza ma altri, a Feltrinelli sarebbero egualmente mansueti?

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