L’ipotesi Draghi alla Commissione Ue rimanda in estasi i media genuflessi
Mario Draghi (Ansa)
Il ritorno sulla scena dell’ex premier scatena la stampa prona. Che però scorda gli scivoloni collezionati a Palazzo Chigi: come il flop della tassa sugli extraprofitti, la riforma dell’idroelettrico e l’incubo del green pass.

È tornato Gesù e non ce n’eravamo accorti. La sola ipotesi che Mario Draghi possa conquistare la presidenza della Commissione europea, una poltrona che occuperebbe fino alla radiosa età di 82 anni, sta mandando in estasi gran parte della stampa italiana. «Scegliere lui, vuol dire scegliere di cambiare la storia dell’Europa, e anche il suo destino», scriveva ieri Repubblica. Dalla Spada nella roccia, al Banchiere nella maionese.

Dopo il discorso di Bruxelles, su tutte le prime pagine fioccano immagini messianiche. Draghi «sferza», Draghi «scuote», Draghi «indica la strada». Manca solo «Draghi cammina sulle acque», ma è solo questione di tempo. E poi anche un bel titolo, ancora di Repubblica, «Chi può suggerire il nome di Mario», ci ricorda che «Mario», in fondo è uno di noi. Anche quando ci guarda e sembra che stia per slegare i cani. Anche se da premier della disgraziata Italia non tutti i miracoli gli sono riusciti. Basta pensare al green pass orwelliano, al flop della tassa sugli extraprofitti energetici e a quell’autentico attentato alla Patria che è stata la riforma delle concessioni idroelettriche.

Nell’orchestra dei giornaloni, i violini di prima fila di Largo Fochetti non steccano mai. Il professore romano ha presentato il suo rapporto sulla competitività nell’Unione, che fatalmente è diventato per tutti il suo programma per la prossima Commissione, visto che in fondo Draghi ha solo 76 anni. Così Repubblica titola in prima pagina: «L’Europa secondo Draghi», tipo vangelo.

E poi: «Il manifesto di Mario Draghi scuote l’Unione europea». Di questi tempi, vista l’irrilevanza dell’Ue, anche un discorso dei Teletubbies scuoterebbe l’Europa. Ma andiamo avanti. Sempre sul giornale della famiglia Agnelli Elkann, ecco un editoriale di Andrea Bonanni che parte con un velenosissimo virgolettato anonimo, raccolto nel «corridoio largo e con le vetrate altissime del Parlamento europeo»: «Un perfetto programma di legislatura per la nuova Commissione». Sul finire del pezzo, ecco il punto tattico: «A suo favore gioca una reputazione internazionale indiscussa di competenza, serietà e acume politico. Contro di lui c’è il fatto che non appartenga a nessuno dei tre gruppi politici, popolari, socialisti e liberali, che di solito si spartiscono le poltrone al vertice della Ue».

E già, le poltrone vengono «spartite» quando le assegnano i politici, che sono eletti dai cittadini. Invece quando (gli stessi politici) le assegnano a tecnici e banchieri, siamo di fronte a una festa del merito.

Più sobrio il Corriere della Sera, un tempo «il giornale delle banche». Il titolo in prima è «Draghi sferza l’Europa». Come Gesù nel Tempio con i mercanti. In assenza di una Costituzione, l’Europa dei mercanti in effetti è parecchio forte. L’Europa dei banchieri però è ancora più forte e chi meglio dell’ex capo della Bce può rappresentarla? Alla Stampa vanno al sodo: «Draghi scende in campo. “L’Europa va cambiata”». Anche qui va detto che Gesù non aveva 76 anni quando cominciò a cambiare le cose. Sempre sulle austere colonne del foglio sabaudo, ecco un editoriale che vince il premio per l’attacco più soporifero dell’anno: «Difficile dare torto a Mario Draghi». E infatti gli danno solo ragione per una mezza paginata. A vergare l’elogio è il settantacinquenne Salvatore Rossi, ex direttore generale di Bankitalia ed ex «saggio» di Giorgio Napolitano.

Notevole anche la scelta del Messaggero, che in prima pagina riporta: «Draghi indica la strada dell’Europa. Plauso bipartisan. Orbán: «Mi piace». Allora è fatta. Il «plauso» di Orbán viene riportato in modo garrulo da tutti i giornali «antisovranisti» e fa un po’ sorridere perché evidentemente da quelle parti l’unico «dittatore» buono è quello che loda il grande banchiere centrale.

Sarà l’amore per le banche, ma va detto che anche al Giornale si respira ottimismo per il ritorno di Mario Gesù. Il titolo in prima è una mozione degli affetti: «Draghi torna in campo. Il programma di Supermario». Sotto, un raro editoriale a quattro mani di Vittorio Macioce e Osvaldo De Paolini si conclude con un endorsement forse decisivo: «L’Europa ha bisogno di un leader e sulla piazza il più ambizioso si chiama appunto Mario Draghi, ma ci saranno le condizioni per replicare quell’indubbio successo (della Bce, ndr)? Forse ha giocato con troppo anticipo le sue carte e non senza una corposa dose di presunzione, ma la politica a volte deve saper mostrare anche intelligenza».

Se l’intelligenza di Draghi è indiscussa e indiscutibile, magari non tutto quello che ha fatto da premier in Italia è stato proprio un capolavoro. Sul fronte Covid, ha sfornato una stregoneria liberticida come il green pass e ha avallato una campagna di vaccinazione lievemente esagerata e terrorista. In campo economico, ha fallito nel tentativo di far pagare ai colossi dell’energia una tassa sui profitti extra e ci ha lasciato una riforma del settore idroelettrico che espone l’Italia alla perdita della sovranità energetica. In compenso, ha rassicurato i mercati sul debito pubblico italiano, anche se il suo governo ha preso lo spread con la Germania a 91 punti e lo ha lasciato a 223. E poi c’è il dramma finanziario del Superbonus: l’ha inventato Giuseppe Conte e uno con il curriculum inflessibile di Draghi avrebbe dovuto fermarlo. Invece ha lasciato correre, forse immaginandosi al Quirinale anche con i voti grillini. In ogni caso, la strada di Draghi verso la presidenza della Commissione Ue è ancora lunga, ma il tratto italiano è già lastricato di saliva.

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