L’Occidente si vanta da decenni di rappresentare il cosiddetto «mondo libero», ossia quella porzione di globo in cui vige la libertà di parola e di espressione, mentre altrove regnerebbero regimi sanguinari, oscurantisti e repressivi. Mai come negli ultimi anni, tuttavia, questo luogo comune si sta dimostrando infondato, o quanto meno discutibile. Assai discutibile. Nelle nostre società, infatti, si fa sempre più soffocante quella che Marcello Veneziani, con formula felice, ha definito «cappa». Pensa come vuoi, ma pensa come noi: sembra questo il messaggio che gli intellò progressisti vogliono far passare, predicando liberalità, sì, ma al contempo restringendo gradualmente il perimetro di ciò che è lecito non solo dire, ma addirittura pensare. E se non si è allineati al Verbo incarnato, ecco che scattano i due meccanismi principi della repressione del dissenso: il silenziamento o, nei casi più scottanti, la diffamazione.
Con un apparato mediatico così tirannico e militarizzato, non stupisce che le poche voci rimaste libere cerchino altre platee per esprimere il proprio pensiero. È questo il caso, ad esempio, del conduttore conservatore Tucker Carlson. Poco conosciuto alle nostre latitudini, Carlson è uno dei volti televisivi più noti degli Stati Uniti. A partire dal 2016, il suo programma su Fox news, il Tucker Carlson Night, ha letteralmente spopolato: secondo Forbes, si tratta dello spettacolo via cavo più apprezzato dagli americani. Poche settimane fa, però, il noto conduttore è stato giubilato dal colosso di Rupert Murdoch. Il motivo dell’allontanamento non è stato rivelato dalle parti, probabilmente a causa di un accordo di riservatezza siglato tra le parti.
Ad ogni modo, non è difficile immaginare le ragioni che hanno spinto Fox news a disfarsi di lui. Carlson, infatti, sostiene da anni posizioni caustiche e politicamente scorrettissime su tutti quei temi ritenuti sensibili e strategici dai gendarmi del pensiero unico. Ha sollevato dubbi sull’efficacia dei vaccini anti Covid, ha attaccato frontalmente il wokismo imperante e ha contestato la versione ufficiale sul cosiddetto assalto al Campidoglio del gennaio 2021, che i media globalisti hanno descritto come un colpo di Stato in piena regola. Ebbene, è stato proprio Carlson a far vacillare la vulgata, pubblicando video inediti in cui si vede il famigerato «sciamano di QAnon» intrattenere rapporti con gli agenti di polizia presenti sul posto.
Tra le tante battaglie portate avanti da Tucker Carlson c’è anche quella contro Dominion, il controverso sistema di voto elettronico che è stato protagonista delle ultime elezioni presidenziali. Le sue tesi, del resto, sono state alla base dell’azione legale intentata dall’azienda che gestisce Dominion contro Fox news, che ha patteggiato un risarcimento principesco da quasi 800 milioni di dollari. Probabilmente è proprio questa causa che è costata cara a Carlson. A cui si vanno a sommare le varie accuse – spesso pretestuose – che gli sono state rivolte, dall’antisemitismo al filoputinismo, fino all’immancabile razzismo.
Eppure, come si diceva, fuori dai canali d’informazione tradizionali c’è ancora vita. E, infatti, l’altro ieri Carlson ha annunciato che lancerà presto un suo programma su Twitter destinato agli abbonati. In un video di tre minuti, diffuso sulla celebre piattaforma social, il conduttore ha affermato che Twitter, grazie alla nuova gestione di Elon Musk, è l’unico luogo che «consente la libertà di parola», mentre il mondo dei media dominanti è ormai un sistema «sudicio e profondamente corrotto». Lo stesso Musk, che sta ampliando le funzioni offerte da Twitter (come le chat private e le videochiamate), ha rilanciato l’annuncio di Carlson: «A differenza della strada a senso unico delle altre trasmissioni, su questa piattaforma le persone sono in grado di interagire, criticare e confutare qualsiasi cosa venga detta», ha cinguettato il padrone di Tesla. Il quale hai poi specificato che lui e Carlson non hanno «firmato alcun tipo di accordo».
Insomma, Carlson e Musk hanno rilanciato la sfida, convinti che le piattaforme social siano in grado di drenare ampie porzioni di pubblico ai media tradizionali. È il primo passo per scardinare il paradigma informativo attuale impostato su: editore che possiede un grande network con una batteria di giornalisti-star che fanno tanti ascolti (e portano soldi). L’iniziativa di Carlson potenzialmente consentirà di saltare un passaggio, quello della mediazione editoriale, rivolgendosi a un pubblico molto ampio, ossia quello che diffida dei «fact checker indipendenti» e non riesce più a tollerare i martellanti sermoni del wokismo militante. Sempre in ambito conservatore, basti pensare anche al successo strepitoso ottenuto dal Daily Wire, il portale online fondato da Ben Shapiro e Jeremy Boreing. Da questa squadra agguerrita di commentatori e podcaster è uscito per esempio lo scioccante documentario What is a women? di Matt Walsh, che ha demolito da cima a fondo la teoria gender e assestato un colpo durissimo alle lobby Lgbt. Perché, appunto, c’è vita fuori dai buoni salotti televisivi. E il pubblico gradisce. Con buona pace dei gendarmi del politicamente corretto.
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