«Spettri» e «pre fascismo»: la sinistra delira
Ansa
Per esorcizzare l’exploit leghista alle elezioni europee, spuntano sui giornali le definizioni più pittoresche. Ieri Ezio Mauro, su Repubblica, arrivava al limite della seduta spiritica: le elezioni di domenica, spiegava, hanno premiato degli «spettri neri».

Non è proprio fascismo, è più voglia di un alibi qualsiasi. Una suggestione, una sensazione, un retrogusto, un riverbero. Il tentativo di esorcizzare la vittoria elettorale di Matteo Salvini alle europee, da parte della sinistra colta o presunta tale, gira sempre lì, attorno a questo benedetto fascismo.

Alla lunga, in verità, l’idea di immaginarsi il leader leghista come conquistatore dell’Abissinia, magari con Lorenzo Fontana trasvolatore oceanico e Gian Marco Centinaio prosciugatore delle palude pontine, non ha retto. Il senso del ridicolo impone dei limiti, persino alla sinistra in crisi. Insomma: non è che i leghisti siano proprio fascisti. Ma qualcosa di simile devono pur esserlo. Ecco allora vari commentatori esercitarsi in spericolati equilibrismi ermeneutici per spiegarci che non abbiamo a che fare esattamente con il fascismo. Eppure, un pochino, in qualche modo, anche sì.

Ieri Ezio Mauro, su Repubblica, arrivava al limite della seduta spiritica: le elezioni di domenica, spiegava, hanno premiato degli «spettri neri». Fantasmi, quindi: non pienamente vivi, ma neanche del tutto morti. Proprio come il Ventennio, passato, sì, ma non troppo. E chissà se poi si tratta proprio di uno spettro o non, semplicemente, di un’ombra, ovviamente nera, come recitava il titolo di Repubblica di lunedì: «Ombre nere».

«Salvini», spiegava Mauro, «ha superato furiosamente le colonne d’Ercole della politica italiana e occidentale, spingendosi nel mare oscuro di un’ultradestra che nel dopoguerra non avevamo mai conosciuto». E via drammatizzando, fino a convincersi di intravedere «il razzismo che si fa governo, ammiccando alle risorgenze fasciste sparse, portandoci fuori dall’Occidente con le xenofobie ricorrenti e l’ideologia che ritorna prepotente, non può essere il destino italiano». Solo poche settimane fa, del resto, Mauro si era inventato il «fascismo 2.0»: insomma, non proprio quello con gli stivaloni e i manganello, ma il suo upgrade, rilasciato però presumibilmente dalla stessa casa madre.

L’idea del fascismo con l’aggiornamento fa del resto il paio con il «post nazismo» che Claudio Gatti immagina alle origini del fenomeno sovranista italiano (si veda l’onirico I demoni di Salvini). «È ancora fecondo il ventre dal quale è uscita la bestia immonda», diceva Bertolt Brecht, a cui tuttavia sembrava essere sfuggito questo capitolo di fantasioso darwinismo politico: la bestia, infatti, pare sappia evolversi ed è del resto tanto più micidiale in quanto sempre cangiante.

Tutti d’accordo, quindi? Ce la caviamo così, col fascismo che ritorna sotto forma di fantasma o con un nuovo pacchetto di applicazioni che lo rendano sempre nuovo eppure temibile come quello vecchio? Eh no, perché poi, su MicroMega, arriva Paolo Flores d’Arcais che rovina tutto. Contrordine, compagni, non è post fascismo, ma pre fascismo. Lo studioso lo dice proprio così, papale papale: «Ha vinto il pre fascismo. Salvini e Meloni (34,26+6,45) superano da soli la percentuale che con l’attuale legge elettorale per le politiche garantisce con altissima probabilità la maggioranza assoluta. […] Avranno i numeri per cambiare la Costituzione (repubblicana antifascista) che detestano. Potranno dilagare nella Corte Costituzionale e nel Csm, asservendo la magistratura. Il pre fascismo non è il fascismo, ovviamente, e potrebbe non diventarlo. Ma ne contiene già tutti gli ingredienti costitutivi, razzismo, sciovinismo, clericalismo, rapporto diretto viscerale acritico subordinato Capo/popolo (Capo, in latino Dux, in tedesco Führer), disprezzo per le minoranze, medioevo per i diritti civili, subalternità delle donne, odio per gli intellettuali». Ecco, hanno sbagliato tutti: in realtà Salvini non era un altro Benito Mussolini, ma il nuovo Luigi Facta!

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