Il bavaglio inglese anti islamofobia fa ribrezzo persino ai musulmani
Keir Starmer (Ansa)
Per Fiyaz Mughal, capo di un’organizzazione che difende i fedeli di Allah, la stretta proposta dal primo ministro britannico «limiterebbe il free speech». E diffonderebbe l’odio, favorendo l’estrema destra.

L’ossessione per la protezione delle minoranze è – non da oggi – il grimaldello con cui si possono scardinare più velocemente le libertà civili e imporre una nuova e subdola forma di autoritarismo. Il Regno Unito ne sta fornendo una lampante dimostrazione in questi giorni, con l’occhiuta sorveglianza (a cui seguono robuste sanzioni) di tutti i presunti «spargitori di odio» accusati di gettare benzina sul fuoco delle rivolte etniche. Il fatto è che tutto questo potrebbe essere solo l’inizio: la situazione potrebbe peggiorare.

Da giorni, infatti, il governo laburista britannico sta pensando di introdurre una definizione ufficiale di «islamofobia». Il testo elaborato finora descrive l’islamofobia come «un tipo di razzismo che prende di mira le espressioni di “musulmanità” o la musulmanità percepita». Come hanno precisato tutti i rappresentanti istituzionali interpellati dalla stampa britannica, tale definizione non avrebbe valore di legge. Ma allora a che pro introdurla? Immaginarlo non è troppo difficile: potrebbe essere utilizzata come paradigma di riferimento per gli onnipresenti regolamenti su inclusione e diversità, e alla fine dei conti potrebbe essere sfruttata per perseguire chiunque si renda colpevole di «odio anti musulmano». Da un certo punto di vista, potrebbe essere persino una buona idea preservare una religione dagli attacchi esterni, che sono sempre più feroci e numerosi nei riguardi di tutte le fedi. Ma la prima obiezione è che tra le diverse confessioni non si dovrebbero fare differenze: perché proteggere una e non le altre? Il secondo problema, anche più grande, riguarda la libertà di espressione: in un lampo la difesa di un gruppo sociale può trasformarsi in mordacchia per tutti gli altri. Ed è esattamente ciò che potrebbe accadere Oltremanica. A dirlo, fate bene attenzione, non sono i presunti attivisti destrorsi contro cui il governo di sinistra si sta scagliando, ma un autorevole esponente della comunità musulmana britannica. Si tratta di Fiyaz Mughal, fondatore di Tell Mama, una organizzazione che monitora gli attacchi anti musulmani, e tempo fa è stato preso in considerazione per il ruolo di primo consigliere del governo in materia di islamofobia.

A suo dire, la definizione di islamofobia presa in considerazione dai laburisti «limiterebbe la libertà di parola». Secondo lui, adottare una definizione troppo ampia di islamofobia potrebbe addirittura «infiammare o dare ossigeno ai gruppi di estrema destra».

Parlando a Times Radio, Mughal ha spiegato che «la formulazione attualmente all’esame di Sir Keir Starmer potrebbe essere utilizzata per tacitare dibattiti legittimi su questioni come la poligamia». Per l’attivista «dovrebbe esserci una qualche forma di definizione, ma quella di cui ora si discute è una definizione così ampia da non avere alcun valore reale. Questa è una definizione per limitare la libertà di parola».

Mughal è convinto che allargare troppo il significato di islamofobia finirebbe per impedire le critiche legittime nei confronti dei musulmani, persino quelle provenienti dagli stessi fedeli. Lui, ad esempio, si dice contrario alla poligamia, e pensa che una «definizione ampia» di islamofobia potrebbe in futuro precludergli la possibilità di esprimere le sue opinioni sull’argomento. «Parliamo di libertà di parola», ha detto. «Qui la libertà di parola è davvero importante».

È difficile pensare che Mughal sia un odiatore di professione o un nemico dei musulmani, dato che è musulmano egli stesso e per di più si occupa per mestiere di contrastare l’odio anti islamico. Se anche lui drizza le antenne e mette in guardia i laburisti significa che un problema esiste, ed è anche piuttosto serio.

Questo, a ben vedere, è il grande dramma dell’Occidente contemporaneo. Il tentativo esasperato di creare artificialmente una società «libera dall’odio» ha ottenuto l’effetto opposto: la rabbia e la violenza sono più mediate, talvolta più nascoste, ma estremamente pervasive. Insulti e offese sono all’ordine del giorno, il linguaggio si è involgarito e abbrutito, e di conseguenza è pure più feroce. Il controllo sociale e linguistico, lungi dall’essere la soluzione, è tra le cause di questo imbarbarimento. Limitare la libertà di espressione serve soltanto a rendere più triste e oscura l’esistenza delle persone, a intrupparle e dominarle. Per contenere l’odio servirebbe semmai coltivare il rispetto della diversità, dell’alterità. Ma una società che non ammette l’esistenza dell’altro come fa a diventare rispettosa? Se non ascolto i pensieri altrui, anche quelli ruvidi e sgradevoli, come posso pensare di tollerarli? Con la scusa della lotta all’odio siamo diventati intolleranti e ottusi, rancorosi e sottomessi. Fiyaz Mughal, musulmano, proprio in virtù della sua fede nella versione migliore, ha gli strumenti per riconoscere il prossimo, accettarne le posizioni critiche e, allo stesso tempo, rendersi conto che nei riguardi delle tradizioni, delle culture e delle fedi occorre mostrare il più profondo rispetto. Questi strumenti li abbiamo pure noi europei, ma sembra che abbiamo dimenticato come usarli.

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