Il Congo smonta l’Oms: «Mpox? Lo gestiamo»
Il capo dell'Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus (Ansa)
  • Mentre le Ong lamentano la carenza di farmaci immunizzanti, un ricercatore di Kinshasa ridimensiona l’allarme: «Quelli nati dopo il 1980 non hanno coperture, però qui facciamo i conti con questa malattia già da tempo e i sanitari sanno come comportarsi».
  • Il prof Giovanni Rezza si lascia scappare che a Big Pharma serve un motivo per produrre le dosi.

Lo speciale contiene due articoli.

Gli africani non sono noti per lasciarsi spaventare dalle catastrofi naturali. Sono abituati alle difficoltà della vita, di solito molto peggiori di quelle che toccano in sorte al nostro pezzo di mondo. Non amano essere assistiti. Sono pieni di quella dote con cui ci avevano fatto una testa tanto durante il Covid: la resilienza. E infatti, nonostante il capo dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, peraltro africano anche lui, abbia dichiarato un’emergenza globale per il vaiolo delle scimmie, loro conservano calma e sangue freddo. Persino in Congo, dove è concentrato il 96% dei casi provocati dal nuovo ceppo del virus, che sta colpendo pure i bambini. Ce lo ha dimostrato una breve intervista di Askanews al dottor Placide Mbala, ricercatore dell’Institut national de recherche biomédicale di Kinshasa, la capitale della Repubblica democratica. Il monkeypox, ha detto lo studioso all’agenzia stampa, «esiste nel nostro Paese da molto tempo e i nostri operatori sanitari hanno, nella maggior parte delle nostre province, una certa padronanza per poter gestire questa malattia a livello clinico sintomatico». Insomma, niente panico. In Congo sanno già come comportarsi. Sono consapevoli che la profilassi contro il «vecchio» vaiolo si è interrotta alla fine degli anni Settanta e che, dunque, la popolazione dai 44 anni in giù non è protetta da quello dei primati. Ma di focolai epidemici loro se ne intendono. E conoscono la maniera di trattare chi viene contagiato da questo virus.

Ma se il vaiolo delle scimmie è un problema quasi esclusivamente africano, anzi, quasi esclusivamente congolese, e se nemmeno a Kinshasa sembrano granché preoccupati, da dove spunta fuori l’esigenza di dichiarare un’emergenza internazionale? Di cosa dovrebbe avere timore la Svezia, dove è stato trovato il primo caso di Clade 1b in Europa? E il Pakistan, che non ha nemmeno ancora accertato si trattasse della temuta variante, che sarebbe più aggressiva? In certi luoghi, ammesso che la letalità di mpox sia salita fino al 10%, hanno guai più grossi. Volete dare un’occhiata ai morbi che affliggono Islamabad e dintorni? Ecco un elenco, nemmeno esaustivo. Carbonchio: endemico. Dengue: endemica. Encefalite giapponese: endemica. Febbre tifoide: endemica. Malaria: endemica per il tipo causato da Plasmodium vivax. In Pakistan è endemica addirittura la poliomielite, una di quelle patologie che l’Oms considerava in via di eradicazione, chiaramente sempre grazie ai vaccini.

È risaputo che la stessa Africa, Congo incluso, se la passa maluccio. L’agenzia Onu e i Cdc del continente nero si sono messi in allerta per via delle 14.000 infezioni e degli oltre 500 decessi da mpox. E allora vi interessa scoprire quanti ne provoca, tanto per citare una malattia tra le tante, la malaria? Nel 2022, 608.000, a fronte di 249 milioni di casi. A proposito di bambini: il 76% dei morti aveva meno di cinque anni. Action aid, sul suo sito, ricorda altri due flagelli con cui fa i conti il continente: 26 milioni di sieropositivi, con 800.000 vittime dell’Aids; e la tubercolosi, particolarmente diffusa in Nigeria e capace di contagiare fino a 281 persone ogni 100.000 abitanti. Della fame non stiamo nemmeno a parlare: il 30% dei bimbi africani soffre di malnutrizione. Alcune Ong stimano che quattro piccini ogni 10.000 muoiano ogni giorno per via della scarsità di cibo. Per carità, è giusto monitorare, sorvegliare, intervenire, vaccinare, curare i pazienti contagiati dal vaiolo delle scimmie. Ci mancherebbe altro. Ma al confronto con quegli altri numeri, il monkeypox somiglia a una malattia rara. Sarà per questo che il dottor Mbala è parso meno in ansia di Tedros. Sarà per questo che ha usato toni meno agitati di Medici senza frontiere, i cui volontari lamentano la disponibilità limitata di vaccini con cui schermare i soggetti a rischio nella Repubblica democratica. Sarà per questo che lo scienziato di Kinshasa crede che il monkeypox si possa gestire. Forse, quello del dottor Mbala non è fatalismo; è senso della realtà.

È in Occidente, invece, che sta oliando i suoi ingranaggi la rodata macchina del terrore, con la ricomparsa delle virostar, divise tra chi concorda con la decisione dell’Oms, tipo Fabrizio Pregliasco, chi ci tiene a rassicurare, come fa Matteo Bassetti, e chi – Gianni Rezza – si lascia scappare a denti stretta la verità: lo stato d’emergenza mondiale serve a spingere la produzione di vaccini, evidentemente assicurando alla Bavarian Nordic, che li fabbrica, un mercato sufficientemente ampio. Pur evocando il pericolo dei «casi d’importazione», però, nessuno si è interessato ai barconi che continuano ad approdare sulle nostre coste. Per qualche ragione, i migranti sono immuni ai virus. Questi ultimi, come disse Pier Luigi Lopalco, viaggiano nella prima classe degli aeroplani.

Rimane la nuda e cruda verità dei dati: 100.000 contagi da monkeypox nell’intero globo, con i picchi dell’estate 2022 ormai ampiamente riassorbiti. Per decidere di considerare allarmanti cifre del genere, mercoledì, a Ginevra, l’Oms ha riunito una pletora di espertoni. Forse sarebbe stato meglio telefonare al dottor Mbala di Kinshasa.



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